Per anni la BPCO ha avuto, nell’immaginario clinico e sociale, un volto soprattutto maschile. I dati che si stanno accumulando, tuttavia, raccontano ormai un’altra storia
Per anni la BPCO ha avuto, nell’immaginario clinico e sociale, un volto soprattutto maschile. I dati che si stanno accumulando, tuttavia, raccontano ormai un’altra storia: la prevalenza cresce più rapidamente nelle donne e la malattia può tradursi in maggiore dispnea, peggioramento della qualità di vita peggiore e maggiore rischio di riacutizzazioni. Eppure il riconoscimento resta spesso tardivo.
Un Advisory Board italiano, che ha riunito pazienti, caregiver, associazioni e pneumologhe, ha messo a fuoco le ragioni di questo ritardo: sintomi scambiati per asma, stigma del fumo, difficoltà a chiedere aiuto e responsabilità familiari anteposte alla propria salute. Ne emerge un messaggio concreto: cambiare lo sguardo sulla BPCO femminile rappresenta il primo passo per anticipare la diagnosi e costruire una presa in carico più consapevole.
Le conclusioni di questo Advisory Board sono state riassunte in un documento di recente pubblicazione sulla rivista Journal of Sex- and Gender-Specific Medicine (1).
Una malattia ancora letta con lenti maschili
La BPCO colpisce entrambi i sessi, ma nelle donne la prevalenza sta salendo più rapidamente, soprattutto nelle fasce più giovani. L’aumento dell’esposizione al tabacco e ai combustibili da biomassa è soltanto una parte del problema: ci sono anche differenze biologiche e disparità nei percorsi diagnostici e terapeutici. La suscettibilità femminile resta oggetto di discussione, ma a parità di esposizione le donne possono sviluppare più facilmente un’ostruzione bronchiale o mostrare una progressione più rapida.
I numeri aiutano a misurare il fenomeno. In una coorte britannica di 250.000 persone, a parità di storia di fumo, nelle donne l’ostruzione era più pronunciata e il recupero dopo la cessazione minore. In oltre 13.000 persone, la perdita di FEV1 per pacchetto sigarette-anno è risultata maggiore nelle fumatrici: 7,4-10,5 ml contro 6,3-8,1 ml negli uomini.
Più dispnea, qualità di vita più fragile
La differenza non riguarda soltanto la funzione respiratoria. Nelle donne più giovani vengono descritti dispnea e limitazione del flusso aereo più gravi; a parità di età e ostruzione, il peso della malattia può essere maggiore. In uno dei confronti citati, il punteggio medio di ansia era pari a 9,8 nelle donne e a 7,1 negli uomini; anche la qualità di vita risultava più compromessa: 50,6 contro 45,4.
A pesare è anche il rischio di riacutizzazione: quello della prima riacutizzazione moderata-grave è superiore del 17% nelle donne, con un hazard ratio pari a 1,17 e un tempo mediano di 504 giorni contro 637 negli uomini.
Ad essere più elevato è anche il rischio di ricovero correlato alla BPCO; negli uomini, invece, viene descritta una prognosi a breve termine peggiore, con maggiore mortalità a 30 e 90 giorni. Tra le comorbidità femminili richiamate figurano osteoporosi, diabete, scompenso cardiaco, ipertensione e depressione.
Nove voci intorno allo stesso tavolo
Per capire che cosa accade prima e dopo la diagnosi, l’8 marzo 2024 è stato organizzato un advisory board virtuale. Vi hanno partecipato tre donne con BPCO, tre caregiver attive nelle associazioni italiane – una delle quali presidente di un’associazione – e tre pneumologhe. Le domande rivolte a pazienti e caregiver hanno ripercorso l’esordio dei sintomi, l’iter diagnostico, le emozioni, la vita quotidiana, le relazioni, i ruoli familiari e i bisogni di sostegno.
L’Associazione pazienti e le pneumologhe hanno confrontato uomini e donne per storia di malattia, tempi della richiesta di assistenza, accettazione, aderenza e partecipazione associativa. Il risultato è una sintesi qualitativa, non un’indagine rappresentativa. .
Prima l’asma, poi la BPCO
Nelle testimonianze torna un passaggio comune: la dispnea viene inizialmente attribuita all’asma e la BPCO arriva soltanto dopo. La presidente dell’associazione ha indicato tra le cause una conoscenza ancora insufficiente della malattia nella medicina generale. Nella sua esperienza, gli uomini chiederebbero aiuto circa tre anni dopo l’inizio dei sintomi e le donne dopo cinque. Non è una stima epidemiologica e non può essere generalizzata, ma rende visibile un comportamento emerso nel confronto: chi è abituata a prendersi cura degli altri può rimandare più a lungo la cura di sé.
