Violenze sessuali, molestie e abusi nelle redazioni dei media italiani


L’inchiesta nasce da 100 giornaliste che hanno subito discriminazioni, in molti casi con gravi conseguenze: tentativi di suicidio, ricorso a psicofarmaci, dimissioni e abbandono della professione

molestie sessuali

«Sono stata stuprata dall’editore della redazione per cui lavoravo». Adele (pseudonimo di una giornalista che, come le altre intervistate per questa inchiesta, ha scelto l’anonimato per timore di ripercussioni) racconta a IrpiMedia la violenza sessuale che ha subito quando aveva trent’anni.

«Non c’erano mai stati segnali che mi avessero fatto avere paura di lui. Era un padre di famiglia, mi sembrava una persona per bene. Un giorno mi ha aggredita nel suo ufficio: io prima ho cercato di respingerlo, poi mi sono bloccata perché avevo paura di essere picchiata. La violenza è durata una ventina di minuti». Adele, una volta in strada, ha cominciato a piangere ed è andata alla stazione dei treni, pensando di buttarsi sui binari.

Inizialmente non ha raccontato nulla a nessuno. Qualche giorno dopo si è confidata con un collega della redazione che però ha pensato che lei si fosse inventata tutto e le ha affibbiato l’appellativo di “psycho”. «Mi sono messa in malattia e poi licenziata», racconta. Il malessere è aumentato nel corso dei mesi successivi fino a quando Adele ha tentato il suicidio. L’hanno trovata in casa i familiari, impensieriti perché non rispondeva al telefono, priva di sensi. Finita in ospedale, ha raccontato tutto allo psichiatra. Ha saputo che altre due persone della stessa redazione sono state stuprate dall’editore; entrambe se ne sono andate senza denunciare.

L’INCHIESTA

Adele è una delle 100 giornaliste intervistate per indagare il fenomeno della violenza sul lavoro, delle molestie sessuali e delle discriminazioni di genere nei media italiani (giornali cartacei e online, agenzie di stampa, radio e televisioni). “Violenze sessuali, molestie e abusi nelle redazioni dei media italiani” è il titolo dell’indagine che porta la firma di Alessia BisiniFrancesca CandioliRoberta Cavaglià e Stefania Prandi.

L’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) definisce molestie sessuali «gli atti indesiderati, non reciproci e imposti» che possono includere, tra gli altri, toccamenti, sguardi, linguaggio sessualmente allusivo, riferimenti alla vita privata delle persone e al loro orientamento sessuale e commenti sull’aspetto fisico. Possono essere eventi isolati, ma anche un insieme di atti ripetuti nel tempo.

Del problema si era già occupata la Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi) nel 2019 con un sondaggio realizzato in collaborazione con la statistica Linda Laura Sabbadini. L’85% delle 1.132 giornaliste che avevano partecipato all’indagine del sindacato dei giornalisti aveva dichiarato di avere subito molestie almeno una volta nel corso della vita professionale. Sono trascorsi sette anni dalla pubblicazione di quell’indagine e la nostra inchiesta dimostra che il fenomeno persiste.

DALLE MOLESTIE VERBALI E BACI FORZATI FINO ALLA VIOLENZA: COSA RIVELA L’INCHIESTA

Le testimonianze raccolte compongono un mosaico complesso: dalle molestie verbali ai baci forzati, dai contatti non consensuali ai ricatti, fino a episodi di violenza e tentata violenza sessuale”, spiega Stefania Prandi, co-autrice. “Un lavoro di oltre un anno, faticoso, molto faticoso, spero davvero- è il suo auspicio- che possa aiutare tutte le colleghe giornaliste. Solo a livello collettivo possiamo cambiare qualcosa, gli individualismi non servono a molto”.

DANNI PSICOLOGICI, PROFESSIONALI, DI REDDITO

Secondo l’inchiesta a compiere le molestie e le discriminazioni sono stati, in gran parte dei casi, direttori e caporedattori. A essere colpite, quasi in egual misura, assunte e freelance. Sono state documentate conseguenze sulla salute mentale di chi ha subito violenze e abusi, tra i quali tentativi di suicidio e un frequente ricorso a psicoterapia e psicofarmaci per arginare il malessere. C’è chi ha cercato di togliersi la vita in seguito a uno stupro in redazione ed è stata ricoverata in ospedale. Le molestie sessuali “causano interruzioni di carriera- spiega la nota di presentazione- periodi di disoccupazione e perdita di reddito, costringendo chi le subisce a lasciare il lavoro per evitare maltrattamenti”.

IL PRESSING PER L’USO DEL MASCHILE E DI FOTO ‘SESSUALIZZANTI’

Si riporta anche la stima data da uno studio di consulenza del lavoro a una delle fonti, per il danno economico subito a causa di un ricatto sessuale che le ha fatto perdere nel corso degli anni l’avanzamento di carriera. “La cifra, calcolata su 22 anni di lavoro, supera il milione di euro”. O ancora: si affronta anche la difficoltà incontrata da chi vuole usare un linguaggio di genere. “Mi prendevano in giro perché volevo usare un linguaggio corretto. Mi dicevano che ero una fissata. Le ho provate tutte per sopravvivere”, riporta una delle testimoni. “Interi articoli declinati al femminile riscritti da capi usando il maschile sovraesteso, nonostante le carte deontologiche appese in redazione. Discussioni continue per un titolo o una foto che non sessualizzasse le intervistate”.

 


Per leggere l’inchiesta integralehttps://irpimedia.irpi.eu/molestie-sessuali-media-italiani/