Anna Maria Ortese ha sempre intensamente viaggiato. Si può anzi dire che tra la fine della guerra e gli ultimi anni Cinquanta non abbia fatto che viaggiare
Anna Maria Ortese ha sempre intensamente viaggiato. Si può anzi dire che tra la fine della guerra e gli ultimi anni Cinquanta non abbia fatto che viaggiare. Per necessità, certo, ma anche per un innato nomadismo, un senso di immedicabile estraneità che la conducono da un treno all’altro, da una stanza d’albergo a una camera in affitto, in una fuga che pare guidata da «segni misteriosi, come paletti affioranti da una laguna».
«La Ortese aveva la seconda vista di cui parlano certi mistici, il terzo occhio che nuota sotto la superficie delle cose come appaiono, il guizzo di chi coglie le immagini in un battito di ciglia e la nudità di chi le osserva così crudelmente che alla fine persino le cose mute devono trovare la parola … uno tra i vertici assoluti della Ortese» (Giuseppe Montesano)

