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Demenza: l’attività fisica protegge, il lavoro può essere rischioso

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L’attività fisica è generalmente associata a una riduzione del rischio di demenza, ma il contesto nel quale viene svolta potrebbe fare una differenza sostanziale

L’attività fisica è generalmente associata a una riduzione del rischio di demenza, ma il contesto nel quale viene svolta potrebbe fare una differenza sostanziale. Camminare, correre, nuotare, pedalare o praticare uno sport nel tempo libero sembra proteggere la salute cerebrale; al contrario, un lavoro caratterizzato da un elevato impegno fisico risulta associato a una maggiore probabilità di sviluppare demenza.

È il cosiddetto “paradosso dell’attività fisica”, già osservato in relazione alle malattie cardiovascolari e alla mortalità, che ora sembra estendersi anche al declino cognitivo.
A indicarlo è una grande revisione sistematica con metanalisi pubblicata su The Lancet Public Health. L’analisi, coordinata da Natan Feter della University of Southern California, ha incluso 74 studi e oltre 4,2 milioni di persone, seguite per un periodo mediano di dieci anni.

Nel complesso, i soggetti con i livelli più elevati di attività fisica presentavano un rischio di demenza inferiore del 20% rispetto a quelli meno attivi. La direzione dell’associazione cambiava però in base al tipo di movimento: l’esercizio ricreativo era collegato a una riduzione del rischio del 24%, mentre l’attività fisica occupazionale era associata a un incremento del 20%.

Il punto centrale, precisano gli autori, non è che muoversi sul lavoro danneggi direttamente il cervello. È più probabile che i risultati riflettano una combinazione di condizioni sociali, ambientali e professionali che caratterizzano i lavori fisicamente pesanti.

Oltre quattro milioni di persone analizzate
La revisione ha incluso studi di coorte e caso-controllo condotti su adulti di almeno 20 anni, nei quali l’attività fisica era stata misurata attraverso questionari o strumenti oggettivi e la diagnosi di demenza era stata formulata mediante valutazioni cognitive validate o dati provenienti dai registri sanitari.
La popolazione complessiva comprendeva 4.227.297 persone, per il 52,8% donne, con un’età mediana iniziale di 67,3 anni. Il follow-up mediano è stato di dieci anni, con studi che in alcuni casi hanno seguito i partecipanti per oltre due decenni.

Nel corso dell’osservazione sono stati documentati:
• 64.009 casi di demenza per tutte le cause;
• 5.859 casi di malattia di Alzheimer;
• 1.607 casi di demenza vascolare.

Rispetto ai partecipanti meno attivi, quelli con i livelli più elevati di attività fisica hanno presentato una riduzione relativa del 20% del rischio di demenza complessiva. L’associazione è stata osservata anche per le singole forme: il rischio è risultato inferiore del 21% per la malattia di Alzheimer e del 29% per la demenza vascolare.
I risultati dello studio sono disponibili su The Lancet Public Health.

L’esercizio nel tempo libero appare protettivo
L’associazione più evidente è emersa per l’attività fisica ricreativa. Le persone più attive nel tempo libero presentavano un rischio di demenza inferiore del 24% rispetto a quelle meno attive, con un rischio relativo pari a 0,76.
In questa categoria rientrano attività come:
• camminare a passo sostenuto;
• correre;
• andare in bicicletta;
• nuotare;
• frequentare una palestra;
• praticare sport individuali o di squadra.

L’esercizio ricreativo possiede caratteristiche che potrebbero amplificarne gli effetti biologici. È generalmente volontario, può essere modulato in base alle condizioni individuali e prevede pause e tempi adeguati per il recupero. Spesso viene svolto in ambienti piacevoli e può ridurre lo stress.

Molte attività, soprattutto gli sport di squadra, i giochi con la racchetta, il ballo e le camminate di gruppo, comprendono inoltre componenti sociali e cognitive: richiedono coordinazione, capacità di prendere decisioni, orientamento spaziale e interazione con altre persone.
Questi elementi potrebbero contribuire a contrastare l’isolamento sociale, anch’esso riconosciuto come fattore associato al declino cognitivo.

Come l’attività fisica può proteggere il cervello
I possibili meccanismi protettivi sono numerosi. L’esercizio regolare migliora la circolazione cerebrale, riduce la pressione arteriosa e aiuta a controllare glicemia, peso corporeo e profilo lipidico. Agisce quindi su diversi fattori di rischio condivisi tra malattie cardiovascolari e demenza.

