L’osteoporosi resta spesso una malattia invisibile, sottodiagnosticata e sotto trattata, fino al momento in cui una frattura cambia improvvisamente la qualità di vita della persona
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Ogni ora in Italia si verificano circa 65 fratture da fragilità. Eppure, l’osteoporosi resta spesso una malattia invisibile, sottodiagnosticata e sotto trattata, fino al momento in cui una frattura cambia improvvisamente la qualità di vita della persona.
Oggi, però, la ricerca scientifica sta ampliando il modo in cui leggiamo la salute dello scheletro. Le ossa non sono una struttura inerte, né un semplice deposito di calcio. Sono un tessuto vivo, dinamico, capace di rinnovarsi continuamente e di dialogare con il resto dell’organismo. A regolare questo equilibrio non sono soltanto calcio, vitamina D, estrogeni o paratormone, ma anche il cervello, il sistema nervoso e alcuni ormoni prodotti dall’ipofisi.
È questo il messaggio centrale della review “Neuroendocrine and neural control of bone mass in health and disease”, pubblicata sul Journal of Clinical Investigation da un gruppo internazionale di esperti, tra cui il professor Andrea Giustina, presidente GIOSEG, e il professor Mone Zaidi, della Icahn School of Medicine at Mount Sinai di New York. Il lavoro è stato pubblicato su una rivista scientifica internazionale di riferimento per la ricerca biomedica traslazionale, con Impact Factor 13.6.
La review raccoglie le evidenze più recenti su un tema destinato a cambiare il modo in cui interpretiamo l’osteoporosi e le malattie metaboliche dell’osso: la massa ossea è controllata anche da circuiti neuroendocrini e nervosi. In altre parole, lo scheletro riceve segnali dal cervello, dagli ormoni ipofisari e dai nervi che innervano l’osso, e questi segnali possono influenzare il delicato equilibrio tra formazione e riassorbimento osseo.
“Per molti anni abbiamo considerato l’osteoporosi soprattutto come una conseguenza dell’invecchiamento, della carenza estrogenica o di alterazioni del metabolismo minerale. Oggi sappiamo che il quadro è più complesso: cervello, ipofisi, sistema nervoso e osso fanno parte di una rete integrata”, sottolinea Andrea Giustina, Professore Ordinario di Endocrinologia e Malattie del Metabolismo presso l’Università Vita-Salute San Raffaele e Direttore dell’Unità Operativa di Endocrinologia dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, Presidente GIOSEG. “Questa visione non sostituisce i fattori di rischio già noti, ma li completa e aiuta a spiegare perché la fragilità scheletrica sia una condizione sistemica, da affrontare con un approccio sempre più personalizzato”.
Osteoporosi, i numeri di una malattia silenziosa.
L’osteoporosi interessa circa 200 milioni di persone nel mondo e rappresenta una delle principali cause di fratture da fragilità, soprattutto nella popolazione anziana. In Italia, secondo le stime europee SCOPE/International Osteoporosis Foundation, riguarda oltre 4,3 milioni di persone, in larga maggioranza donne. Tra gli over 50, la condizione interessa circa una donna su quattro e quasi un uomo su quindici. Ogni anno nel nostro Paese si stimano circa 568.000 nuove fratture da fragilità: significa circa 1.560 fratture al giorno, 65 ogni ora. Con l’invecchiamento della popolazione, il numero annuo di fratture potrebbe superare 700.000 entro il 2034, con un incremento stimato di oltre il 23% rispetto al 2019. L’impatto non è solo clinico, ma anche sociale ed economico. Le fratture da fragilità, in particolare quelle di femore e vertebre, possono compromettere autonomia, mobilità, qualità di vita e sopravvivenza, soprattutto negli anziani. In Italia il costo delle fratture osteoporotiche è stato stimato in circa 9,45 miliardi di euro l’anno, pari a circa il 6% della spesa sanitaria.
Il paradosso: ci si frattura, ma spesso non ci si cura.
Nonostante questi numeri, la fragilità ossea resta spesso sottovalutata. La frattura dovrebbe rappresentare un campanello d’allarme, ma troppo spesso non attiva un percorso diagnostico-terapeutico adeguato. Secondo l’International Osteoporosis Foundation, anche dopo una frattura da fragilità fino all’80% dei pazienti con osteoporosi non viene identificato e trattato. Un dato coerente emerge anche da uno studio italiano del 2025 su pazienti seguiti da una Fracture Liaison Service: oltre 8 pazienti su 10 avevano ricevuto la prima terapia anti-osteoporotica con un ritardo superiore a due mesi dalla frattura, con un ritardo mediano di 24 mesi.
“L’osso è sempre più chiaramente lo specchio del nostro benessere psicofisico e gli eventi fratturativi possono essere visti come il punto di rottura del nostro equilibrio fra mente e corpo”, aggiunge il Prof. Giustina. “Una frattura da fragilità deve sempre portare ad esami diagnostici e provvedimenti terapeutici adeguati anti-osteoporotici. Tuttavia, il nostro lavoro allarga la prospettiva alla necessità di approfondire i possibili meccanismi sistemici che hanno portato alla frattura, in modo da poter prevenire nella maniera più efficace possibili successive fratture”.
L’osso come organo che dialoga con il cervello.
