Mentre i negoziati in Pakistan con l’Iran fallivano, il presidente Usa Donald Trump era a bordo gabbia di un incontro UFC a Miami
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Mentre J.D. Vance saliva su un podio in Pakistan per annunciare al mondo che ventuno ore di negoziati con l’Iran non erano servite a nulla, nello stesso momento, a Miami, Donald Trump era seduto a bordo gabbia a guardare uomini che si prendevano a pugni. Arti marziali miste. Non è una metafora, è cronaca.
Il presidente degli Stati Uniti – teoricamente impegnato nella gestione di quella che potrebbe essere la crisi geopolitica più pesante degli ultimi decenni – ha trascorso la serata in compagnia di Vanilla Ice, Dan Bongino e Joe Rogan, mentre il pavimento della gabbia si macchiava del sangue rappreso del primo incontro. Rubio, a un certo punto, si è sporto per mostrargli lo schermo del telefono, probabilmente per aggiornarlo sul fallimento diplomatico in corso a diecimila chilometri di distanza. Trump non ha mostrato né delusione né rabbia. Ha offerto sorrisi forzati alle telecamere e un pollice su ai vincitori.
C’è qualcosa di programmaticamente rivelatore nel fatto che un presidente in guerra scelga l’UFC come balsamo per una settimana difficile. E’ estetica politica. La gabbia insanguinata, il pubblico esultante, la colonna sonora di Mortal Kombat che risuona mentre Rubio e Trump si consultano: tutto contribuisce a costruire una liturgia della mascolinità assertiva in cui la complessità è bandita per statuto. Non si negoziano accordi. Si vince. O si perde.
Trump, prima di partire per la Florida, aveva già preparato la sua exit strategy narrativa: “Vinceremo comunque. Li abbiamo sconfitti militarmente”. Era esattamente quello che aveva detto prima che iniziassero i negoziati. Il cerchio si chiude su se stesso non perché ci sia una strategia, ma perché la ripetizione la sostituisce.
FONTE: AGENZIA DI STAMPA DIRE (WWW.DIRE.IT)