L’attività fisica può inoltre:
• migliorare la funzione endoteliale e il flusso di sangue al cervello;
• ridurre l’infiammazione cronica di basso grado;
• aumentare la sensibilità all’insulina;
• favorire la neuroplasticità;
• stimolare la produzione di fattori neurotrofici, tra cui il BDNF;
• migliorare la qualità del sonno;
• ridurre ansia, depressione e stress;
• contribuire al mantenimento delle relazioni sociali.
La riduzione particolarmente marcata osservata per la demenza vascolare è coerente con l’effetto favorevole dell’attività fisica sui principali fattori di rischio cerebrovascolare, come ipertensione, diabete, obesità e aterosclerosi.

Il paradosso del lavoro fisicamente pesante
Il risultato più sorprendente riguarda l’attività occupazionale. Nei cinque studi disponibili, i lavoratori con i livelli più elevati di movimento o sforzo fisico presentavano un rischio di demenza superiore del 20% rispetto a quelli meno esposti.
Questo dato non significa che il movimento effettuato durante il lavoro sia intrinsecamente nocivo. Come sottolineano Mika Kivimäki e Mark Hamer dello University College London in un editoriale di accompagnamento, l’attività fisica professionale è strettamente legata a numerose altre caratteristiche in grado di influire sulla salute cerebrale.

I lavori manuali più pesanti sono spesso caratterizzati da:
• movimenti ripetitivi e prolungati;
• posture statiche o incongrue;
• sollevamento di carichi;
• scarsa autonomia nel modulare lo sforzo;
• tempi di recupero insufficienti;
• turni notturni o irregolari;
• maggiore stress psicosociale;
• esposizione a rumore, inquinanti, solventi, pesticidi o altre sostanze neurotossiche.
A questi aspetti possono aggiungersi una minore scolarità media, meno occasioni di stimolazione cognitiva durante il lavoro, maggiore prevalenza di fumo e un accesso più limitato alla prevenzione e all’assistenza sanitaria.
Il maggiore rischio osservato potrebbe quindi dipendere non dall’attività fisica in sé, ma dall’insieme delle condizioni che accompagnano alcune professioni.

Perché lavorare fisicamente non equivale ad allenarsi
L’esercizio ricreativo è solitamente svolto per un periodo limitato e alterna fasi di sforzo e recupero. Il carico può essere aumentato progressivamente e adattato alle capacità della persona.
Il lavoro fisico può invece proseguire per molte ore, con compiti ripetitivi e un controllo ridotto su intensità, durata e pause. In alcuni casi mantiene elevati per lungo tempo frequenza cardiaca e pressione arteriosa senza produrre gli adattamenti cardiorespiratori tipici di un programma di allenamento ben strutturato.
Anche il significato psicologico è differente. Un’attività liberamente scelta può ridurre lo stress e generare gratificazione; uno sforzo imposto, svolto in condizioni di pressione o precarietà, può associarsi a una persistente attivazione dei sistemi dello stress.
Questa distinzione aiuta a comprendere perché la semplice quantità di movimento non sia sufficiente a descriverne gli effetti sulla salute.

Un segnale inatteso anche per gli spostamenti attivi
La metanalisi ha rilevato un aumento del 10% del rischio di demenza anche tra le persone con livelli più elevati di attività fisica durante gli spostamenti, come andare al lavoro a piedi o in bicicletta.
Il dato deve però essere interpretato con estrema prudenza, perché deriva soltanto da due studi. Non consente quindi di concludere che camminare o pedalare per recarsi al lavoro aumenti il rischio di demenza.
Potrebbero intervenire numerosi fattori confondenti, tra cui l’inquinamento atmosferico, il rumore, la sicurezza dei percorsi, la durata degli spostamenti e le caratteristiche socioeconomiche dei partecipanti.
Per l’attività domestica è stata invece osservata una riduzione del rischio del 15%, ma anche questo risultato proviene da un solo studio e necessita di conferme.

