Site icon Corriere Nazionale

Alberi monumentali: Masaf aggiorna l’elenco. 82 nuovi ingressi per un grande patrimonio botanico

Testimoniano come l’uomo e la natura abbiano imparato a raccontarsi a vicenda

Gli esemplari inclusi nell’Elenco ufficiale si contraddistinguono per l’elevato valore biologico ed ecologico, legato all’età, alle dimensioni, alla morfologia, alla rarità della specie o perché sono gli elementi essenziali senza i quali l’habitat che accoglie particolari specie animali non esisterebbe. Possono però ottenere questo riconoscimento anche per l’importanza storica, culturale e religioso. Molti di essi sono strettamente connessi a elementi architettonici o a tradizioni locali e contribuiscono a definire il paesaggio italiano, rendendolo unico sotto il profilo estetico e identitario.

Quercia delle Streghe

QUALCHE STORIA 

Sulla costa abruzzese, a Pescara, si incontra ad esempio il celebre Pino d’Aleppo “coricato”: un gigante dal tronco di oltre due metri di circonferenza che, in seguito a un antico cedimento del terreno, non si è spezzato ma si è adagiato al suolo come un grande serpente di legno. Se la scienza vi legge una straordinaria capacità di adattamento vegetale, la memoria popolare preferisce scorgervi un incantesimo: si racconta infatti che i pini ritorti della costa non siano caduti per debolezza, ma per amore, stregati dal canto delle ninfe marine e rimasti per sempre ‘congelati’ nell’atto di sporgersi verso la battigia per ascoltare la voce del mare.

Spostandoci più a sud, tra le ombre fitte della Foresta Umbra sul Monte Sant’Angelo in Puglia, incontriamo il Tasso Vetusto, un colosso millenario con oltre tre metri di circonferenza. In un sottile gioco di richiami con la terra e con il tempo, questo albero incarna il mistero della vita e della fine: anticamente chiamato “Albero della Morte” per via del veleno contenuto nelle foglie e nei semi, la leggenda vuole che le sue esalazioni condannassero a un sonno eterno chiunque dormisse alla sua ombra, colpito dalla maledizione degli dei. Eppure, proprio dove la vita sembra estinguersi, il Tasso svela il suo secondo volto: gli antichi vi vedevano un simbolo di pura immortalità perché lo ritenevano capace di far germogliare un nuovo fusto direttamente dal proprio legno marcio, erigendosi a ponte perenne tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Se il Pino ascolta il mare e il Tasso sfida l’abisso, c’è chi con la forza della terra ha saputo persino ingannare le forze demoniache.

Roverella di Norcia (PG)

Risalendo verso l’Umbria, a Nottoria, incontriamo la grandiosa Roverella, il cui tronco supera i cinque metri di circonferenza e le cui maestose branche orizzontali, i rami nel gergo comune, tessono una chioma sconfinata. Si narra che proprio la tenacia di questa specie spezzò l’impiego del maligno: si racconta che un giorno il Diavolo chiese a Dio di poter dominare la Terra durante i mesi in cui i rami fossero rimasti spogli e Dio accettò. Mentre tutti gli alberi cedettero al gelo, spogliandosi delle loro foglie, la Roverella decise con astuzia di non cedervi. Trattenne le proprie foglie secche per tutto l’inverno, lasciandole cadere solo a primavera inoltrata quando le nuove gemme erano già sbocciate. Impedendo al bosco di restare spoglio anche solo per un istante, la quercia fece perdere la scommessa al Diavolo che non poté mai avere il governo del mondo e delle anime che lo abitavano.

Che sia lungo le coste marittime, tra i boschi o nei paesaggi collinari, questi 82 nuovi ingressi rappresentano il valore del patrimonio botanico italiano e testimoniano come l’uomo e la natura abbiano imparato a raccontarsi a vicenda.

Olivastro di Luras

HALL OF FAME DEGLI ALBERI MONUMENTALI

QUERCIA DELLE STREGHE (O DI PINOCCHIO) – TOSCANA

Maestosa Roverella situata nel Parco di Villa Carrara, in provincia di Lucca. Con i suoi rami nodosi che si allargano paralleli al terreno per quarantuno metri, è considerata la quercia più bella d’Italia. La leggenda vuole che sotto la sua chioma si dessero appuntamento le streghe per celebrare i loro sabba notturni, scatenandosi in danze frenetiche lungo i rami orizzontali. Ma all’ombra di questi stessi rami si è posata anche la fantasia: fu proprio sotto le sue fronde che Carlo Collodi trovò riparo e ispirazione mentre dava vita alle avventure di Pinocchio, trasformando questo gigante verde in un osservatore eterno della letteratura.

LA SEQUOIA DI VAJONT – VENETO

Radicata nel comune di Longarone, ai piedi delle Dolomiti bellunesi, la Sequoia del Vajont s’innalza solitaria per oltre trentadue metri. I suoi centosessant’anni di vita raccontano la sua maestosità e i segni della storia che si porta dietro. Presenta infatti una cicatrice sul tronco che testimonia il disastro provocato dalla frana del 9 ottobre 1963 sulla diga del Vajont, in cui persero la vita quasi 2000 persone. I comuni di Erto e Casso vennero spazzati via, rimase in piedi solamente la sequoia, riportando una cicatrice sul tronco. Oggi questa cicatrice è diventata una traccia storica a memoria delle vittime della frana.