La letteratura citata mostra che il problema non dipende soltanto dalle pazienti. Nonostante i sintomi respiratori, le fumatrici hanno oltre un terzo di probabilità in meno dei fumatori di ricevere una diagnosi di BPCO. Vengono sottoposte meno spesso a spirometria e radiografia del torace e inviate meno frequentemente allo pneumologo. Nei contesti di emergenza i sintomi vengono ancora spesso letti come asma; stanchezza e stati depressivi possono inoltre spostare altrove l’attenzione clinica.
Il peso invisibile della colpa
Alla fatica respiratoria si aggiunge quella emotiva. Diverse partecipanti hanno raccontato il senso di colpa per il fumo e per avere smesso tardi. Lo stigma può spingere a nascondere i sintomi o a evitare lo specialista, benché non tutte le BPCO siano fumo-correlate. La cessazione resta centrale, ma nelle donne può essere più difficile: a pesare possono essere la minore efficacia della sostituzione nicotinica e un aumento di peso più marcato.
Quando la vita si restringe
La terapia non cancella automaticamente la paura di uscire e trovarsi senza fiato. Le partecipanti descrivono l’ossigenoterapia come un limite alle attività quotidiane; le maschere usate di notte possono causare fastidio al volto e dermatite. Una caregiver ha richiamato anche i disturbi cognitivi aggravati dalla desaturazione, con conseguenze sull’autonomia. A rendere il percorso più faticoso contribuiscono la discontinuità tra specialisti e l’accesso ancora limitato alla riabilitazione.
La fisioterapia respiratoria viene indicata come una possibile svolta: non soltanto un miglioramento fisico, ma una comprensione più piena della malattia. Accettare la diagnosi e ritrovare il desiderio di stare meglio diventano passaggi decisivi. Riabilitazione, relazione empatica e maggiore consapevolezza possono così aiutare a recuperare margini di autonomia.
Dopo la diagnosi, la svolta possibile
Le pneumologhe del board hanno osservato che, una volta correttamente inquadrate, le donne tendono ad essere scrupolose, aderenti e responsabili nella gestione della terapia. È un dato di esperienza clinica, non una conclusione generalizzabile, ma apre uno spazio di intervento. Le associazioni possono trasformare i bisogni in percorsi di sostegno e creare un ponte con medici di medicina generale e specialisti. Resta però un vuoto di conoscenza: molti studi controllati hanno una prevalenza maschile e non sono dimensionati per analisi stratificate per sesso, soprattutto quando le partecipanti sono sottorappresentate.
Implicazioni cliniche: cambiare lo sguardo
Dai dati emersi e discussi in questo advisory board si evince un messaggio per la pratica clinica che è al contempo culturale e clinico: occorre abbandonare l’idea della BPCO come malattia soprattutto maschile.
In una donna con sintomi respiratori, l’ipotesi di asma non dovrebbe ritardare la valutazione per BPCO, la spirometria e l’invio allo pneumologo. Servono maggiore consapevolezza tra i medici non specialisti, anche in emergenza, e una formazione più solida nella medicina generale. Serve anche una comunicazione non colpevolizzante, perché lo stigma del fumo può alimentare vergogna e rinuncia all’assistenza.
La presa in carico deve considerare la valutazione della dispnea, il ricorso all’ossigenoterapia, la continuità tra specialisti e la valutazione delle comorbidità.
Non solo: riabilitazione, relazione empatica, educazione e associazioni possono sostenere l’autonomia e accrescere la consapevolezza delle pazienti.
Da ultimo, per quanto riguarda la ricerca nel campo, servono ulteriori analisi dei trial e studi prospettici ampi che approfondiscano il tema delle differenze di genere, compreso il ricorso alle coorti osservazionali (real life).
KEY MESSAGES
• La BPCO non è una malattia prevalentemente maschile: nelle donne la prevalenza aumenta più rapidamente e il carico dei sintomi può essere maggiore.
• Il rischio della prima riacutizzazione moderata-grave è superiore del 17% nelle donne; il tempo mediano è di 504 giorni contro 637 negli uomini.
• Le fumatrici sintomatiche hanno oltre un terzo di probabilità in meno di ricevere una diagnosi di BPCO e vengono sottoposte meno spesso a spirometria.
• Riabilitazione, continuità assistenziale, ascolto e associazioni possono sostenere consapevolezza, aderenza e autonomia dopo la diagnosi.
Bibliografia
Foschino Barbaro MP, Carpagnano E, Rogliani P et al. Gender differences in chronic obstructive pulmonary disease perception and management: insights from an Italian advisory board J Sex Gender Specif Med. 2026;12(2):61-66.
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