Alimenti ultraprocessati aumentano il rischio di mortalità


Secondo uno studio pubblicato sull’American Journal of Preventive Medicine, l’assunzione di cibi ultraprocessati è associata a un aumento del rischio di mortalità

Meno acidi grassi trans nei prodotti industriali

Secondo uno studio pubblicato il 28 aprile sull’American Journal of Preventive Medicine, l’assunzione di alimenti ultraprocessati è associata a un aumento del rischio di mortalità per tutte le cause. I ricercatori hanno riscontrato una relazione lineare dose-risposta: per ogni aumento del 10% nella quota di alimenti ultraprocessati nella dieta, il rischio di mortalità generale cresce del 3%.

Il consumo di alimenti ultraprocessati (UPF), come snack confezionati, bibite zuccherate, piatti pronti e cereali da colazione industriali, è in costante aumento in tutto il mondo. Sebbene rappresentino una soluzione comoda e a basso costo per milioni di persone, numerose ricerche indicano un collegamento diretto tra questi prodotti e gravi problemi di salute.
Questo nuovo studio internazionale lancia un segnale d’allarme definitivo: l’assunzione di cibi ultraprocessati è associata a un aumento della mortalità per tutte le cause e il loro impatto sulla salute pubblica è ormai quantificabile.

Lo studio, condotto da Eduardo A.F. Nilson, della Fondazione Oswaldo Cruz di Brasília (Brasile), si basa su una meta-analisi dose-risposta di sette studi di coorte osservazionali, con un totale di 239.982 partecipanti e 14.779 decessi.
L’obiettivo era esaminare il legame tra consumo di cibi ultraprocessati e mortalità per tutte le cause, stimando anche la frazione di mortalità prematura attribuibile a tali alimenti in otto paesi con diversi livelli di consumo: basso, intermedio e alto.
Gli autori hanno calcolato il rischio relativo (RR) di morte per ogni aumento del 10% della quota di alimenti ultraprocessati nella dieta quotidiana. Il risultato è un incremento medio del 2,7% nel rischio di mortalità per tutte le cause (RR=1.027, IC 95%=1.017–1.037).

Un peso sanitario crescente nei paesi ad alto reddito
L’indagine si è spinta oltre, stimando anche le “frazioni attribuibili di popolazione” (PAF), ovvero la percentuale di morti premature (30–69 anni) riconducibili al consumo di UPF in otto paesi selezionati, con livelli diversi di esposizione: basso consumo: Colombia, Brasile; intermedio: Cile, Messico; alto consumo: Australia, Canada, Regno Unito, Stati Uniti
I risultati variano sensibilmente: in Colombia, dove gli UPF rappresentano meno del 20% dell’apporto energetico quotidiano, circa il 4% delle morti premature è attribuibile a questi alimenti. In Regno Unito e Stati Uniti, dove superano il 50% della dieta media, si sale a quasi il 14%. In numeri assoluti, sono oltre 124.000 decessi all’anno solo negli USA, contro poco più di 2.000 in Cile.

I risultati mostrano stime che variano dal 4% in Colombia (dove il consumo è relativamente basso) al 14% nel Regno Unito e negli Stati Uniti (dove il consumo è elevato). Questo significa che, in questi ultimi paesi, fino a un decesso prematuro su sette potrebbe essere attribuito all’eccesso di cibi ultraprocessati.
Gli autori sottolineano che “l’adesione a un modello alimentare basato su cibi ultraprocessati rappresenta una seria preoccupazione per la salute pubblica nei paesi a medio e alto reddito.” Alla luce di questi dati, suggeriscono l’adozione di politiche regolatorie e fiscali per creare ambienti alimentari più sani e ridurre il consumo di tali prodotti.

Una dieta che sostituisce quella tradizionale
Secondo la classificazione NOVA, gli alimenti ultraprocessati non sono semplicemente “trasformati”, ma prodotti industriali complessi ottenuti da sostanze derivate da cibi naturali, spesso con aggiunta di additivi per migliorarne gusto, colore o consistenza. Sono poveri di fibre, vitamine e minerali, ma ricchi di zuccheri aggiunti, sale, grassi saturi e ingredienti artificiali. Il loro successo è legato a un mix di praticità, lunga conservazione, forte marketing e prezzo contenuto.
Tuttavia, la loro diffusione sta minando le basi della dieta tradizionale, soprattutto nei paesi a medio e alto reddito. Se in America Latina (Brasile, Colombia) la percentuale di energia proveniente dagli UPF resta sotto il 20%, in paesi come Canada e Australia si attesta attorno al 40%, mentre negli Stati Uniti e nel Regno Unito supera il 50%.

Evidenze sempre più solide
L’associazione tra consumo di UPF e patologie croniche è ormai ben documentata. Oltre al rischio di mortalità generale, studi precedenti hanno collegato queste abitudini alimentari a un aumento del rischio di obesità, diabete di tipo 2, ipertensione, malattie cardiovascolari, alcuni tumori e perfino disturbi della salute mentale. Una recente “umbrella review” ha analizzato quasi 10 milioni di persone in 45 studi diversi, identificando 32 esiti negativi associati a una dieta ricca di ultraprocessati.
Finora, la maggior parte delle ricerche epidemiologiche si era concentrata su singoli nutrienti o alimenti (es. zuccheri aggiunti, carne rossa, bevande zuccherate). Questo studio rappresenta uno dei primi tentativi sistematici di quantificare l’effetto complessivo degli ultraprocessati sulla mortalità generale, consolidando un trend preoccupante.

Implicazioni per le politiche pubbliche
Gli autori concludono che il consumo di cibi ultraprocessati è un fattore di rischio significativo per la salute pubblica, soprattutto nei paesi a reddito medio-alto, dove questi prodotti stanno sostituendo la dieta tradizionale basata su alimenti freschi e preparazioni casalinghe. Alla luce dei dati, raccomandano che le linee guida nutrizionali nazionali tengano conto non solo dei nutrienti, ma anche del grado di trasformazione industriale degli alimenti.
Si sottolinea l’importanza di promuovere ambienti alimentari sani, anche attraverso interventi di politica pubblica: regolamentazioni sulla pubblicità, etichettatura chiara, tasse sugli alimenti meno sani e incentivi per la produzione e il consumo di cibi freschi e minimamente trasformati.

In conclusione, la crescente dipendenza da cibi ultraprocessati non è solo una questione di scelte personali, ma una sfida collettiva che richiede risposte sistemiche. In un mondo in cui le malattie croniche rappresentano la prima causa di morte, ridurre il consumo di ultraprocessati deve diventare una priorità di sanità pubblica, con l’obiettivo di salvare milioni di vite nei decenni a venire.

Eduardo A F Nilson et al., Premature Mortality Attributable to Ultraprocessed Food Consumption in 8 Countries. Am J Prev Med. 2025 Apr 2:S0749-3797(25)00072-8.
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