Il dato emerge dal “XIII Rapporto sulle entrate fiscali e sul finanziamento del welfare”, presentato al Cnel
Report di Itinerari Previdenziali sulle dichiarazioni dei redditi rivela che circa 24,8 milioni di italiani non versano alcun euro di IRPEF.
L’Osservatorio Itinerari Previdenziali, presentato al CNEL nel corso delle celebrazioni per l’80° anniversario CIDA, evidenzia l’insostenibilità del sogno italico di un welfare generoso, finanziato però con il contributo di pochi: quasi la metà degli italiani non ha redditi e quindi vive di fatto “a carico” di altri cittadini.
Dati e numeri
Il totale dei redditi prodotti nel 2024 e dichiarati nel 2025 ai fini IRPEF è ammontato a 1.076 miliardi, per un gettito generato al netto del TIR di 216,24 miliardi di euro. Un conto da 200 miliardi che a pagare sono però i “soliti noti”: nonostante aumentino sia i dichiaranti, vale a dire 42.837.963 persone che hanno presentato una dichiarazione dei redditi, sia i versanti, vale a dire 34.105.072 soggetti che hanno effettivamente corrisposto almeno 1 euro di IRPEF, il carico fiscale del Paese continua a gravare sulle spalle di quei circa 8 milioni di contribuenti che dichiarano 35mila euro lordi l’anno – all’incirca 2mila euro netti al mese – e versano il 65% di tutta l’Imposta sui Redditi delle Persone Fisiche. Sul versante opposto, sono circa 24,8 milioni gli italiani che non dichiarano redditi, corrispondendo poco o nulla delle imposte dirette necessarie, tra le altre cose, a sostenere i costi del nostro welfare.
In pratica una narrazione distante che vuole (tutti) gli italiani oppressi dalle tasse, che dovrebbe quantomeno invitare a riflettere media, sindacati e politica su equità e sostenibilità del sistema di protezione sociale del Paese.
Chi sostiene il finanziamento del welfare italiano?
Come rilevato dal report, nel 2024 sono occorsi 138,33 miliardi per la spesa sanitaria, 180,5 per l’assistenza sociale e altri 13,5 per il welfare degli enti locali. Per finanziare solo queste tre funzioni che, in assenza di contributi di scopo pesano sulla fiscalità generale, è stato sostanzialmente necessario utilizzare tutte le imposte dirette (IRPEF, IRES, IRAP, ISOST e addizionali territoriali), per un totale di 325,27 miliardi, e almeno altri 7 miliardi di imposte indirette.
.Per garantire la sola sanità a questa metà della popolazione, occorre dunque che altri cittadini si carichino di una spesa pari a 54,45 miliardi. A salire, con redditi lordi tra 20 e 26mila euro si contano poi 6,65 milioni di cittadini, che versano in media 3.284 euro (2.384 per cittadino), mentre tra 26 e 29mila euro lordi altri 3 milioni e poco più di versanti, che corrispondono 4.413 euro ciascuno, vale a dire 3.205 euro se rapportati al numero di cittadini. In sintesi, gli italiani con redditi fino a 29mila euro rappresentano il 69,78% del totale e pagano il 21,33% di tutta l’IRPEF, un’imposta di 46 miliardi, pari a un terzo della spesa sanitaria.
Quanti dichiarano dai 35mila euro lordi in su rappresentano invece il 18,78% del totale contribuenti e pagano il 65% di tutta l’IRPEF. Tenendo conto anche dei redditi tra i 29mila e i 35mila euro (l’11,44% del totale), l’analisi mostra come il 30,22% degli italiani corrisponda il 78,67% dell’IRPEF. Una fotografia appunto distante dal falso mito che vuole l’intera popolazione italiana tartassata dal fisco e dalle eccessive imposte.
I paradossi del fisco italiano
A dichiarare 300mila euro lordi l’anno (circa 155mila euro al netto di imposte, contributi e oneri indeducibili) sono solo 58.700 cittadini, lo 0,1% della popolazione italiana. Nel complesso, questa fascia di contribuenti versa il 6,49% di tutta l’IRPEF, per un valore di 14,03 miliardi e un importo pro capite di 238.006 euro: da soli, corrispondono cioè più IRPEF di 27,8 milioni di cittadini con redditi fino a 20mila euro i quali, in totale, versano 10,84 miliardi. Tra 200 e 300mila euro di reddito si colloca lo 0,21% dei contribuenti, 89.558 persone che pagano il 3,63% dell’IRPEF, e tra 100mila e 200mila euro altri 597.357 versanti, che versano 26,2 miliardi di euro, pari al 12,14% del totale. Complessivamente, dunque, questi tre scaglioni di reddito – cui corrispondono 745.615 persone, l’1,75% dei contribuenti/versanti – pagano il 22,25% dell’IRPEF: soggetti che, pur dando con le loro imposte un contributo fondamentale al Paese – sono sostanzialmente trascurati da ogni proposta di sindacati e politica, e anzi spesso “minacciati” di ulteriori imposte o tagli, come la patrimoniale.
Proseguendo nell’analisi per scaglioni di reddito, seguono poi 1,9 milioni di contribuenti che dichiarano redditi annui compresi tra 55mila a 100mila euro, i quali versano 39,75 miliardi per un importo medio di 20.634 euro, e i dichiaranti tra 35mila e 55mila euro (5,33 milioni), che pagano 52,6 miliardi di imposta con un versamento medio di 9.815 euro.
Proposte e possibili “soluzioni”
Dinanzi a differenze tra le diverse classi e categorie di contribuenti troppo marcate per risultare pienamente credibili, anche alla luce delle statistiche che vogliono il nostro Paese primeggiare in Europa anche per economia sommersa, la pubblicazione propone dunque soluzioni che sappiano superare il fin troppo banalizzante dualismo tra “ricchi” e “poveri” e soprattutto maggiormente calate sulla realtà. In particolare, se il contrasto di interessi tra clienti e fornitori diretti di beni e servizi potrebbe rivelarsi un buon modo per favorire l’emersione e al tempo stesso agevolare le finanze delle famiglie italiane, una profonda revisione dell’ISEE e la messa a punto di una banca dati centralizzata dell’assistenza sembrano le vie lungo le quali limitare fenomeni di elusione fiscale, consentendo allo Stato di aiutare in maniera più mirata ed efficace solo quanti si trovano in una condizione di reale bisogno. Nel 2025 sono stati 10,369 i nuclei familiari che hanno fatto richiesta per la DSU, la Dichiarazione Sostitutiva Unica necessaria a ottenere la certificazione ISEE: tenendo conto di una media di 2,9 componenti a nucleo, sono più di 29 milioni gli italiani che dunque hanno usufruito di agevolazioni sotto forma di denaro o servizi. Cifre che descrivono la parabola di uno strumento pensato per le vere fragilità ma oggi divenuto di massa e spesso inefficiente, in assenza di controlli e prove dei mezzi meno facilmente aggirabili.

