Una strategia diagnostica accelerata per identificare o escludere l’infarto miocardico acuto in pronto soccorso si è dimostrata sicura quanto l’approccio tradizionale
Una strategia diagnostica accelerata per identificare o escludere l’infarto miocardico acuto in pronto soccorso si è dimostrata sicura quanto l’approccio tradizionale, ma non ha ridotto il tempo complessivo di permanenza dei pazienti né aumentato le dimissioni dirette dal dipartimento di emergenza. È quanto emerge dal trial PRESC1SE-MI e da una meta-analisi su dati individuali di tutti gli studi randomizzati disponibili, presentati in una Hot Line dell’ESC Congress 2026 e pubblicati in contemporanea su The Lancet.
Ogni anno oltre 30 milioni di persone nel mondo si presentano in pronto soccorso con un sospetto infarto miocardico. Disporre di metodi rapidi e accurati per confermare o escludere la diagnosi è quindi cruciale: da un lato per garantire un trattamento tempestivo ai pazienti con infarto, dall’altro per dimettere rapidamente e in sicurezza chi non necessita di ricovero, contribuendo potenzialmente a ridurre il sovraffollamento dei dipartimenti di emergenza.
Il percorso accelerato “0/1 ora”
Il co-principal investigator del trial, Jasper Boeddinghaus (University Hospital Basel e University Hospital Bonn), ha ricordato la genesi del percorso diagnostico “0/1 ora”, sviluppato per accelerare la diagnosi rispetto allo schema tradizionale basato su misurazioni seriali della troponina cardiaca ad alta sensibilità a distanza di tre ore.
L’approccio combina la valutazione clinica con il dosaggio della troponina al momento della presentazione e una seconda misurazione dopo un’ora, utilizzando sia i valori assoluti sia la loro variazione per classificare rapidamente i pazienti.
I risultati degli studi prospettici hanno portato all’inclusione dell’algoritmo “0/1 ora” nelle Linee Guida ESC. Tuttavia, secondo Boeddinghaus, sono rimasti dubbi sulla sicurezza e, soprattutto, sull’effettiva capacità della strategia di tradurre una diagnosi biochimica più rapida in un percorso assistenziale complessivamente più veloce.
PRESC1SE-MI è stato quindi progettato per verificare, in differenti sistemi sanitari, se l’implementazione del percorso accelerato garantisse una sicurezza comparabile all’approccio standard e fosse in grado di ridurre concretamente il tempo trascorso dai pazienti in pronto soccorso.
PRESC1SE-MI: oltre 67mila accessi per sospetto infarto
Lo studio, internazionale e pragmatico, è stato condotto con un disegno stepped-wedge cluster-randomised in 20 ospedali di 11 Paesi e ha analizzato 67.624 accessi consecutivi per sospetto infarto miocardico.
L’endpoint primario di sicurezza – composito di morte per qualsiasi causa o nuovo infarto miocardico di tipo 1 entro 30 giorni – ha dimostrato la non inferiorità del percorso “0/1 ora” rispetto alla strategia “0/3 ore”.
L’endpoint si è verificato nell’1,1% dei pazienti con il percorso 0/1 ora e nell’1,2% di quelli gestiti con il percorso 0/3 ore, con un odds ratio aggiustato di 0,93 (IC 95% 0,77–1,13; p per non inferiorità <0,001).
Sul fronte dell’efficienza organizzativa, tuttavia, il risultato è stato diverso da quello atteso.
Il percorso più rapido non ha ridotto il tempo complessivo trascorso in pronto soccorso: la mediana è stata infatti identica nei due gruppi, pari a 309 minuti, cioè poco più di cinque ore (p=0,65).
In altre parole, anticipare di due ore la seconda misurazione della troponina non si è tradotto in una riduzione apprezzabile del tempo necessario per completare l’intero percorso del paziente.
La meta-analisi conferma il risultato su oltre 110mila pazienti
Alla presentazione di PRESC1SE-MI è stata affiancata una meta-analisi su dati individuali dei pazienti provenienti dallo studio e da tutti gli altri trial randomizzati disponibili che hanno confrontato il percorso “0/1 ora” con le strategie diagnostiche standard.
Complessivamente sono stati analizzati 110.933 accessi per sospetto infarto miocardico
Anche su questa popolazione molto ampia il percorso accelerato ha confermato una sicurezza comparabile a quella delle strategie tradizionali. Allo stesso tempo, però, non ha ridotto significativamente la permanenza in pronto soccorso né aumentato la quota di pazienti dimessi direttamente dal dipartimento di emergenza.
La convergenza dei risultati del grande trial pragmatico e della meta-analisi rafforza quindi il messaggio: abbreviare l’intervallo tra i dosaggi della troponina non è sufficiente, da solo, ad accelerare l’intero percorso assistenziale.
Il vero collo di bottiglia non sembra essere la troponina
È probabilmente questo l’aspetto più interessante dei risultati.
Boeddinghaus ha sottolineato come i dati mettano in discussione l’idea, molto diffusa, secondo cui l’introduzione del percorso “0/1 ora” debba automaticamente tradursi in una gestione più rapida dei pazienti con sospetto infarto.
La permanenza in pronto soccorso dipende infatti da numerosi altri passaggi: valutazione clinica e specialistica, eventuali ulteriori esami diagnostici, decisione sul ricovero o sulla dimissione, disponibilità di posti letto e organizzazione complessiva dei flussi ospedalieri.
Il dosaggio della troponina rappresenta quindi solo uno degli anelli della catena. Rendere più rapido un singolo test non significa necessariamente rendere più rapido l’intero sistema.
Proprio per questo, secondo gli autori, una maggiore integrazione del percorso “0/1 ora” nei sistemi informatici clinici e negli strumenti di supporto decisionale potrebbe aiutare a trasformare la maggiore rapidità diagnostica in un effettivo vantaggio organizzativo, rendendolo percepibile sia per i pazienti sia per il sistema sanitario.
Implicazioni cliniche: sicuro sì, più veloce non necessariamente
La misurazione della troponina cardiaca ad alta sensibilità rimane centrale per confermare o escludere l’infarto nei pazienti che si presentano in pronto soccorso con sintomi sospetti.
PRESC1SE-MI fornisce una rassicurazione importante: il percorso “0/1 ora” è risultato non inferiore alla strategia 0/3 ore sul piano della sicurezza, con un’incidenza molto bassa di morte o nuovo infarto di tipo 1 a 30 giorni.
Il trial e la meta-analisi mostrano però altrettanto chiaramente che una diagnosi biochimica più rapida non equivale automaticamente a un pronto soccorso più rapido.
Per ottenere un reale guadagno di efficienza sarà probabilmente necessario intervenire sull’intero percorso del paziente, integrando il testing accelerato con processi decisionali e organizzativi altrettanto veloci.
Fonti:
Boeddinghaus J, et al. Safety and efficacy of the 0/1 h pathway for myocardial infarction in the emergency department: an international, pragmatic, stepped-wedge, cluster-randomised, controlled trial. Lancet. 2026 Aug 29(26)01654-5. doi: 10.1016/S0140-6736(26)01654-5. Epub ahead of print. PMID: 42667934.
Boeddinghaus J, et al. Performance of 0/1-hour versus standard care pathways in patients with suspected myocardial infarction: a systematic review and individual participant data meta-analysis of randomised controlled trials. leggi
Boeddinghaus J, et al. Performance of 0/1-hour versus standard care pathways in patients with suspected myocardial infarction. A systematic review and individual participant data meta-analysis of randomised controlled trials

