Infarto miocardico: arrivano tre categorie cliniche


Infarto miocardico, cambia la definizione universale: addio ai “tipi” numerici, arrivano tre categorie cliniche

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Cambia il modo di classificare l’infarto miocardico. La Fifth Universal Definition of Myocardial Infarction abbandona la tradizionale suddivisione numerica e introduce tre categorie basate sul contesto clinico e sul meccanismo responsabile dell’evento: infarto primario, secondario e correlato a procedure cardiache.

L’obiettivo è rendere la diagnosi più intuitiva e uniforme, orientare meglio gli accertamenti e il trattamento e facilitare la comprensione della malattia da parte dei pazienti.

La nuova definizione è stata elaborata congiuntamente da quattro delle principali società scientifiche cardiovascolari mondiali: European Society of Cardiology (ESC), American College of Cardiology (ACC), American Heart Association (AHA) e World Heart Federation (WHF). Sarà presentata il 30 agosto al Congresso ESC 2026 di Monaco di Baviera.

Non si tratta di una modifica puramente terminologica. La nuova classificazione parte infatti da un principio clinicamente molto importante: non tutti gli infarti miocardici hanno la stessa causa e, di conseguenza, non tutti devono essere diagnosticati e trattati nello stesso modo.

Infarto miocardico e “attacco cardiaco” non sono esattamente sinonimi
Nell’uso comune l’infarto miocardico viene spesso identificato con il classico “attacco cardiaco” provocato dall’improvvisa occlusione di un’arteria coronaria.
Questa rappresentazione descrive una situazione molto frequente, ma non esaurisce le possibili cause dell’infarto.

L’infarto miocardico è una condizione nella quale si verifica un danno e una morte delle cellule del muscolo cardiaco dovuti a ischemia, cioè a un apporto di ossigeno insufficiente rispetto alle necessità del miocardio. Il meccanismo che determina questa ischemia può però essere molto diverso da un paziente all’altro.

Ed è proprio questa eterogeneità che la nuova definizione cerca di rendere più evidente.

L’infarto miocardico rimane una delle più importanti patologie cardiovascolari a livello mondiale. Secondo i dati richiamati nel documento, la prevalenza stimata è pari a circa il 3,8% nelle persone con meno di 60 anni e al 9,5% negli over 60.

Perché cambiare la vecchia classificazione
La precedente Universal Definition suddivideva gli infarti in differenti categorie numeriche – tipo 1, tipo 2, tipo 3, tipo 4 e tipo 5, con ulteriori sottoclassificazioni – sulla base del meccanismo e del contesto nel quale si verificava l’evento.

Un sistema scientificamente preciso, ma non sempre immediato nella pratica clinica.

«Le persone possono pensare all’infarto come a un attacco cardiaco causato dall’occlusione di una coronaria, ma esistono molte cause differenti di infarto miocardico», spiega Nicholas Mills, dell’Università di Edimburgo e chair ESC della Task Force.

Secondo Mills, proprio la complessità della precedente classificazione poteva determinare difficoltà applicative e una certa variabilità nella diagnosi e nel trattamento.

La Fifth Universal Definition cerca quindi di spostare l’attenzione dal numero alla causa.

La domanda diventa, in sostanza: perché questo paziente ha avuto un infarto?

Tre grandi categorie: primario, secondario e correlato a procedure
Con la nuova classificazione ogni infarto miocardico viene ricondotto a uno di tre scenari clinici:
Infarto miocardico primario. È un evento spontaneo provocato da un problema acuto a carico di un’arteria coronaria. La causa più comune è la rottura o l’erosione di una placca aterosclerotica con formazione di un trombo che riduce o interrompe il flusso sanguigno. Ma nella stessa categoria rientrano altri meccanismi coronarici, come la dissezione coronarica spontanea (SCAD), lo spasmo coronarico o un’embolia/trombosi coronarica.

Infarto miocardico secondario. In questo caso il problema principale non è necessariamente un’occlusione acuta della coronaria. L’infarto deriva da uno squilibrio tra la quantità di ossigeno richiesta dal cuore e quella effettivamente disponibile, provocato da un’altra condizione clinica. Può verificarsi, per esempio, in presenza di pressione arteriosa estremamente alta o bassa oppure di una tachicardia molto marcata.

Infarto correlato a procedure. Comprende gli infarti che si verificano entro 30 giorni da una procedura cardiaca o da un intervento cardiochirurgico, come un’angioplastica coronarica con impianto di stent oppure un bypass aorto-coronarico.

La nuova definizione specifica inoltre quali test e approfondimenti diagnostici siano appropriati nei diversi scenari.

