Rama dei Nuhara si configura come un viaggio viscerale attraverso la memoria sonora siciliana, dove il lavoro di riscrittura elettroacustica trasforma i canti della tradizione in organismi sonori vivi e inquietanti
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La musica contenuta in questo disco è arcaica, ma è anche futuribile.
Questo disco affonda le sue radici negli anni ’50.
Infatti unisce musica tradizionale ed elettronica, e proprio gli anni ’50 furono il periodo in cui la ricerca intorno alla tradizione e all’elettronica, nel campo musicale, iniziò a produrre i suoi esiti più fertili per il futuro.
A partire dagli anni ’50, l’Italia è attraversata da nord a sud da una serie di ricercatori che, muniti di strumenti di registrazione, documentano l’infinita varietà e ricchezza dei canti popolari italiani. Si tratta di una ricerca storica, filologica, artistica e politica. Quelle musiche, quei canti, vengono fissati su supporto per poter essere studiati, trascritti e tramandati.
Uno di questi uomini straordinari è Alan Lomax, che ha contribuito a far conoscere artisti come Woody Guthrie e Muddy Waters e che, nel corso degli anni ’50 del Novecento, ha dato un contributo fondamentale anche alla conservazione del repertorio italiano.
Contemporaneamente, a Milano, a Colonia e a Parigi, musicisti come Berio, Maderna, Stockhausen e Pierre Schaeffer creavano nuovi suoni servendosi di magnetofoni, generatori di segnale e oscillatori.
Questo disco, nel suo esito originale, è figlio di queste due storie musicali e si intitola Rama.
Rama è il disco di esordio dei Nuhara, progetto condiviso da tre musicisti siciliani, Michele Piccione (etnomusicologo polistrumentista), Federico Pipia (musicista elettronico e producer, anche noto con l’alias Pipya) e Gabriele Bazza (chitarrista e cantante specializzato in tecniche vocali tradizionali).
Il nome della band deriva dall’Arabo Nuwwar, “fiore germoglio”, passando dal siciliano Nuàra attraverso il latino Nohara col significato di “orto”.
I Nuhara operano una rigenerazione dei repertori della tradizione orale siciliana, basandosi su documenti raccolti sul campo a partire dagli anni Cinquanta. I materiali d’archivio si trasformano in materia sonora ibrida, dove, l’approccio filologico e le sonorità del mondo IDM contribuiscono a creare il suono futuribile del disco. I Nuhara utilizzano l’elettronica per far risuonare in modo nuovo strumenti tradizionali dell’area siculo-mediterranea partendo dalle loro tradizionali tecniche esecutive. I brani originali acquistano un nuovo significato all’interno di un nuovo orizzonte espressivo, stabilendo una connessione profonda tra un universo arcaico e la sensibilità della scena musicale attuale.
I suoni che testimoniano una Sicilia consegnata alla memoria storica, e che rinascono qui come una nuova entità sonora, non vengono semplicemente riproposti, ma germogliano come un frutto nuovo, assumendo una forma diversa rispetto ai semi che li hanno generati. Questa ricerca artistica è stata resa possibile grazie alla collaborazione con Sergio Bonanzinga (professore ordinario di Etnomusicologia nell’Università di Palermo), che ha reso disponibili documenti sonori e filmati fondamentali per dare corpo e sostanza all’intero progetto.
Rama dei Nuhara si configura come un viaggio viscerale attraverso la memoria sonora siciliana, dove il lavoro di riscrittura elettroacustica trasforma i canti della tradizione in organismi sonori vivi e inquietanti. Rama è quasi un concept album, una raccolta di canti di lavoro.
Il percorso si apre con l’oscurità claustrofobica di Scuordu, un dramma minerario scandito dalla ciclicità del marranzano che culmina in un’esplosione glitch, per poi passare alla luce abbacinante delle saline in Ora Cu, dove le percussioni tradizionali (qraqeb) si ibridano con synth “alieni”. La ritualità del ciclo del grano è esplorata nella stasi sacrale di Laramu e nel vigore poliritmico di Sbògghia, mentre l’universo pastorale emerge nel sogno lucido di ‘Nzuonnu, dove voce e zampogna si fondono in una dimensione crepuscolare. La tensione esplosiva del carrettiere in Rama e il dittico marino delle Cialome (Carvaniu e Mascaratu) mettono in scena un paesaggio elettroacustico spesso ostile, fatto di lire distorte e cori responsoriali che narrano la fatica e la lotta. Il finale è affidato al caos iperbolico dei mercati in Ghiuasa, dove le “abbanniate” vengono catapultate in una dimensione da clubbing sperimentale, chiudendo il cerchio tra archivi etnomusicologici e avanguardia elettronica.