Avvelenate con la ricina, l’avvocato del marito rinuncia all’incarico. Troppi “non ricordo”


L’avvocato che assisteva Gianni Di Vita ha comunicato la decisione di rinunciare all’incarico

campobasso

Arriva un colpo di scena nell’intricata vicenda del giallo di Pietracatella, in provincia di Campobasso, dove una donna di 50 anni, Antonella Di Ielsi, e la figlia 15enne, Sara Di Vita, sono morte pochi giorni dopo Natale dopo aver assunto della ricina, sembra avvelenate: l’avvocato che assisteva il marito e padre Gianni Di Vita ha rinunciato all’incarico. La decisione arriva a due giorni dall’audizione fiume – quasi 10 ore – a cui sono stati sottoposti in Procura sia Gianni Di Vita che la figlia maggiore, Alice, che ha 19 anni, per cercare di ricostruire i giorni tra il 23-24 dicembre e la morte della donna e della figlia, decedute il 27 e 28 dicembre.

L’interrogatorio

Durante l’audizione ci sarebbero diversi “Non ricordo”, pure su cosa avevano mangiato la sera della cena probabilmente ‘incriminata’, quella del 23, in seguito alla quale la moglie e la figlia di 15 anni sono morte di lì a 3 giorni: ma com’è possibile che l’uomo non si ricordi cosa avessero mangiato la sera in seguito alla quale sono cominciate a stare male? A maggior ragione considerando il fatto che la prima cosa a cui tutti avevano pensato, anche in ospedale, era un’intossicazione alimentare. Oltre a tanti “non ricordo”, durante l’audizione di Di Vita ci sarebbero stati anche momenti di confusione. E alcune cose dette da Di Vita e dalla famiglia sarebbero, scrive La Stampa, in parte contrastanti tra loro. In Procura, però, c’è massima riservatezza sul contenuto dei colloqui. In serata, dopo le 10 ore con Di Vita e la figlia, gli inquirenti hanno convocato d’urgenza anche una cugina, la persona da cui l’uomo e la 19enne sono andati a vivere dopo i fatti.

Il legale di Di Vita, dopo le audizioni, aveva detto: “Aspettiamo che l’autorità giudiziaria ci faccia una comunicazione ufficiale, posso solo dire che l’ultima volta che ho parlato con lui era molto addolorato per la tragedia avvenuta, ma allo stesso tempo sereno e tranquillo. Mi ha confermato di essere a posto con la sua coscienza”.

pasti ‘incriminati’ potrebbero essere o la cena del 23 dicembre (la sorella 19enne aveva mangiato una pizza con gli amici e quindi non era a cena), oppure il pranzo del 24, dove però la famiglia era dal nonno paterno.

Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita si sono sentite male la mattina del 25 e sono andate per la prima volta in ospedale. Poi, dopo essere tornate a casa, le loro condizioni sono peggiorate, con vomito e dolori addominali intensi. Nell’inchiesta, finirono indagati per omicidio colposo cinque medici dell’ospedale di Campobasso, che si pensava avessero sottovalutato i sintomi di una possibile intossicazione alimentare. Ma gli esiti degli esami tossicologici arrivati nelle ultime settimane hanno completamente ribaltato il quadro: nel sangue delle due donne c’erano tracce di ricina. Sostanza che invece non c’era in quello di Gianni Di Vita, che pure in quei giorni disse anche lui di sentirsi male, tanto che dopo il decesso delle donne venne fatto ricoverare per precauzione allo Spallanzani di Roma. Poi fu dimesso senza alcuna conseguenza. Anche la figlia maggiore venne posta sotto osservazione, ma senza manifestare alcun sintomo. Alla cena del 23 erano presenti in tre, al pranzo del 24 c’era tutta la famiglia: a casa del nonno Antonella portò delle cose cucinate da lei. La famiglia cenò riunita anche il 24 sera, stavolta a casa della nonna paterna. Quando hanno assunto la ricina? E perchè loro due sì e il padre no? Il fascicolo della Procura di Larino ipotizza il duplice omicidio premediato.

Gli investigatori, oltre a continuare le audizioni di parenti e amici, torneranno anche nella casa della famiglia (rimasta sotto sequestro da Natale) per fare ulteriori controlli e cercare tracce di ricina. Si punta a ricostruire ogni dettaglio di quanto accaduto tra il 23 e il 24 dicembre. Si attende anche la relazione completa dei medici legali sulle autopsie. Altri accertamenti verranno fatti per capire dove sia stata acquistata la ricina (potente veleno di non facile reperibilità, probabilmente sul dark web) e sui regali gastronomici ricevuti da Gianni Di Vita in quei giorni: commercialista ed ex sindaco, riceveva omaggi in particolare sotto le festività. Ma chi potrebbe aver voluto avvelenare l’intera famiglia? E se invece l’avvelenamento fosse avvenuto all’interno della famiglia, davvero sia la 50enne che la figlia erano destinatarie della ricina? Oppure la bambina la potrebbe aver assunta per errore? Le indagini continuano senza sosta.

 

FONTE: AGENZIA DI STAMPA DIRE (WWW.DIRE.IT)