Contratto di lavoro a tempo indeterminato: le modifiche possibili


Si può modificare un contratto di lavoro a tempo indeterminato? Ecco quali sono le opzioni disponibili per datore di lavoro o dipendente

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Supponiamo che un bel giorno il tuo datore di lavoro si presenti da te e ti comunichi l’intenzione di modificare il tuo contratto di lavoro a tempo indeterminato in uno a tempo determinato. Lo può fare? E soprattutto: si può, in genere, modificare un contratto di lavoro a tempo indeterminato?

A rigor di logica, tutti ci auspichiamo che si verificasse l’ipotesi opposta, ossia che un contratto di lavoro passi da determinato ad indeterminato, ma si sa, in Italia tutto ciò che è regola diventa eccezione e viceversa.

Per rispondere quindi ai nostri due quesiti: sì, esiste la possibilità che un contratto di lavoro a tempo indeterminato venga modificato, ma solo a date condizioni e sulla base di specifici requisiti.

Prima di procedere, però, facciamo chiarezza in merito alla definizione di contratto di lavoro a tempo indeterminato e determinato.

Differenza tra Contratto Indeterminato e Determinato

In generale, un contratto individuale di lavoro consiste in accordo tra due parti, il datore di lavoro e il lavoratore, in base al quale il primo si impegna a versare all’altro un salario stabilito a fronte dell’impegno che l’altro si assume a lavorare (full-time o part-time) per il datore per un dato periodo di tempo (a termine o indeterminato) indicato nel contratto.

A questo proposito, le parti possono stabilire un limite o meno alla durata del rapporto di lavoro. Sulla base di questo si distingue tra contratto di lavoro a tempo determinato e indeterminato.

Contratto a Tempo Indeterminato
Si tratta in questo caso di una tipologia contrattuale in cui non è prevista una fine del rapporto di lavoro e quindi della sua durata: che è appunto indeterminata.

Stipulare un contratto di lavoro a tempo indeterminato è senza dubbio la massima aspirazione per un lavoratore, vuoi per una questione di sicurezza economica, vuoi per tutta una serie di tutele e garanzie che questo tipo di contratto riconosce al lavoratore dipendente.

Si tratta, tuttavia, di una tipologia che, dal punto di vista del datore di lavoro, comporta oneri e costi maggiori in termini di tasse e contributi previdenziali da pagare; per questo, una tantum, vengono proposti incentivi in favore delle aziende che decidono di assumere dipendenti con contratto di lavoro a tempo indeterminato.

Il fatto che non vi sia una durata fissata al rapporto di lavoro non esclude, ovviamente, la possibilità di procedere ad una risoluzione dello stesso. Entrambe le parti hanno a disposizione due opzioni:

inviare un preavviso, secondo modi e tempi stabiliti nel contratto o dalle regole del CCNL di categoria, in cui si dichiara la volontà di porre fine al rapporto di lavoro a partire da un dato giorno (è bene, però, ricordare che, qualora fosse il lavoratore a procedere con il licenziamento non avrà diritto all’indennità di disoccupazione);
licenziamento per giusta causa, laddove si siano verificati fatti o atti che rendono improseguibile, anche per un breve periodo, il rapporto di lavoro.

Contratto a Tempo Determinato
Di contro, un contratto a tempo determinato si caratterizza per il fatto di prevedere una data di risoluzione del rapporto. La durata del rapporto di lavoro è dunque un elemento fondamentale, anche perché da questa dipende, ad esempio, il diritto all’indennità di disoccupazione.

Si tratta di una tipologia di contratto sempre più diffusa e ciò è dovuto, senza dubbio, ai minori costi gravanti sul datore di lavoro, ma anche ad altri motivi contingenti, come ad esempio la necessità temporanea di manodopera per portare avanti un lavoro o un progetto o per sostituzione di un dipendente assente per malattia o maternità.

Una particolarità del contratto è quella di consentire, al termine, il rinnovo per un numero pari, superiore o inferiore della durata, non potendosi, tuttavia, oltrepassare un dato numero di volte stabilito dalla legge.

Il Contratto Indeterminato si può Modificare?
Come accennato all’inizio, esiste la possibilità di modificare le condizioni e i termini del contratto di lavoro, ma come e con quali modalità?

Per chiarire questo punto, procederemo con due casi tipici e vedremo se e quali opzioni ci sono.

Modificare il Contratto da Indeterminato a Determinato (o viceversa)
Per spiegare come modificare il contratto da indeterminato a determinato, riprendiamo l’esempio presentato all’inizio di questo approfondimento.

Il datore di lavoro, così come il lavoratore, ha la libertà di richiedere la modifica della durata del rapporto di lavoro stabilita in contratto. Tuttavia, non può operare questa modifica autonomamente, ma è necessario il consenso del lavoratore, o meglio, è necessario il consenso di entrambe le parti.

E’ evidente che difficilmente il lavoratore faccia opposizione se il datore vuole modificare il contratto da determinato a indeterminato, ma anche in questo caso deve essere espresso il consenso da entrambe le parti.

Quale sia la modifica, una cosa è certa: nel caso si dovesse giungere alla modifica devono essere rispettate tutte le condizioni che l’ordinamento stabilisce per quel tipo di contratto.

Modifica dei Termini e Condizioni del Contratto
Oltre alla durata del contratto, le modifiche possono riguardare altri parametri, come per esempio la riduzione del salario, lo spostamento del lavoratore in un altro settore, e così via.

Anche qui vale la regola vista in precedenza: per effettuare queste modifiche è necessario il consenso di entrambe le parti.

E’ prevista dalla legge di procedere a modifiche unilaterali da parte del datore di lavoro nell’ipotesi in cui queste siano in senso migliorativo, ma in nessun caso può farlo quando vuole imporre condizioni peggiorative al lavoratore.

In tutto questo, il lavoratore dissenziente, può opporre il rifiuto a procedere con la modifica?

Rifiuto di Modificare il Contratto a Tempo Indeterminato
Il lavoratore può opporre sempre il rifiuto a qualsiasi modifica del contratto e il consenso non gli può essere imposto, ad esempio, con la minaccia di un licenziamento o con pressioni di qualsivoglia natura.

Se dovessero verificarsi queste ipotesi, il lavoratore può opporsi inviando al datore di lavoro una impugnativa stragiudiziale del licenziamento, una lettera, cioè, con cui comunica al datore l’intenzione di impugnare il licenziamento, procedendo a trasmetterla al tribunale entro 180 giorni dalla data di invio della lettera di impugnazione.

Il datore a questo punto può opporre come unica ‘arma’ a sua difesa, la prova che le modifiche del contratto sono state determinate da fattori oggettivi e soggettivi imprescindibili, dimostrando che quella era la soluzione migliore per evitare il licenziamento dovendo altrimenti ricorrere a questo.

Da parte sua il lavoratore deve dimostrare la situazione opposta, ossia la natura ritorsiva del licenziamento dovuta al rifiuto delle modifiche, e qualora il giudice dovesse dargli ragione al lavoratore spetta il reinserimento nel posto di lavoro e il risarcimento, da parte del datore di lavoro, di tutte le retribuzioni dovute al dipendente se non fosse stato licenziato, insieme al pagamento dei contributi previdenziali ed assistenziali.