Quarantadue masturbatori venduti in due mesi. Il dato di un negozio di benessere intimo racconta un cambiamento che va oltre il prodotto.
Il mio negozio non sta nel centro storico di Gallipoli. Sta nella zona dei lidi, quella residenziale che d’estate si riempie e d’inverno torna tranquilla. È una posizione che cambia molto il tipo di clientela, qui d’estate non passa chi fa la passeggiata serale tra i vicoli, passa chi alloggia qui, chi torna dalla spiaggia, chi è in vacanza per una settimana o due.
Nei mesi di luglio e agosto sette persone su dieci che entrano non sono di Gallipoli. Italiani del Nord soprattutto, poi tedeschi, svizzeri, francesi, qualche inglese. Spesso con la borsa da mare ancora addosso e in ciabatte con i piedi ancora pieni di sabbia.
Alla fine di ogni stagione mi metto a guardare cosa è uscito dagli scaffali. Non è una ricerca e non pretende di esserlo, sono i numeri di un solo negozio, in una sola zona, in due mesi. Non dico cosa fanno gli italiani e non dico cosa succede in Italia. Dico cosa è passato da qui. Io questo lavoro lo faccio dal 2006 e vedere gli stessi due mesi ripetersi per vent’anni qualcosa impari, soprattutto quando un numero si muove in modo diverso dal solito.
Quest’anno è successo e non con il prodotto che mi aspettavo.
Il prodotto prevedibile
Partiamo da quello che non sorprende nessuno, cioè l’ovetto vibrante. Centosessanta pezzi venduti tra luglio e agosto, contro i centoventi degli stessi due mesi dell’anno prima.
L’ovetto è il tipico acquisto da vacanza. Costa poco, è piccolo, si compra d’istinto. Entra la coppia che ne ha sentito parlare sui social, magari qualche Reel su TikTok e vuole vedere com’è fatto. Entrano le amiche che senti ridere ancora prima che aprano la porta e poi però comprano davvero. Entra la persona che lo prende come regalo e ci mette dieci minuti buoni a scegliere il colore, che è la decisione che nessuno si aspetta di dover prendere.
È il prodotto che tutti associano a un negozio come il mio, ed è cresciuto di circa un terzo. Bene, ma niente di clamoroso, d’estate entra più gente e si vende di più, è normale che i numeri aumentino.
La cosa interessante quest’anno stava due scaffali più in là.
Il prodotto che restava fermo
Quarantadue masturbatori maschili venduti in luglio e agosto. Nella stessa estate dell’anno scorso erano stati ventidue. Praticamente il doppio.
Per capire perché questo numero mi ha colpito bisogna sapere com’era prima. Per una quindicina d’anni quella è stata la categoria più ferma del negozio. Restava lì. Se ne vendeva qualcuno ogni tanto, senza nessuna regolarità e chi lo comprava lo faceva quasi sempre allo stesso modo.
Il cliente girava per il negozio guardando altre cose e alla fine ci arrivava. Quasi sempre con la premessa che era per un amico, gli facciamo uno scherzo. Poi arrivava in cassa e io aggiungevo la bustina di lubrificante in omaggio, come faccio con tutti. E lì succedeva la cosa che mi ha sempre fatto sorridere, molti mi chiedevano se avevo il tubetto intero. La bustina non bastava.
Per uno scherzo a un amico, la bustina sarebbe bastata eccome.
Non ho mai detto niente, ovviamente, non è mai stato affar mio. Ma io quella richiesta del tubetto l’ho sempre interpretata così: difficile ammettere, anche solo davanti al commesso, di essersi comprato qualcosa per il proprio piacere. Per gli uomini, soprattutto, il masturbatore veniva vissuto come una specie di ripiego, la cosa che compri se non hai di meglio. Qualcosa da nascondere, non da raccontare.
Quella scena, almeno nel mio negozio, oggi è diventata molto meno frequente. Non è sparita del tutto, ma è cambiata parecchio. Oggi entrano, chiedono, si fanno mostrare due o tre modelli, vogliono sapere di che materiale è fatto il rivestimento, come si pulisce, quanto dura, quale lubrificante è più indicato. Domande pratiche, da persone che stanno comprando qualcosa per sé e vogliono avere tutte le info possibili. Laddove è possibile ci aggiungo anche le recensioni e i consigli che mi lasciano i clienti che l’hanno già comprato.
