Il caldo frantuma i ghiacciai, l’estate 2026 è stato un disastro. Gli esperti sono sempre più preoccupati: ecco cosa emerge dal report di Legambiente
“Estate 2026 horribilis” per le Alpi e i suoi ghiacciai sempre più sofferenti e instabili a causa della crisi climatica. “Di questo passo si rischia di superare in peggio quella del 2022 e del 2023”, avvisa la ‘Carovana dei ghiacciai’ di Legambiente, presentando i risultati del viaggio di quest’estate lungo l’arco alpino in collaborazione con Cipra e la partnership scientifica della Fondazione glaciologica italiana. Alpi e ghiacciai sono stati trovati ‘immersi’ nel caldo: alte temperature e zero termico stabilmente sopra i 4.800-5.000 metri a cui si sono sommate scarse precipitazioni nevose, siccità a valle, oltre 70 eventi meteo estremi sulle regioni alpine da gennaio fine agosto. Tutto questo ha reso la montagna “più fragile”.
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I SETTE GHIACCIAI SIMBOLO
Lo conferma lo stato di salute dei sette ghiacciai simbolo (Adamello, Grande Motte, ghiacciai del Miage e Planpincieux sul Monte Bianco, ghiacciaio dei Forni, del Montasio e quello del Coolidge superiore sul Monviso) scelti e osservati quest’estate dalla settima ‘Carovana dei ghiacciai’: “Testimoniano come la crisi climatica abbia accelerato il passo”, dice Legambiente. Tutti i ghiacciai osservati arretrano e sono segnati da fenomeni di instabilità. Aumentano le colate detritiche e le morene si deformano. In particolare, quest’estate, i crolli più importanti sono stati osservati sul Monviso e sul Montasio. Dove i ghiacciai indietreggiano cresce nuova vegetazione e si diffondono specie pioniere, fenomeni su cui, per Legambiente, “bisogna aprire una riflessione in termini di gestione del territorio montano”. Preoccupano le temperature estive sempre più elevate e lo zero termico in quota che si stanno protraendo anche ad inizio settembre, in coincidenza della sesta ondata di calore, “determinando una fusione senza soste dei ghiacciai“.
UN DECLINO CHE PROCEDE SEMPRE PIU’ VELOCEMENTE
Secondo gli studi scientifici più recenti, dalla metà dell’Ottocento al 2015 le Alpi hanno perso circa il 57% della superficie glaciale e il 64% del volume. Ma è soprattutto la velocità della trasformazione a preoccupare: dopo il 2000 il tasso di abbassamento della superficie dei ghiacciai è triplicato e tra il 2000 e il 2023 l’Europa centrale, regione dominata dalle Alpi, ha perso circa il 39% della propria massa glaciale. Sull’Adamello, il ghiacciaio più grande delle Alpi italiane, aumenta la velocità del ritiro della fronte: 265 metri nel solo triennio 2023-2025. In Francia il ghiacciaio della Grande Motte, nel comprensorio di Tignes a oltre 3.000 metri, ha perso il 70% del volume dal 1982, generando nell’ultimo decennio un lago glaciale monitorato per rischio esondazione. Sul versante italiano del Monte Bianco, il lobo frontale del ghiacciaio del Miage si è abbassato di 15 metri in sei anni, mentre il Planpincieux ha raggiunto due metri al giorno di movimento. In Lombardia, il ghiacciaio dei Forni, dall’inizio del secolo ad oggi è arretrato di tre chilometri e nelle giornate più calde arriva a perdere 10 centimetri di spessore. Il ghiacciaio dei Forni non rappresenta solo la perdita di ghiaccio: nei periodi estivi il suo contributo può arrivare a rappresentare circa il 50% della portata dell’Adda, mostrando quanto la deglaciazione possa incidere anche sulla disponibilità d’acqua a valle. Anche il Montasio, in Friuli Venezia Giulia, storicamente il ghiacciaio più resiliente, ha ceduto con il crollo parziale della sua cavità superiore. In Piemonte sul Monviso, il ghiacciaio superiore del Coolidge è ormai declassato a glacionevato, mentre cresce l’instabilità delle pareti rocciose e soffre il fiume Po, che diminuisce la sua portata a valle. A Tignes un tempo si sciava anche in estate e ora non più.
“NON È CALDO, È CRISI CLIMATICA”
La ‘Carovana dei ghiacciai’ ha messo in atto vari flash mob in quota srotolando anche lo striscione “Non è caldo, è crisi climatica“, ai piedi del Montasio e sul Monviso alle sorgenti del Po, a Pian del Re a 2000 metri di quota, per ribadire che montagna e pianura sono accumunate dallo stesso destino. Da qui l’appello a mettere urgentemente in campo concrete politiche di mitigazione e di adattamento, monitoraggi continui in quota, e una governance europea che tenga conto dei ghiacciai e delle risorse connesse a partire dall’acqua, una risorsa che non è infinita. Temi al centro del Manifesto europeo per una governance dei ghiacciai e delle risorse connesse e della piattaforma politica culturale, la prima nata in Italia, “Governarne le Alpi che cambiano”, promossi da Legambiente, Cai, Cipra, Fondazione Glaciologica Italiana. La ‘Carovana dei ghiacciai’ ha voluto poi a ribadire che i ghiacciai sono beni comuni da tutelare in quanto patrimonio di tutti e sottolineare l’importanza di una maggiore consapevolezza e fruizione dell’andare in montagna alla luce dei continui cambiamenti in corso che si ripercuotono anche sulla sentieristica. E’ stata promossa una giornata di ‘clean up’ in quota lungo il sentiero che porta al ghiacciaio del Miage, sul versante del Monte Bianco, raccogliendo i rifiuti trovati in quota.
