Il settore delle infrastrutture in Italia sta affrontando una stagione di cantieri e investimenti che ridefinisce i confini del mercato
![]()
Il settore delle infrastrutture in Italia sta affrontando una stagione di cantieri e investimenti che ridefinisce i confini del mercato. Secondo il recente rapporto del Servizio Studi della Camera dei Deputati si stima una spesa complessiva di 447,8 miliardi di euro: una cifra record che si traduce in un fervore cantieristico diffuso, dal potenziamento dell’alta velocità ferroviaria fino alla modernizzazione della rete stradale. Il PNRR e il Piano Nazionale Complementare rappresentano il motore che sta alimentando questa intensa attività. Tuttavia, questa accelerazione non è soltanto economica: è, prima di tutto, operativa. La portata e la complessità di opere come il Terzo Valico dei Giovi o l’espansione delle linee metropolitane a Milano, Roma e Napoli, stanno imponendo un salto di qualità netto nelle competenze richieste.
“Se in passato la specializzazione tecnica verticale rappresentava l’elemento distintivo – precisa Federica Cavagliano, senior manager technical division di Hunters Group, società di ricerca e selezione di personale qualificato – oggi le aziende ricercano profili ibridi, capaci di integrare competenze ingegneristiche, gestionali e commerciali. Questa urgenza è dettata da un mercato che sta cambiando volto: oltre il 70% delle aziende del settore in Italia sta investendo massicciamente nella digitalizzazione (BIM, Digital Twin, gestione dati), unita a una crescente necessità di integrare criteri ESG nelle strategie di progetto. Non basta più saper costruire; occorre saper progettare, rendicontare e ottimizzare secondo standard di sostenibilità e innovazione digitale”.
Tutto questo, naturalmente, ha un impatto anche sulle risorse: la complessità intrinseca dei progetti – che impone un dialogo costante tra fase di gara, committenza ed esecuzione – richiede oggi professionisti capaci di presidio trasversale sull’intera catena del valore.
In questo contesto, i ruoli più richiesti includono:
project manager, responsabile del coordinamento tecnico-economico delle commesse;
construction e project engineer che presidiano la fase esecutiva e il rispetto di tempi, costi e qualità;
technical sales o sales engineer, chiamati a coniugare competenze tecniche e capacità commerciali nella gestione del cliente;
business development manager, sempre più centrale nello sviluppo di nuove opportunità e mercati.
A questi si affiancano ruoli di alta responsabilità, come il project director o il responsabile di business unit, chiamati a integrare competenze gestionali, strategiche e di coordinamento interfunzionale.
“Purtroppo, il mercato del lavoro – aggiunge Federica Cavagliano – fatica a tenere il passo: il contesto macroeconomico – seppur favorevole – ha accentuato il mismatch tra domanda e offerta. In Italia, oltre il 40–50% delle imprese del comparto construction segnala una difficoltà strutturale nel reperire profili tecnici adeguati. Il gap è particolarmente evidente sui profili STEM, dove le aziende faticano a intercettare figure che uniscano solide basi tecniche a una visione di business e attitudine alla gestione di progetti complessi. Per superare questo collo di bottiglia, è fondamentale puntare sulla formazione continua. I player di settore più lungimiranti stanno già investendo fino al 3-5% del costo del lavoro in programmi formativi, dando vita ad Academy interne e stringendo partnership strategiche con il mondo universitario per ridurre la distanza tra aula e cantiere. Adottare modelli organizzativi flessibili e promuovere la contaminazione tra le funzioni non è più un’opzione, ma una necessità competitiva”.
L’evoluzione dei ruoli tecnici rappresenta una sfida e un’opportunità per il settore delle infrastrutture. Chi saprà intercettare e sviluppare queste nuove professionalità – investendo sul capitale umano con la stessa lungimiranza riservata agli asset tecnologici – potrà contare su un vantaggio competitivo significativo in un mercato sempre più complesso e dinamico.