La Galleria Fabbrica Eos presenta SORRIDI, la nuova mostra personale di Giovanni Sesia, a cura di Alberto Mattia Martini, in programma dall’11 settembre al 10 ottobre 2026
La mostra nasce da una ricerca che Sesia porta avanti da anni e che prende avvio dal recupero di fotografie anonime provenienti dagli archivi degli ex ospedali psichiatrici, da raccolte private, mercatini e fondi fotografici. Sono immagini di persone di cui spesso non conosciamo il nome, la storia o il destino. L’artista le considera non come semplici documenti del passato, ma come presenze rimaste sospese, frammenti di esistenze che chiedono ancora di essere guardate e ascoltate.
Attraverso ristampe fotografiche, interventi pittorici, velature, abrasioni e stratificazioni di segni, Sesia modifica lentamente la superficie delle immagini, facendo emergere e contemporaneamente scomparire i volti. La fotografia diventa così un luogo della memoria, dove ciò che è stato conservato convive con ciò che il tempo ha cancellato.
Anche le scritture che attraversano le opere partecipano a questo processo. Sono frammentarie, quasi indecifrabili, e non hanno la funzione di raccontare una storia compiuta. Piuttosto, evocano il modo in cui il ricordo sopravvive: attraverso parole incomplete, immagini parziali e tracce che resistono alla perdita. La scrittura diventa una presenza visiva, il segno di una narrazione che non può più essere ricostruita interamente.
Al centro della ricerca di Sesia non c’è la malattia, ma la persona. Gli individui ritratti negli archivi degli ex manicomi vengono restituiti alla loro dimensione umana, al di là delle categorie e delle condizioni che ne hanno determinato l’internamento. Molti di loro furono vittime di una cultura nella quale fragilità, diversità o momenti di crisi potevano trasformarsi in una forma definitiva di esclusione. Riportare quei volti nello spazio dell’arte significa restituire attenzione e dignità a esistenze che il tempo aveva progressivamente cancellato.
Il titolo SORRIDI nasce proprio dal sorriso di uno dei soggetti fotografati. Un’espressione enigmatica, della quale non conosciamo l’origine e che non possiamo interpretare con certezza, ma che continua, a distanza di decenni, a rivolgersi direttamente allo spettatore. È un’immagine capace di contenere insieme mistero, fragilità e vitalità. Quel sorriso non cancella la sofferenza suggerita dalle fotografie, ma introduce una possibilità di relazione, ricordandoci che dietro ogni immagine d’archivio esiste una persona.
Accanto ai grandi ritratti, la mostra presenta una nuova serie di nature morte dedicate ai fiori, tra calle, gigli, rose e stelle alpine, insieme a melograni e zucche. Sono soggetti nei quali l’artista osserva il continuo trasformarsi della vita: la fioritura e l’appassimento, la maturazione e il decadimento non vengono presentati come momenti opposti, ma come parti di un unico ciclo.
Se i volti custodiscono una memoria individuale, i fiori e i frutti ne restituiscono una dimensione più universale. La natura diventa un altro spazio nel quale il tempo si manifesta, ricordandoci che ogni forma vivente è destinata a trasformarsi e che ogni fine contiene, potenzialmente, una nuova rinascita.