Se devo dire la cosa che è cambiata di più in vent’anni di negozio è proprio questa. Non l’oggetto ma il fatto che non serva più giustificarsi per averlo comprato. È un tema su cui i luoghi comuni sono duri a morire, e su cui ho scritto in modo più esteso a proposito del piacere maschile in solitaria.
La cosa che non mi aspettavo
Dei quarantadue, una trentina li ho venduti direttamente a uomini che erano entrati da soli in negozio. Gli altri, una dozzina, li ho venduti a coppie che erano lì insieme, oppure a persone che mi hanno detto apertamente che era per usarlo in due.
Questa per me è stata la sorpresa vera della stagione e l’ho scoperta perché, come tante altre cose, me la raccontano. Chi compra qui spesso torna, e a chi torna chiedo come si è trovato, in modo da farmi un’idea su quel prodotto. Non lo fanno tutti, ovviamente, e quindi non ho un dato preciso: ho quello che mi hanno riferito in prima persona.
Diverse coppie mi hanno detto di averlo integrato nel gioco. Non per sostituire qualcosa, ma per aggiungere, lei che lo usa su di lui, l’uomo che per una volta è quello che riceve invece di essere quello che deve fare. Una decina d’anni fa questa cosa qui dentro non me la diceva nessuno. Restano una minoranza, circa uno su tre di quelli venduti. Ma è la parte del dato che mi ha fatto pensare di più.
I modelli connessi
Sulla fascia alta c’è una novità che vale la pena citare, anche se in termini di numeri conta poco. Esistono ormai modelli che si collegano a internet e si controllano da app e che cambiano ritmo da soli invece di ripetere sempre lo stesso movimento. Costano diverse centinaia di euro, quindi non sono un acquisto d’impulso da vacanza.
Quest’estate ne sono usciti due dal negozio: li hanno comprati un turista svizzero e un turista italiano. Entrambi erano arrivati sapendo già cosa volevano, e le domande che mi hanno fatto riguardavano il materiale, la pulizia e il gel da utilizzare, non le funzioni.
Gli stranieri e il modo di chiedere
Tra i clienti stranieri che entrano nel mio negozio noto anche una differenza nel modo di fare domande, più che nel prodotto che scelgono.
Diversi di loro, in particolare chi arriva dalla Germania e dalla Svizzera, sembrano più preparati e parlano dell’argomento con più naturalezza. Non abbassano la voce, non aspettano che il negozio si svuoti, chiedono direttamente quello che vogliono sapere. Non so dire quanto questo dipenda dall’educazione sessuale ricevuta e quanto semplicemente da abitudini culturali diverse dalle nostre, non ho gli strumenti per stabilirlo e non voglio farlo passare per una spiegazione. So però che dietro il bancone la differenza si nota e si nota da parecchi anni.
Va detto anche che tra gli italiani questa distanza si è ridotta molto rispetto a quando ho aperto. Meno di prima, ma qualcuno che fa un giro dell’isolato prima di entrare ancora c’è.
Cosa mi resta di questa stagione
Alla fine dei due mesi la cosa che mi porto dietro non è quale prodotto ho venduto di più.
Gli oggetti sono cambiati parecchio, sia nei materiali che nelle forme e nel design, con tecnologie che vent’anni fa non esistevano. Ma quello che è cambiato realmente sono le domande che mi fanno le persone quando entrano. Più pratiche, più dirette, con meno preamboli. Almeno qui dentro, almeno in questi due mesi, la gente ha smesso di dover spiegare perché è entrata.
Da dentro la mia boutique non si può dire molto di più di così. Ma già questo, in vent’anni, credo sia abbastanza.
Cristian Sottosopra gestisce dal 2006 un’attività specializzata in benessere intimo a Gallipoli. Da vent’anni osserva l’evoluzione delle abitudini dei clienti italiani e stranieri attraverso il lavoro quotidiano in negozio.

