Artroprotesi di anca e ginocchio: una strategia semplice basata esclusivamente sull’aspirina potrebbe offrire la stessa efficacia e sicurezza per la prevenzione del tromboembolismo venoso
Dopo un intervento di sostituzione protesica dell’anca o del ginocchio, la prevenzione del tromboembolismo venoso rappresenta uno degli aspetti più importanti della gestione postoperatoria. Oggi questa profilassi viene spesso effettuata con anticoagulanti orali diretti (DOAC), come il rivaroxaban, ma un nuovo studio suggerisce che, almeno nei pazienti a rischio standard, una strategia molto più semplice basata esclusivamente sull’aspirina potrebbe offrire la stessa efficacia e sicurezza.
È quanto emerge dallo studio EPCAT III, pubblicato sul New England Journal of Medicine e presentato al congresso annuale della International Society on Thrombosis and Haemostasis (ISTH).
Aspirina non inferiore al rivaroxaban
Lo studio ha coinvolto 5.429 pazienti sottoposti ad artroprotesi primaria o di revisione dell’anca o del ginocchio in 15 centri universitari canadesi.
I partecipanti sono stati randomizzati a ricevere:
- 81 mg di aspirina una volta al giorno fin dal primo giorno dopo l’intervento;
- oppure 10 mg di rivaroxaban al giorno per i primi cinque giorni, seguiti poi da aspirina.
Successivamente tutti i pazienti hanno proseguito la profilassi con aspirina: per 9 giorni dopo la protesi di ginocchio e per 30 giorni dopo quella d’anca.
L’obiettivo principale era verificare l’insorgenza, entro 90 giorni dall’intervento, di trombosi venosa profonda prossimale o embolia polmonare sintomatica.
I risultati hanno mostrato un’incidenza praticamente sovrapponibile:
- 0,48% nel gruppo trattato esclusivamente con aspirina;
- 0,45% nel gruppo rivaroxaban seguito da aspirina.
La differenza di rischio è risultata pari ad appena 0,02 punti percentuali, soddisfacendo pienamente il criterio statistico di non inferiorità (P<0,001).
Nessun aumento del rischio di sanguinamento
Anche sul fronte della sicurezza le due strategie si sono dimostrate equivalenti.
Gli episodi di sanguinamento maggiore o clinicamente rilevante si sono verificati nell’1,66% dei pazienti trattati con aspirina e nel 2,04% di quelli che avevano ricevuto inizialmente rivaroxaban, senza differenze clinicamente significative.
Secondo gli autori, questi dati confermano che l’aspirina rappresenta una valida alternativa ai DOAC nella profilassi postoperatoria dopo artroprotesi nei pazienti a rischio standard.
Una strategia più semplice e meno costosa
Negli ultimi anni farmaci come rivaroxaban e apixaban hanno progressivamente sostituito il warfarin nella prevenzione del tromboembolismo venoso dopo chirurgia ortopedica maggiore. Parallelamente è cresciuto anche l’impiego dell’aspirina, sebbene finora le prove scientifiche a suo favore fossero meno solide.
Lo stesso gruppo di ricerca aveva già dimostrato, con lo studio EPCAT II, che il passaggio all’aspirina dopo cinque giorni di rivaroxaban era sicuro ed efficace. EPCAT III compie ora un ulteriore passo avanti, suggerendo che, in molti pazienti, il DOAC potrebbe essere evitato del tutto.
«L’aspirina è un farmaco orale ampiamente disponibile e poco costoso, con il potenziale di semplificare la profilassi post-chirurgica sia per i pazienti sia per i medici», scrivono gli autori coordinati da Sudeep Shivakumar della Dalhousie University e della Nova Scotia Health Authority. «I risultati del nostro studio forniscono solide evidenze a supporto della scelta di una strategia basata esclusivamente sull’aspirina.»
Non per tutti i pazienti
Gli stessi ricercatori invitano però alla cautela nell’estendere questi risultati a tutti i pazienti sottoposti ad artroprotesi.
La popolazione arruolata era infatti costituita prevalentemente da soggetti a rischio trombotico standard: il punteggio medio STOP-VTE era pari a 1,1 e soltanto il 3,4% dei partecipanti era classificato ad alto rischio.
Inoltre, lo studio escludeva persone con:
- precedente tromboembolismo venoso;
- frattura dell’anca o dell’arto inferiore nei tre mesi precedenti;
- tumore metastatico.
Per questo motivo gli autori sottolineano che nei pazienti ad alto rischio la scelta della profilassi deve continuare a essere personalizzata, valutando attentamente il bilancio tra efficacia e sicurezza.
Un risultato che chiarisce il dibattito
I dati di EPCAT III assumono particolare rilevanza anche alla luce dello studio CRISTAL, pubblicato nel 2022, che aveva evidenziato un numero maggiore di eventi tromboembolici sintomatici nei pazienti trattati con sola aspirina rispetto all’enoxaparina, soprattutto per un aumento delle trombosi venose profonde distali.
Nel nuovo studio, invece, anche includendo le trombosi distali nell’endpoint di efficacia, non sono emerse differenze significative tra i due gruppi (1,03% contro 0,87%).
Perché questo studio è importante
EPCAT III fornisce una delle prove più solide finora disponibili a favore dell’impiego dell’aspirina in monoterapia come profilassi del tromboembolismo venoso dopo protesi di anca o ginocchio nei pazienti a rischio standard. Se recepiti dalle future linee guida, questi risultati potrebbero contribuire a semplificare la gestione postoperatoria, ridurre i costi della terapia e facilitare l’aderenza dei pazienti, senza compromettere efficacia e sicurezza. Resta tuttavia fondamentale identificare correttamente i pazienti ad alto rischio, nei quali gli anticoagulanti diretti continuano a rappresentare la strategia di riferimento.
Referenza bibliografica
Shivakumar S, et al. Rivaroxaban then aspirin vs. aspirin alone after total hip or knee arthroplasty. N Engl J Med. 2026. doi:10.1056/NEJMoa2603649.
leggi
https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMoa2603649

