Demenza e dolore: nelle Rsa ancor troppi farmaci e poca osservazione


Dolore nelle persone affette da demenza: nelle RSA si ricorre ancora troppo ai farmaci e troppo poco all’osservazione secondo uno studio olandese

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Riconoscere il dolore nelle persone affette da demenza rappresenta una delle sfide più complesse dell’assistenza nelle strutture di lungodegenza. Una ricerca condotta nei Paesi Bassi evidenzia come medici, infermieri e operatori sanitari si affidino soprattutto ai cambiamenti comportamentali e alla terapia farmacologica, spesso con un impiego precoce degli oppioidi, mentre risultano ancora sottoutilizzati strumenti osservazionali validati e approcci non farmacologici. Gli esperti chiedono un cambio di paradigma fondato su una gestione interdisciplinare e personalizzata.

Il dolore invisibile dei pazienti con demenza: una sfida ancora aperta
La demenza non compromette soltanto la memoria e le funzioni cognitive, ma altera profondamente anche la capacità della persona di riconoscere, descrivere e comunicare il proprio dolore. Questo rende particolarmente difficile per medici e caregiver comprendere quando un paziente stia soffrendo e quale sia l’origine del suo disagio. Nelle residenze sanitarie assistenziali e nelle strutture di lungodegenza, dove vivono molti anziani con deficit cognitivi avanzati, il rischio è che il dolore venga interpretato erroneamente come un semplice problema comportamentale o come una manifestazione inevitabile della malattia.

Un recente studio pubblicato sulla rivista Frontiers in Pain Research ha cercato di capire come il dolore venga valutato e trattato nei pazienti con demenza ospitati nelle strutture di assistenza a lungo termine. I risultati mostrano un quadro in cui prevale ancora una gestione di tipo farmacologico, mentre l’impiego sistematico di strumenti di osservazione specifici e di interventi non farmacologici appare limitato.

Per raccogliere i dati, i ricercatori hanno coinvolto professionisti di diverse figure, personale medico, operatori sanitari, infermieri e dirigenti, appartenenti a strutture assistenziali dei Paesi Bassi. Attraverso questionari online e interviste approfondite, svolti tra aprile e luglio 2024, è stato possibile ottenere una fotografia dettagliata delle pratiche quotidiane adottate nella gestione del dolore dei pazienti affetti da demenza.
Hanno partecipato complessivamente 387 professionisti, con un’età media di circa 48 anni. La maggioranza era costituita da donne e oltre la metà possedeva un elevato livello di istruzione. Di questi, 337 hanno completato integralmente il questionario, mentre 77 si sono dichiarati disponibili a prendere parte anche alle interviste qualitative.

Comportamenti difficili come principale campanello d’allarme
Uno degli aspetti più interessanti emersi dalla ricerca riguarda il modo in cui gli operatori identificano la presenza del dolore. Il 100% del personale medico e infermieristico e oltre il 95% degli altri professionisti sanitari considera i cosiddetti “comportamenti problematici” come un indicatore fondamentale di possibile sofferenza fisica.
Agitazione, aggressività improvvisa, rifiuto delle cure, irrequietezza o cambiamenti dell’umore vengono quindi interpretati come segnali indiretti di dolore, soprattutto quando il paziente non è più in grado di verbalizzare ciò che prova. Questa consapevolezza rappresenta certamente un passo avanti rispetto al passato, ma gli stessi operatori riconoscono che il carico di lavoro e la costante pressione sui tempi limitano la possibilità di approfondire le cause sottostanti di tali manifestazioni.

Lo studio evidenzia inoltre un utilizzo non uniforme delle scale osservative validate per la valutazione del dolore. Solo il 23,5% del personale medico dichiara di ricorrervi abitualmente, mentre la percentuale sale al 74% tra gli altri professionisti sanitari e al 72,5% tra gli infermieri. Questa differenza suggerisce una mancanza di standardizzazione nelle procedure di valutazione e lascia spazio a decisioni cliniche spesso basate sull’esperienza personale piuttosto che su strumenti condivisi.