Il paper pubblicato su Journal of Clinical Investigation descrive due grandi sistemi di controllo della massa ossea. Il primo è di tipo neuro-ormonale: alcuni ormoni ipofisari, come FSH, TSH, GH, ossitocina e vasopressina, possono agire direttamente sulle cellule dell’osso, influenzando il lavoro di osteoblasti e osteoclasti, cioè le cellule responsabili rispettivamente della formazione e del riassorbimento osseo. Il secondo è di tipo nervoso: le fibre simpatiche, parasimpatiche e sensitive che raggiungono l’osso modulano il rimodellamento scheletrico attraverso segnali provenienti dal sistema nervoso centrale. Gli autori definiscono questi due sistemi come due “bracci” del controllo centrale dell’osso: uno legato alle variazioni dei livelli ormonali circolanti e l’altro alla frequenza dei segnali nervosi che raggiungono il tessuto osseo. Questa visione amplia il concetto classico di osteoporosi. Non si tratta solo di “ossa fragili”, ma di una condizione in cui possono convergere menopausa, invecchiamento, malattie endocrine, alterazioni metaboliche, infiammazione, farmaci, disturbi neurologici e cambiamenti nei segnali ormonali.
Menopausa e perdita ossea: il ruolo emergente dell’FSH.
Uno degli aspetti più innovativi riguarda l’FSH, l’ormone follicolo-stimolante. Tradizionalmente associato alla funzione riproduttiva, l’FSH viene oggi studiato anche per il suo possibile ruolo diretto sulla perdita ossea. Secondo la review, la rapida riduzione della massa ossea che accompagna la transizione menopausale potrebbe non dipendere soltanto dal calo degli estrogeni, ma anche dall’aumento dell’FSH. Gli autori ricordano che il rialzo dell’FSH può iniziare già nella fase perimenopausale, quando gli estrogeni non sono ancora stabilmente ridotti, e che diversi studi osservazionali hanno associato livelli più elevati di FSH a maggiore riassorbimento osseo, minore densità minerale e aumento del rischio di frattura. La review richiama anche uno studio recente pubblicato sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, secondo cui livelli più elevati di FSH risultano associati a un aumento del rischio di frattura di femore negli anziani, indipendentemente dagli ormoni sessuali.
Il messaggio, naturalmente, va letto con prudenza: non significa che esista già una nuova terapia disponibile basata sull’FSH, ma che questo ormone rappresenta oggi uno dei bersagli più interessanti della ricerca sulla fragilità scheletrica. Nel paper si ricorda infatti che sono allo studio strategie sperimentali di blocco dell’FSH, con potenziali applicazioni future nell’osteoporosi e in altre condizioni legate all’invecchiamento.
Tiroide, ipofisi e osso: perché l’endocrinologia conta.
Il lavoro richiama anche il ruolo di altre condizioni endocrine. Per esempio, livelli molto bassi di TSH, come accade in alcune forme di ipertiroidismo o in specifiche terapie soppressive per i tumori della tiroide, possono contribuire alla perdita ossea e all’aumento del rischio di frattura. Gli autori ricordano che queste evidenze hanno già avuto ricadute cliniche: nei pazienti in terapia con ormoni tiroidei, la soppressione eccessiva del TSH deve essere valutata con attenzione, salvo quando sia realmente necessaria, per esempio in alcuni casi di carcinoma tiroideo. Anche patologie ipofisarie come acromegalia, come dimostrato da Giustina nella recente review pubblicata sul New England Journal of Medicine, deficit di ormone della crescita e panipopituitarismo possono associarsi a fragilità scheletrica e richiedono un monitoraggio specifico della salute ossea. Uno studio pubblicato nel 2025 su Osteoporosis International, condotto su oltre 3.800 pazienti over 50 con panipopituitarismo, ha mostrato un aumento significativo del rischio di fratture osteoporotiche maggiori, vertebrali e di femore rispetto alla popolazione di controllo. Questo rafforza un concetto centrale per GIOSEG: la salute dell’osso deve entrare stabilmente nella valutazione del paziente endocrinologico.
Perché questa ricerca riguarda anche i cittadini. Per il pubblico generale, la notizia può essere riassunta così: le ossa non dipendono solo da calcio e vitamina D, ma anche dai segnali che arrivano dal cervello, dagli ormoni e dal sistema nervoso. Questo non cambia le raccomandazioni fondamentali: alimentazione adeguata, attività fisica regolare, prevenzione delle cadute, diagnosi precoce, attenzione ai fattori di rischio e terapie quando indicate restano pilastri essenziali della prevenzione. Ma la nuova visione aiuta a spiegare perché l’osteoporosi sia una malattia complessa e spesso sottovalutata. La nuova frontiera è capire sempre meglio quali segnali, in quali pazienti e in quali fasi della vita, contribuiscano alla perdita ossea. Da qui potranno nascere strategie più precise, soprattutto per donne in menopausa, anziani, pazienti endocrinologici e persone con fragilità scheletrica non spiegata dai soli valori di densità minerale ossea.
“La sfida è passare da una visione dell’osteoporosi come semplice conseguenza dell’età a una visione più moderna, integrata e preventiva”, conclude il Prof Giustina “Il cervello, l’ipofisi e il sistema nervoso periferico non sono lontani dallo scheletro: ne fanno parte, attraverso una rete di segnali che oggi la ricerca sta iniziando a comprendere con sempre maggiore precisione”.
Studio pubblicato su Journal of Clinical Investigation
Zaidi M, Kim S-M, Ryu V, Lizneva D, Davies TF, Rosen CJ, Yuen T, Giustina A. Neuroendocrine and neural control of bone mass in health and disease. J Clin Invest. 2026;136(9):e203623.
Link allo studio:
https://www.jci.org/articles/view/203623