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Sclerosi multipla: terapie anti-CD20 efficaci dopo lo switch da natalizumab

Sclerosi multipla: cure personalizzate con cladribina

Uno studio ha dimostrato che l’uso di terapie anti-CD20 dopo natalizumab sono apparsi efficaci nel trattamento della sclerosi multipla

In uno studio su piccola scala, presentato a Milano durante il meeting congiunto ECTRIMS-ACTRIMS, i risultati hanno mostrato che l’uso di terapie anti-CD20 dopo natalizumab sono apparsi efficaci nel trattamento della sclerosi multipla (SM), con la maggior parte dei casi correlati di progressione di malattia indipendenti dall’attività di recidiva (PIRA).

La ricercatrice Inês Correia, del Dipartimento di Neurologia dell’Ospedale e del Centro Universitario di Coimbra (Portogallo), e colleghi hanno studiato un campione di 59 pazienti, la maggior parte dei quali con SM recidivante-remittente e con un’età media di 39,33 anni al momento dello switch da natalizumab.

Il rischio di riattivazione del virus JC
Natalizumab, che è stato approvato nel 2004, è considerato un agente altamente efficace; tuttavia, comporta un rischio significativo di sviluppare una leucoencefalopatia multifocale progressiva (PML), malattia pericolosa per la vita causata dalla riattivazione del virus JC.

Nello studio retrospettivo, i pazienti con SM sono passati da natalizumab a una terapia anti-CD20 (rituximab, ocrelizumab o ofatumumab). Nel sottogruppo rituximab (n = 23), il 21,7% dei pazienti ha effettuato lo switch per motivi di inefficacia, mentre nel gruppo ocrelizumab (n = 29) la maggior parte dei pazienti lo ha fatto per problemi di sicurezza (96,6%). La maggior parte della coorte totale era di sesso femminile (69,5%) e i dati demografici, clinici e di sicurezza sono stati valutati nel tempo.

Nessun aumento dei tassi annualizzati di recidiva
Nel gruppo rituximab, dopo una durata media del trattamento di 48,57 mesi, i tassi annualizzati di recidiva (ARR) sono stati ridotti da 0,65 a 0,08 (P = 0,007); tuttavia, la maggior parte dei pazienti (43,5%) ha continuato a mostrare attività di malattia.

Alla fine del follow-up, quasi tre quarti (9,3%) dei pazienti non hanno mostrato alcuna progressione della disabilità nonostante un aumento significativo dei punteggi complessivi della Expanded Disability Status Scale (EDSS) (3,65 vs 5,15; P = 0,022). I ricercatori hanno determinato che la metà di questi pazienti aveva una progressione correlata a PIRA. La terapia è stata interrotta nel 31,9% dei pazienti, nella maggior parte dei casi in relazione all’inefficacia (66,7%).

Nel sottogruppo ocrelizumab, le segnalazioni di attività della malattia sono state molto più basse, poiché solo il 13,8% dei pazienti trattati ha mostrato tale attività in un periodo di 18 mesi. Durante questo periodo, non ci sono stati cambiamenti significativi nell’ARR (0,03 vs 0,07) o nell’EDSS (2,4 vs 2,52), con un peggioramento della disabilità riportato nel 10,3% dei pazienti, tutti correlati a PIRA.

Tra coloro che sono passati a ofatumumab (n = 7), i ricercatori non hanno osservato recidive né modificazioni significative dell’EDSS medio (2,0 vs 2,14) lungo una durata di trattamento di 6,86 mesi. Il passaggio a questa terapia è stato legato esclusivamente a problemi di sicurezza, senza ricadute nell’anno precedente. PIRA è stata segnalata in 1 paziente e tutti gli individui hanno continuato il trattamento con ofatumumab.

Ridimensionate le ‘exit-strategies’ descritte in letteratura
Esiste in letteratura la descrizione di ‘exit-strategies’ per i pazienti che potenzialmente cercano di interrompere il trattamento con natalizumab.

Uno studio osservazionale retrospettivo pubblicato nel 2001 su “Neurotherapeutics” aveva confrontato l’efficacia, la tollerabilità e la sicurezza del trattamento con terapia modificante la malattia (DMT) in pazienti con SM recidivante con un alto indice di anticorpi del virus JC e almeno 24 infusioni nello switch da natalizumab a ocrelizumab (n = 64), rituximab (n = 36) o cladribina (n = 20).

L’esito primario dello studio era l’ARR con un’attività di risonanza magnetica aggiuntiva dopo 12 mesi e 12 settimane di progressione confermata della disabilità (CDP).

A conclusione di tale studio, i modelli di ponderazione del trattamento a probabilità inversa (IPTW) aggiustati per il punteggio di propensione hanno rivelato che i pazienti trattati con ocrelizumab avevano un rischio inferiore di ARR rispetto a quelli che erano passati a cladribina (ExpB, 0,485; IC 95%, 0,264-0,893; P = 0,20). Questo risultato è stato confermato anche per l’attività di risonanza magnetica a 12 mesi (ExpB, 0,248; 95; IC 95%, 0,065,0,948; P = 0,042).

Queste le conclusioni dei ricercatori
Per quanto riguarda la CDP, non sono state riscontrate, alla fine del follow-up, differenze tra il tre gruppi di switch. Nel complesso, i DMT utilizzati hanno avuto un buon profilo di sicurezza senza casi di PML.

Fonte:
Cuhna C, Matos S, Carvalho IV, et al. Effectiveness of anti-CD20 therapies after natalizumab. Abstract n.2161/P723. ECTRIMS-ACTRIMS 2023, Milano. leggi

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