La controrivoluzione europeista: affluenza all’80%. Il 65% degli under 30 si è schierato contro il governo uscente
Budapest ha parlato. Anzi: ha urlato. Dopo sedici anni di potere ininterrotto, Viktor Orbán ha perso malissimo le elezioni ungheresi. Il partito Tisza di Péter Magyar ha conquistato 138 dei 199 seggi parlamentari, una supermaggioranza sufficiente a modificare la Costituzione e a sbloccare i fondi europei congelati da Bruxelles. Fidesz si ferma a 55. Il risultato è, per usare le parole dello sconfitto, “doloroso ma inequivocabile”.
Magyar, 45 anni, ha parlato davanti a decine di migliaia di persone radunate sulle rive del Danubio. Ha detto che la verità ha prevalso sulla menzogna. Il tono era da discorso storico. In un contesto, però, più prosaico: ha vinto perché Orbán aveva stancato. L’affluenza ha sfiorato l’80%, record assoluto. Il 65% dei votanti under 30 si è schierato contro il governo uscente.
La reazione internazionale è stata immediata. Von der Leyen ha parlato di cuore dell’Europa che batte più forte. Macron ha telefonato. Merz ha detto che non vede l’ora di collaborare. Tusk ha citato il risultato con una frecciata in ungherese alla Russia. Meloni si è congratulata con Magyar e ha ringraziato Orbán per “l’intensa collaborazione”.
A Washington il risultato brucia. Pochi giorni prima del voto, J.D. Vance era a Budapest per “aiutare” Orbán. Trump venerdì aveva promesso potenza economica al paese se Orbán fosse stato rieletto.
Magyar ha già chiarito che non invierà armi all’Ucraina e non accelererà il processo di adesione di Kiev all’UE. Sul resto – corruzione, media, magistratura – il cantiere è aperto. Fidesz ha avuto sedici anni per riempire ogni istituzione di fedelissimi. Smontare quella struttura richiederà tempo, volontà e una fortuna che i nuovi governi raramente hanno tutta insieme.
FONTE: AGENZIA DI STAMPA DIRE (WWW.DIRE.IT)