Attenzione alla causalità inversa
Come in tutte le analisi basate prevalentemente su studi osservazionali, non è possibile dimostrare un rapporto diretto di causa ed effetto.
Un problema particolarmente importante è la causalità inversa. La demenza possiede una lunga fase preclinica, durante la quale il processo patologico può essere già in corso molti anni prima della diagnosi.
Apatia, depressione, disturbi del sonno, riduzione dell’iniziativa e primi cambiamenti cognitivi possono indurre una persona a diminuire l’attività fisica. In questo caso, non sarebbe soltanto l’inattività ad aumentare il rischio di demenza: potrebbe essere la malattia ancora non diagnosticata a rendere la persona meno attiva.
Secondo gli autori dell’editoriale, questo fenomeno potrebbe avere fatto apparire l’esercizio ricreativo più protettivo di quanto sia realmente. Non annulla però necessariamente il beneficio, sostenuto anche dagli effetti favorevoli dell’attività fisica sulla salute vascolare, metabolica e mentale.

Un’elevata eterogeneità tra gli studi
Un altro elemento da considerare è la notevole eterogeneità statistica delle analisi. Per l’attività fisica complessiva il valore di I² ha superato il 97%, mentre per quella ricreativa si è avvicinato al 97% e per quella occupazionale è stato superiore all’85%.
Ciò significa che gli studi differivano considerevolmente per popolazioni, strumenti utilizzati, definizione dei livelli di attività e modalità di diagnosi della demenza.
Nella maggior parte dei lavori, inoltre, l’attività fisica era autoriferita attraverso questionari, una metodologia esposta a errori di memoria e classificazione. Soltanto il 54% degli studi è stato giudicato di qualità moderata o elevata e il 93% è stato condotto in Paesi ad alto reddito.
Gli stessi ricercatori hanno classificato la certezza complessiva delle evidenze come bassa o molto bassa a seconda dell’ambito considerato. I numeri sono quindi suggestivi, ma non devono essere trasformati in una prova che i lavori manuali causino demenza.

Non basta dire che “ogni movimento conta”
Lo studio non mette in discussione il consiglio di svolgere attività fisica regolare. Suggerisce piuttosto di rendere più precisa la comunicazione sulla prevenzione.
«I risultati sfidano l’idea secondo cui, per la salute del cervello, ogni movimento conti allo stesso modo», ha dichiarato Feter. La qualità, il contesto, la volontarietà, le possibilità di recupero e le condizioni ambientali potrebbero essere importanti quanto la quantità complessiva di movimento.

Le politiche di prevenzione della demenza dovrebbero quindi promuovere non soltanto l’attività fisica, ma anche:
• l’accesso a parchi, percorsi pedonali e spazi sicuri;
• la disponibilità di tempo libero per fare esercizio;
• programmi adattati all’età e alle condizioni cliniche;
• una migliore organizzazione ergonomica del lavoro;
• pause e recupero adeguati nelle professioni fisicamente impegnative;
• la riduzione delle esposizioni professionali potenzialmente neurotossiche;
• maggiori occasioni di stimolazione cognitiva e sociale sul lavoro.

Che cosa cambia nella pratica
Il messaggio per i cittadini rimane positivo: praticare regolarmente un’attività fisica scelta, sostenibile e possibilmente accompagnata da stimolazione sociale e cognitiva si associa a una migliore salute cerebrale.
Il dato sull’attività occupazionale non deve invece spingere i lavoratori manuali a muoversi meno. Indica la necessità di migliorare le condizioni nelle quali il lavoro viene svolto e di non considerare automaticamente una giornata fisicamente pesante equivalente a un esercizio strutturato.
In altre parole, otto ore di movimenti ripetitivi, sollevamento di carichi e posture faticose non producono necessariamente gli stessi benefici di una camminata a passo sostenuto, una pedalata o una sessione di nuoto effettuate volontariamente e con un recupero adeguato.
La nuova metanalisi introduce quindi una distinzione importante: per proteggere il cervello non conta soltanto quanto ci si muove, ma anche come, dove e perché lo si fa.

Bibliografia
Feter N, Iso-Markku P, Markarian T, et al. Domain-specific physical activity levels and risk of dementia: a systematic review and meta-analysis. Lancet Public Health. 2026;11:e650-e664. DOI: 10.1016/S2468-2667(26)00142-8.
Kivimäki M, Hamer M. Physical activity across work and leisure for dementia prevention. Lancet Public Health. 2026. DOI: 10.1016/S2468-2667(26)00162-3.

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