Capire la causa per scegliere la terapia

La distinzione è tutt’altro che accademica perché identificare correttamente il meccanismo dell’infarto può avere conseguenze dirette sul trattamento.
Nel classico infarto provocato dalla rottura di una placca aterosclerotica e dalla formazione di un trombo, l’obiettivo prioritario è ripristinare rapidamente il flusso nella coronaria interessata e trattare la malattia aterotrombotica.

In un infarto secondario, invece, diventa fondamentale identificare e correggere la causa dello squilibrio tra domanda e offerta di ossigeno.

La nuova classificazione vuole quindi ridurre il rischio che condizioni biologicamente differenti vengano considerate come se fossero manifestazioni della stessa malattia.

Ed è probabilmente questo il cambiamento concettuale più importante della Fifth Universal Definition: la diagnosi di infarto non rappresenta la fine del percorso diagnostico, ma deve portare a identificarne il meccanismo.

Un linguaggio più comprensibile anche per il paziente
La semplificazione dovrebbe avere un altro vantaggio: rendere più facile spiegare al paziente che cosa gli è realmente accaduto.

Termini come “infarto di tipo 2” o “tipo 4c” possono essere perfettamente comprensibili agli specialisti, ma dicono molto poco a una persona appena ricoverata per un evento cardiaco.

«Con il nuovo approccio possiamo parlare con i pazienti della causa del loro infarto, in modo che possano comprendere la propria condizione e capire perché siano necessari ulteriori esami o determinati trattamenti», sottolinea Kristin Newby, del Duke University Medical Center e chair ACC/AHA della Task Force.
Si passa quindi da una classificazione prevalentemente tecnica a un linguaggio che cerca di descrivere che cosa è successo al cuore e perché.

Più spazio a cause meno conosciute come la SCAD
Uno degli aspetti più interessanti della nuova definizione riguarda alcune cause di infarto ancora sottodiagnosticate.

Tra queste figura la dissezione coronarica spontanea (SCAD), nella quale si verifica spontaneamente una separazione degli strati della parete di un’arteria coronaria, con formazione di un ematoma intramurale e conseguente riduzione del lume e del flusso sanguigno.

La SCAD è particolarmente importante perché interessa prevalentemente le donne e può verificarsi anche in persone che non presentano il classico profilo di rischio aterosclerotico.

Inserire con maggiore evidenza questi meccanismi nella categoria dell’infarto primario potrebbe contribuire non solo a migliorare il riconoscimento clinico della condizione, ma anche a stimolare nuovi studi su popolazioni finora meno rappresentate nella ricerca cardiovascolare.

La classificazione si allinea anche all’ICD-11
Per la prima volta la Universal Definition è stata inoltre sviluppata con l’obiettivo di allinearsi alla International Classification of Diseases (ICD).

La Task Force ha lavorato con l’Organizzazione Mondiale della Sanità alla proposta di codici ICD-11 coerenti con le nuove categorie.

L’implementazione richiederà tempo, ma potrebbe avere conseguenze rilevanti anche al di fuori della pratica clinica.

Una codifica uniforme permetterebbe infatti di raccogliere dati più affidabili sui diversi tipi di infarto, confrontare sistemi sanitari e Paesi, monitorare epidemiologia e outcome e realizzare studi su larga scala dedicati ai diversi meccanismi della malattia.

«La standardizzazione della raccolta dei dati per ciascun tipo di infarto consentirà ulteriori ricerche su larga scala nelle aree in cui esistono ancora importanti bisogni insoddisfatti», osserva Sarah Zaman, dell’Università di Sydney e chair WHF della Task Force.

Perché la nuova definizione è importante
Le definizioni universali dell’infarto hanno avuto negli anni un impatto enorme sulla cardiologia perché stabiliscono quando possiamo parlare realmente di infarto miocardico e come dobbiamo classificarlo.

La quinta edizione introduce soprattutto un cambio di prospettiva: semplifica una classificazione diventata progressivamente complessa e cerca di ricondurla al ragionamento clinico.

Primario, secondario o correlato a una procedura è una distinzione più immediata rispetto a una sequenza di numeri e sottotipi e, soprattutto, obbliga a mettere al centro il meccanismo responsabile dell’evento.

La nuova impostazione potrebbe quindi migliorare la coerenza delle diagnosi, facilitare la scelta degli approfondimenti e dei trattamenti, rendere più comprensibile la diagnosi ai pazienti e produrre dati epidemiologici più precisi.

Come sintetizzano i chair della Task Force, l’obiettivo è rendere la diagnosi di infarto miocardico «più significativa e coerente, per orientare meglio il trattamento, aumentare la comprensione da parte dei pazienti e migliorare le opportunità di monitoraggio e ricerca».

Fonte: Fifth Universal Definition of Myocardial Infarction. Documento congiunto ESC/ACC/AHA/WHF. Presentazione prevista all’ESC Congress 2026, Monaco di Baviera, 30 agosto 2026.