Cibo per cani: cosa NON dicono le etichette (nuovo studio)


Un nuovo studio peer-reviewed su 41 diverse tipologia di cibo per per cani evidenzia come le etichette nutrizionali raccontino solo una parte della storia

cibo per cani

Butternut Box, l’azienda leader in Europa nel settore del cibo fresco per cani, arriva ufficialmente in Italia e segna un punto di svolta per il settore della nutrizione canina, portando al centro del dibattito nazionale il rapporto tra processi industriali e salute animale.

L’azienda accompagna il proprio lancio in Italia con la presentazione di una ricerca scientifica di rilievo, recentemente pubblicata sul Journal of Animal Physiology and Animal Nutrition1 dal ricercatore Tolgahan Kocadağlı, dal professor Vural Gökmen con la collaborazione della Dottoressa Veterinaria Ciara Clarke di Butternut Box, che analizza come le alte temperature di cottura trasformino la composizione chimica degli alimenti per cani.

La qualità nutrizionale nel pet food

Lo studio è stato condotto analizzando 41 prodotti commerciali diversi, includendo crocchette, cibi freschi, liofilizzati, in scatola e “pantry fresh”, con l’obiettivo di mappare la presenza dei prodotti finali di glicazione avanzata, noti come AGEs. Si tratta di composti che si formano attraverso la reazione di Maillard durante il trattamento termico e che, secondo i dati raccolti, tendono ad accumularsi nell’organismo del cane a causa di una dieta poco variata e prolungata nel tempo.

La ricerca ha dimostrato che la temperatura di cottura rappresenta la variabile clinica più significativa: mentre il cibo fresco cotto delicatamente a 90°C mantiene i livelli di AGEs al minimo, i prodotti umidi in scatola o “pantry fresh” hanno, invece, registrato concentrazioni di gran lunga superiori, arrivando a superare del 120% i livelli di AGEs. Questo è dovuto ai processi di sterilizzazione ad alta pressione necessari per garantire la stabilità dei prodotti a temperatura ambiente.

Un aspetto particolarmente rilevante per i professionisti del settore riguarda la biodisponibilità delle proteine. I dati indicano che le alte temperature tipiche della produzione di crocchette causano un “blocco della lisina”, un processo chimico che rende questo aminoacido essenziale inutilizzabile per l’animale. Di conseguenza, la percentuale proteica dichiarata sulla confezione di molti prodotti estrusi può risultare fuorviante, poiché una parte della proteina è presente, ma non digeribile. Al contrario, la cottura delicata ha dimostrato di preservare più del doppio della lisina rispetto ai formati industriali tradizionali.” afferma la Dottoressa Ciara Clarke, medico veterinario di Butternut Box e co-autrice dello studio.

Il metodo di lavorazione fa la differenza

La qualità del profilo chimico del cibo per cani non è in alcun modo legata al posizionamento del prodotto sul mercato o alla fascia di prezzo, perchè anche i prodotti posizionati nei segmenti premium o “pantry-fresh” hanno mostrato livelli elevati di composti derivanti dal calore.

Questi risultati suggeriscono che è il metodo di lavorazione a determinare la qualità nutrizionale di una dieta. Per questo motivo, oggi più che mai, è necessario integrare le conversazioni sulla nutrizione clinica con considerazioni che vadano oltre la semplice lista degli ingredienti, guardando con attenzione ai processi termici e alla loro influenza sulla salute a lungo termine nei cani.” afferma la Dottoressa Ciara Clarke.

Con l’obiettivo di approfondire ulteriormente il legame tra chimica alimentare e salute, Butternut Box ha già avviato una collaborazione con la University of Surrey Vet School (Regno Unito) per uno studio longitudinale che monitorerà i biomarcatori della salute canina fino al 2027. L’azienda si pone così come un interlocutore scientifico per la comunità medico-veterinaria italiana, promuovendo un approccio alla nutrizione basato sulla trasparenza dei processi e sulla massima integrità nutrizionale.

1 https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/41739960/#:~:text=Abstract,)%20(p%20%3C%200.05