“Le Alpi- dichiara Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente- sono una delle sentinelle della crisi climatica in atto. Questa estate, segnata da caldo record, ondate di calore ed eventi meteo estremi, ci ricorda che non c’è più tempo da perdere. La crisi climatica si contrasta in primis con più politiche di mitigazione e adattamento da mettere in campo in montagna, a valle così come nelle aree urbane”.
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ALLA MARMOLADA RESTANO 10 ANNI DI VITA
Nell’estate più calda in quota dal 1991, sulle Dolomiti il ghiacciaio della Marmolada ha segnato un arretramento medio sui segnali frontali di 23 metri, la perdita di nove ettari scendendo ad un totale di 83 ettari rispetto ai 92 dello scorso anno e ben lontano dai 100 ettari del 2023; nel fronte occidentale, in un segnale, si è registrato un ritiro di 120 metri in due anni. A metà agosto, in Marmolada, i rilievi hanno mostrato i crepacci a monte della nicchia di distacco del 2022 colmi d’acqua di fusione. Dice tutto questo la fine della ottava edizione della Campagna glaciologica partecipata sulla Marmolada promossa dal Museo di Geografia dell’Università di Padova, che ha visto in campo ricercatori dell’Ateneo, di Arpav, della Fondazione glaciologica italiana, studenti e cittadini volontari arrivati da quattro regioni. La campagna ha permesso di raccogliere dati aggiornati per continuare il monitoraggio di quel che resta del ghiacciaio principale delle Dolomiti e comprendere meglio l’impatto dei cambiamenti climatici. Alle attività di monitoraggio sul ghiacciaio hanno partecipato una trentina di persone, dai 16 ai 75 anni, tra cui escursionisti esperti, insegnanti, ma anche semplici appassionati e curiosi.
I dati raccolti, informa dunque l’Università di Padova, “confermano il continuo ritiro del ghiacciaio principale” con l’arretramento medio sui segnali frontali di 23 metri (l’anno scorso erano otto), in un’annata record oer le temperature estive “che ha superato anche il caldissimo 2003”. I dati di quest’anno “aggravano la tendenza già evidente negli ultimi decenni, segnando un nuovo record negativo di riduzione di superficie del ghiacciaio”, evidenzia Mauro Varotto, docente di Scienze storiche, Geografiche e dell’antichità e responsabile scientifico della campagna glaciologica partecipata.
L’analisi con le immagini satellitari ha fotografato una perdita record registrata vista solo nel 2022, con il tragico crollo del ghiacciaio. “Se si ripetono estati come quella appena trascorsa, il ghiacciaio potrebbe avere solo una decina d’anni di vita“, avvisa Varotto. Il ritiro del ghiacciaio è triplicato rispetto allo scorso anno e Giovanni Benetton, da quest’anno responsabile delle misurazioni per la Fondazione Glaciologica Italiana, vede la situazione più drammatica nel fronte occidentale (-120 metri in due anni, con una quota della fronte ormai oltre i 2900 metri). “Il ghiacciaio risulta completamente privo di neve residua e l’unica che rimane è ormai quella sotto i teloni geotessili”, aggiunge. L’altro dato macroscopico è il caldo. Evidenzia Gianni Marigo di Arpav: ad agosto tre gradi in più delle medie e solo in tre giorni si è osservata una minima negativa (-0,6 valore assoluto) e mai una giornata con temperatura media negativa. Di neve non è caduta ed è proseguito il degrado del permafrost, sulla stazione del Piz Boè non c’è terreno gelato a nessuna profondità.
“La campagna ha permesso di osservare nei territori di alta quota gli impatti del cambiamento climatico sull’industria dello sci: l’allargamento delle piste e le nuove infrastrutture e tubazioni per la produzione di neve artificiale fino alle fronti del ghiacciaio dimostrano che gli investitori di capitali (pubblici o privati) non vogliono uscire dalla trappola dello sci”, dice Alberto Lanzavecchia dell’Università di Padova: “Questa miopia strategica impatta in maniera pesante sul paesaggio montano: un ‘altare’ alla pratica dello sci mentre tutto intorno al ghiacciaio viene sacrificato al divertimento elitario e al nostro illimitato modello di sviluppo estrattivista e dissipativo”.
Il responsabile per il Triveneto della Fondazione Glaciologica Italiana Aldino Bondesan segnala a sua volta che a metà a agosto, in Marmolada, “i rilievi hanno mostrato i crepacci a monte della nicchia di distacco del 2022 colmi d’acqua di fusione, la stessa condizione che i nostri studi avevano individuato all’origine del crollo. La campagna partecipata dimostra che osservare insieme ai cittadini è il modo migliore per tenere viva l’attenzione su ciò che sta accadendo alle alte quote”.
La campagna 2026, tira dunque le somme l’Università di Padova, “si chiude quindi con poco confortanti prospettive per il futuro, che ci invitano a considerare l’urgenza di un cambio di rotta. La Marmolada non è solo una massa inerte di ghiaccio, ma una sentinella e un termometro sensibilissimo di una malattia che parte da lontano, e ha risvolti politici, economici e culturali che coinvolgono tutti noi”.
FONTE: AGENZIA DI STAMPA DIRE (WWW.DIRE.IT)

