I Gen Z cercano una moda sostenibile oppure boicattono il brand


Il 51% dei giovani ha già “boicottato” un brand non sostenibile e quasi 8 su 10 sono pronti a rifarlo

Nasce Visualit, il marketplace che dona una seconda vita ai brand di moda

 

Il mercato della moda ha un nuovo giudice, ha vent’anni, frequenta mercatini dell’usato, sa riconoscere il greenwashing in pochi secondi e non crede più alle campagne sulla moda sostenibile dei brand, se non ci sono dati verificabili.  Infatti, 8 su 10 giovani della Gen Z sono disposti ad abbandonare il marchio che amano se non è davvero sostenibile. Non si tratta di intenzioni dichiarate ma non rispettate, al contrario il 51% ha già boicottato almeno un brand ritenuto socialmente iniquo o dannoso per l’ambiente. A rivelare l’attenzione dei più giovani verso le tematiche ambientali e sociali è l’Osservatorio sui Giovani e la Sostenibilità che mostra come, per questa generazione, la sostenibilità non è un valore aggiunto da sbandierare sui social, è il minimo indispensabile da garantire.

Cresciuta su Instagram e TikTok, dove smontare una narrativa fasulla richiede trenta secondi e tre commenti, la Gen Z ha il fiuto per il greenwashing, scovando in men che non si dica i brand che usano l’aggettivo “sostenibile” solo per far apparire migliori i loro prodotti. Neanche il prezzo li ferma dal fare la scelta più responsabile per il pianeta, secondo Deloitte, il 63% è disposto a pagare di più per prodotti o servizi sostenibili. Per i brand dell’industria fashion, non è più sufficiente offrire un buon prodotto: i più giovani pretendono la trasparenza sui materiali e i processi di produzione, altrimenti loro abbandonano il brand, preferendo uno che rispetta i loro valori.

2NDACT, piattaforma che sfrutta il proprio brevetto sulla tracciabilità del passaporto digitale dei prodotti nel mercato secondario, osserva come per chi è nato già nell’era della sostenibilità, il DPP sia un’infrastruttura di rispetto verso le persone e una base di fiducia verso i brand.

“La Gen Z non chiede ai brand di diventare sostenibili: parte dal presupposto che lo siano già, se scopre che non è così, non si fa problemi a rivolgersi a un’altra realtà. Capita ancora troppo spesso che abiti invenduti vengono etichettati come della nuova stagione e messi in vetrina a prezzo pieno, e i consumatori se ne accorgono. Il problema per i brand non è convincerli di essere sostenibili, ma di saperlo mostrare attraverso sistemi che non siano falsificabili, come il DPP”. spiega Enrico Pietrelli, co-founder di 2NDACT.

Il second hand come stile di vita

C’è un altro segnale che racconta bene questa trasformazione culturale: il mercato dell’usato, cresciuto negli ultimi decenni da nicchia a mainstream. Per Gen Z e Alpha il second hand non è un ripiego economico ma una risposta all’ansia da consumo, il desiderio di possedere meno capi, scelti meglio, con una storia verificabile dietro. Il guardaroba è diventato un manifesto, e ogni capo deve poter raccontare da dove viene. Inoltre secondo una recente analisi, l’80% dei giovani ha scoperto un nuovo brand acquistandolo prima di seconda mano e il 32% del loro guardaroba è già composto da capi usati,  segnali che indicano ai brand come il mercato secondario sia diventato uno dei principali canali di scoperta per questa generazione.

Non è solo una questione di valori, infatti il 49% acquista second hand per il puro “brivido della ricerca”, la caccia al pezzo vintage o fuori produzione che nessun altro ha. In un’era dominata dall’omologazione del fast fashion, trovare quel capo unico è diventato il nuovo modo di distinguersi, perché nel 2026 il vero vanto non è più il prezzo dell’ultimo modello, ma poter dimostrare di aver dato una seconda vita a qualcosa.

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I tre errori che i brand fanno ancora

Secondo 2NDACT, che lavora quotidianamente con brand del settore moda sulla tracciabilità della filiera, il ritardo con cui molte aziende stanno reagendo a questo cambiamento di aspettative dei giovani consumatori si spiega con tre errori ricorrenti:

  • Comunicare prima di fare: lanciare campagne green senza aver prima costruito una filiera verificabile. La Gen Z controlla, e quando non trova riscontri, non torna.
  • Trattare la sostenibilità come un progetto di marketing: una collezione eco-friendly all’anno non basta, i giovani vogliono coerenza su tutto il catalogo, non un’eccezione ben comunicata per far parte di un “trend”.
  • Non dare strumenti di verifica al consumatore: dichiarare non è dimostrare. Un brand che non permette a chi compra di verificare autonomamente quello che afferma sta chiedendo fiducia cieca a una generazione che non la concede.

“Ci siamo fatti una domanda semplice: se qualcuno volesse davvero verificare quello che un brand dichiara sulla sostenibilità, potrebbe farlo? Nella maggior parte dei casi, no. E noi abbiamo deciso che non va bene, perché abbiamo visto coi nostri occhi come i giovani scoprano un brand proprio attraverso l’usato: il second hand non è la fine del ciclo di vita di un capo, è spesso l’inizio di una relazione con il brand.” conclude Pietrelli.

Nei prossimi anni la Gen Z e Alpha diventeranno la forza d’acquisto dominante nella moda. I brand che continuano a trattare la sostenibilità come un progetto di comunicazione stagionale stanno costruendo una strategia per un consumatore che non li seguirà più.

agnesepriorelli

Giornalista