Le interviste approfondite hanno confermato che molti operatori attribuiscono grande importanza ai segnali non verbali: smorfie di dolore, espressioni del volto contratte, movimenti di difesa, irrigidimento corporeo o reazioni durante la mobilizzazione sono considerati indizi preziosi per identificare una sofferenza che il paziente non riesce a esprimere con le parole.

Farmaci in prima linea, ma gli esperti chiedono più approcci personalizzati
Se sul fronte della diagnosi emergono margini di miglioramento, ancora più significativo è quanto osservato riguardo al trattamento del dolore. Dalle testimonianze raccolte risulta infatti che gli oppioidi e gli analgesici rappresentano spesso la prima scelta terapeutica, anche quando potrebbero essere integrate o precedute da strategie non farmacologiche.

Tra queste figurano programmi di esercizio fisico adattato, attività ricreative costruite sugli interessi personali del paziente, tecniche di distrazione, interventi occupazionali e musicoterapia. Si tratta di approcci che, secondo numerose evidenze scientifiche, possono contribuire a ridurre il disagio, migliorare il benessere emotivo e limitare il ricorso ai farmaci, soprattutto nelle persone anziane fragili.

La preferenza per la terapia farmacologica può essere spiegata con diversi fattori: la rapidità di intervento, la difficoltà di organizzare attività personalizzate nelle strutture con personale ridotto e la necessità di gestire sintomi complessi in tempi brevi. Tuttavia, un uso eccessivo degli oppioidi non è privo di rischi, soprattutto in una popolazione già vulnerabile agli effetti collaterali come sedazione, cadute, confusione mentale e perdita di autonomia.
Gli stessi autori dello studio sottolineano che la gestione del dolore dovrebbe essere affrontata in modo interdisciplinare, coinvolgendo non solo medici e infermieri ma anche fisioterapisti, terapisti occupazionali, psicologi, operatori sociosanitari e familiari. Una valutazione condivisa consentirebbe infatti di costruire piani terapeutici più efficaci e calibrati sulle caratteristiche individuali della persona.

La ricerca presenta comunque alcuni limiti metodologici. Gli autori evidenziano possibili distorsioni dovute alla composizione del campione, costituito prevalentemente da donne con elevato livello di istruzione, e al fatto che le risposte ai questionari potrebbero essere influenzate dal desiderio di fornire comportamenti ritenuti socialmente appropriati. Inoltre, sono disponibili poche informazioni sull’effettiva applicazione pratica delle scale di valutazione del dolore nelle diverse organizzazioni coinvolte.
Nonostante tali limitazioni, il messaggio che emerge è chiaro: nelle persone con demenza il dolore rischia ancora oggi di essere sottovalutato o gestito principalmente attraverso il ricorso ai farmaci, mentre esistono strumenti osservazionali e strategie assistenziali che potrebbero migliorarne il riconoscimento e il trattamento.

Verso una cura del dolore più umana e multidisciplinare
L’assistenza ai pazienti con demenza richiede competenze che vadano oltre la semplice prescrizione farmacologica. Comprendere il significato di un cambiamento comportamentale, cogliere un’espressione del volto o interpretare una reazione durante le attività quotidiane può fare la differenza tra un dolore ignorato e un intervento tempestivo.

Lo studio olandese suggerisce la necessità di sviluppare protocolli più sistematici, basati sull’impiego di scale di osservazione validate e sull’integrazione di interventi non farmacologici accanto alle terapie analgesiche tradizionali. Al tempo stesso, appare fondamentale coinvolgere in modo più attivo sia i professionisti delle diverse discipline sia i caregiver familiari nella costruzione di percorsi di cura personalizzati.

In un contesto caratterizzato dal progressivo invecchiamento della popolazione e dall’aumento dei casi di demenza, investire in una migliore valutazione del dolore significa non solo alleviare la sofferenza, ma anche garantire dignità, qualità della vita e un’assistenza realmente centrata sulla persona.

Sabine D Kruijer et al.,  Observing and treating pain in people living with dementia in long-term care facilities Front Pain Res (Lausanne). 2026 May 8:7:1812648.
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