CASTAGNO DEI CENTO CAVALLI – SICILIA

Si trova a dimora del Parco dell’Etna, nel comune di Sant’Alfio in provincia di Catania. Impossibile non rimanere affascinati da questo patriarca verde che vanta 2200 anni di età. È uno dei più vecchi d’Italia e dal 2008 ha ricevuto una ulteriore tutela da parte dell’Unesco, riconoscendolo come “Monumento messaggero di pace”. Leggenda vuole che la regina Giovanna d’Angiò (o secondo altre versioni Isabella d’Inghilterra) fu sorpresa da un violento temporale sull’Etna durante una battuta di caccia. Insieme a lei c’era una scorta di ben cento tra dame e cavalieri e l’intero gruppo trovò riparo e rimase all’asciutto all’interno dell’immenso tronco cavo del castagno. La fantasia popolare ha poi arricchito il racconto, trasformando quella notte d’attesa in una sfrenata notte d’amore tra la sovrana e i suoi cavalieri.

PLATANO ORIENTALE DI CURINGA – CALABRIA

Custode dell’eremo di Sant’Elia in provincia di Catanzaro, Calabria, il Platano di Curinga è un colosso di oltre trenta metri di altezza sbarcato sul podio degli alberi più belli d’Europa. La sua figura affonda le radici nel mito classico: specie sacra a Giove e scelta dal re degli dei per le sue nozze con Giunone, il platano era per gli antichi l’albero sotto la cui ombra Socrate insegnava e Platone meditava. Oggi il suo tronco, divenuto cavo, è una vera e propria stanza vegetale capace di accogliere quasi dieci persone, offrendo a chiunque vi entri un’esperienza quasi mistica nel ventre della natura.

OLIVASTRO DI LURAS – SARDEGNA

Situato a Olbia, più precisamente a Santu Baltolu, l’Olivastro di Luras primeggia incontrastato con i suoi circa tremila anni di età, meritandosi il titolo di albero più antico d’Italia e forse anche d’Europa. Ma la sua straordinaria longevità è accompagnata dalle ombre della cultura arcaica sarda: si narrava infatti che tra le sue fronde rugose e intricate trovassero rifugio gli spiriti della notte, e che dal suo legno tenace venisse intagliato su mazzoccu, il martello rituale impiegato dall’accabadora per donare una morte pietosa ai malati terminali.

Quercia di Manildo

PLATANO DEI CENTO BERSAGLERI – PUGLIA

A pochi passi dal mare salentino, in Puglia, si estende la maestosa chioma del Platano dei Cento Bersaglieri, una cupola verde di settecento metri quadrati che già ai tempi della Magna Grecia veniva interrogata dai saggi come un oracolo divino. Attorno a questo colosso verde s’innesta la leggenda di Federico II di Svevia che, sorpreso da un nubifragio insieme alla sua cavalleria, trovò riparo proprio sotto l’infinita architettura dei suoi rami. Un abbraccio di foglie che protesse l’imperatore e i suoi cento uomini, consegnando l’esemplare al mito.

QUERCIA DI MANILDO – LAZIO

Nel territorio di Acquapendente, nel viterbese, si erge la Quercia di Manildo, un imponente cerro che sfoggia una chioma di cinquecento metri quadri, ampia quanto un palazzo di sei piani. Se questo gigante di trecento anni svetta ancora intatto nel paesaggio laziale lo si deve al gesto di un uomo: nel 1968, l’agricoltore Manildo Lombardelli scelse di salvarlo dalla scure dei legnaioli, legando per sempre il nome della propria famiglia a quello dell’albero. Oggi è un monumento naturale capace di resistere persino al gelido inverno del 2012 e di regalare un impatto sensoriale unico a chiunque si fermi sotto i suoi rami.

Lollobrigida: “Custodi della nostra storia e del nostro territorio”

“Sono a dimora da molto prima che ognuno di noi fosse nato, alcuni esemplari hanno addirittura millenni, sono gli alberi secolari. Alla loro ombra hanno riposato personaggi famosi, sono stati fonte di ispirazione per scrittori, hanno dato riparo a mandrie di cavalli colti di sorpresa da una tempesta. Che sia realtà o leggenda poco importa, questi giganti verdi non sono solo alberi, sono parte del nostro territorio, della nostra cultura, della nostra storia. Per questo sono orgoglioso che il Ministero li censisca, li salvaguardi, li curi perché possano conservarsi nei secoli e continuino a testimoniare con i loro tronchi e le loro chiome che c’è stato un tempo in cui non c’eravamo e ci sarà un tempo in cui noi non ci saremo, ma altri ci saranno” così il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida commentando il decimo aggiornamento dell’Elenco nazionale degli alberi monumentali.

Exit mobile version