Consenso internazionale propone di rinominare la sindrome dell’ovaio policistico in Polyendocrine Metabolic Ovarian Syndrome (PMOS)
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“Il passaggio da PCOS a PMOS è scientificamente rilevante perché supera una definizione storicamente centrata sull’ovaio e sulle cosiddette ‘cisti’, che non descrive pienamente la complessità della sindrome. La precedente terminologia poneva l’accento soprattutto sull’ovaio, mentre sappiamo che una riserva ovarica elevata, che può essere frequente in molte donne tra i 20 e i 30 anni, non è di per sé sinonimo di sindrome. Nei casi in cui la sindrome è presente, invece, la componente metabolica assume un ruolo centrale: includerla nella definizione significa descrivere in modo più accurato la reale complessità della condizione.” Antonio Pellicer, pioniere della medicina riproduttiva, professore ordinario di Ostetricia e Ginecologia all’Università di Valencia e fondatore di IVI, Instituto Valenciano de Infertilidad, commenta la pubblicazione su The Lancet del consenso internazionale che propone di rinominare la sindrome dell’ovaio policistico in Polyendocrine Metabolic Ovarian Syndrome (PMOS).
“Il nuovo nome riflette meglio la natura sistemica della sindrome, riconoscendo l’interazione tra alterazioni endocrine, metaboliche e ovariche. Parliamo di una condizione che riguarda circa una donna su otto e oltre 170 milioni di donne nel mondo. La ridefinizione nasce da un ampio processo internazionale di consenso multidisciplinare pubblicato su The Lancet, che ha coinvolto organizzazioni scientifiche, cliniche e associazioni di pazienti a livello globale. È importante sottolineare che non si tratta di una nuova malattia, ma di un’evoluzione della nomenclatura, con l’obiettivo di ridurre letture parziali, ritardi diagnostici e frammentazione dell’assistenza.”
“Per la medicina riproduttiva, questo cambio di prospettiva è particolarmente significativo. Le difficoltà ovulatorie e l’infertilità devono essere interpretate all’interno di un quadro biologico più ampio, in cui iperandrogenismo, insulino-resistenza, alterazioni metaboliche e disfunzione ovarica rappresentano componenti interconnesse di una stessa sindrome, che può manifestarsi in modo diverso nelle varie fasi della vita.”
“Serve però prudenza. Un nuovo nome non modifica automaticamente i criteri diagnostici, non introduce di per sé nuove terapie e non deve generare confusione nelle pazienti. Il suo valore dipenderà dalla capacità di tradurlo nella pratica clinica, attraverso formazione dei professionisti, comunicazione chiara e collaborazione tra ginecologi, endocrinologi, nutrizionisti, specialisti della fertilità e, quando necessario, professionisti della salute mentale.”
“Accogliamo questa evoluzione come un passaggio scientificamente importante, non come un punto di arrivo. La transizione sarà progressiva e dovrà accompagnarsi a un lavoro di implementazione nelle future linee guida internazionali, con l’obiettivo di migliorare diagnosi, stratificazione del rischio e continuità assistenziale lungo tutto l’arco della vita della donna.” Conclude il prof. Pellicer.