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Negli USA la prevalenza della malattia renale cronica resta invariata

Malattia renale cronica, con o senza diabete di tipo 2: l'SGLT2 inibitore dapagliflozin ha ridotto l'albuminuria, con un maggiore effetto in presenza di diabete

Negli Stati Uniti, la prevalenza della malattia renale cronica (CKD) è rimasta sostanzialmente invariata nell’ultimo decennio, nonostante l’arrivo di terapie nefroprotettive

Negli Stati Uniti, la prevalenza della malattia renale cronica (CKD) è rimasta sostanzialmente invariata nell’ultimo decennio, nonostante l’arrivo di terapie nefroprotettive come gli SGLT2 inibitori e finerenone. Secondo un’analisi dei dati NHANES pubblicata sul New England Journal of Medicine, la CKD ha interessato il 14,8% degli adulti nel ciclo 2021-2023, pari a circa 36 milioni di persone. A cambiare, però, è il profilo della malattia: la quota associata al diabete è aumentata dal 4,7% al 5,7%, rafforzando il legame tra rene, diabete e rischio cardiovascolare.

Secondo i ricercatori, il mancato calo della prevalenza indica che l’impatto di questi trattamenti non è ancora visibile a livello di popolazione, probabilmente per effetto di diagnosi tardiva, screening insufficiente, prescrizione non ottimale e controllo ancora inadeguato dei fattori di rischio.

Razionale e obiettivi dello studio
La CKD rappresenta una delle principali sfide di sanità pubblica, per frequenza, costi e impatto su mortalità, disabilità e progressione verso dialisi o trapianto. Negli ultimi anni sono entrate nella pratica clinica terapie capaci di proteggere il rene e ridurre eventi cardiovascolari, in particolare gli SGLT2 inibitori e l’antagonista non steroideo del recettore dei mineralcorticoidi finerenone.

La domanda centrale dello studio era se questi progressi si fossero tradotti in una riduzione della prevalenza di CKD nella popolazione generale. Gli autori, inoltre, hanno valutato se fossero cambiati i fattori clinici associati alla malattia, con particolare attenzione a diabete, scompenso cardiaco, ipertensione e disuguaglianze demografiche o socioeconomiche.

Disegno dello studio
L’analisi ha utilizzato i dati del National Health and Nutrition Examination Survey, includendo 25.106 adulti statunitensi di almeno 20 anni valutati in quattro cicli di indagine nell’arco di circa dieci anni, dal 2013-2014 al 2021-2023.
La CKD era definita dalla presenza di eGFR inferiore a 60 mL/min/1,73 m² oppure da rapporto albumina/creatinina urinaria pari o superiore a 30 mg/g. Le stime di prevalenza sono state standardizzate per età secondo il censimento statunitense del 2020, così da consentire confronti più robusti nel tempo.

Gli autori dello studio, inoltre, hanno esaminato le condizioni coesistenti e i profili demografici e socioeconomici associati alla CKD, valutando in particolare il peso relativo del diabete e dello scompenso cardiaco.

Risultati principali
Prevalenza stabile, burden ancora molto elevato
Nel ciclo NHANES 2013-2014, la prevalenza di CKD negli adulti statunitensi era pari al 14,5%. Nel ciclo 2021-2023 è risultata pari al 14,8%, un valore sostanzialmente stabile ma traducibile, in termini assoluti, in circa 36 milioni di adulti.
Il dato è rilevante perché copre un periodo in cui sono diventate disponibili terapie specificamente nefroprotettive.

Il diabete pesa sempre di più sulla CKD
Il cambiamento più importante riguarda la composizione dei fattori di rischio. La prevalenza di CKD associata al diabete è aumentata dal 4,7% al 5,7% nel periodo considerato. Il diabete è risultato la condizione coesistente più fortemente associata alla presenza di CKD, con un rapporto di prevalenza aggiustato pari a 2,49.

Al contrario, la prevalenza di CKD tra le persone senza diabete non ha mostrato variazioni significative. Ciò suggerisce che l’aumento della componente diabetica stia diventando uno dei principali motori della malattia renale cronica nella popolazione statunitense.

Rene, cuore e metabolismo sempre più intrecciati
Anche lo scompenso cardiaco è risultato fortemente associato alla CKD, con un rapporto di prevalenza aggiustato che nel ciclo 2021-2023 ha raggiunto un valore pari a 2,47, appena inferiore a quello del diabete.
Il messaggio clinico è che la CKD si inserisce sempre più in un continuum cardiovascolare-renale-metabolico. La gestione isolata del singolo organo appare quindi insufficiente: un paziente con CKD deve essere valutato anche per il rischio cardiaco e metabolico, così come i pazienti con diabete o scompenso cardiaco dovrebbero essere sottoposti a screening renale sistematico.

Albuminuria più frequente del solo calo dell’eGFR
Durante tutto il periodo analizzato, un numero maggiore di adulti soddisfacevano i criteri di CKD per l’albuminuria isolata piuttosto che per la riduzione isolata dell’eGFR (8,6% vs 4,1%).
Questo punto ha un’importanza pratica notevole. Se ci si limita alla creatinina o all’eGFR, molti casi iniziali di danno renale rischiano di non essere identificati. Il rapporto albumina/creatinina urinaria emerge, quindi, come uno strumento chiave per intercettare precocemente la malattia, soprattutto negli individui con diabete, ipertensione o malattia cardiovascolare.

Disuguaglianze persistenti
Dall’analisi dei dati è emerso che la prevalenza di CKD variava in modo marcato in base a fattori demografici e socioeconomici. I tassi erano più elevati tra gli adulti di etnia Afro-americana, tra le persone con reddito inferiore alla soglia federale Usa di povertà e nei gruppi con minore livello di istruzione.

Questi dati indicano che il burden della CKD non è distribuito in modo uniforme e che l’accesso allo screening, al controllo dei fattori di rischio e alle terapie nefroprotettive resta probabilmente diseguale.

Implicazioni cliniche
L’analisi suggerisce che i progressi terapeutici, da soli, non bastano a ridurre il peso della CKD se non vengono accompagnati da diagnosi precoce, implementazione equa delle cure e controllo più efficace di diabete, pressione arteriosa e rischio cardiovascolare.
Il fatto che la prevalenza complessiva sia rimasta intorno al 15% non va letto come un dato rassicurante. Significa piuttosto che il sistema sanitario non è ancora riuscito a trasformare le nuove opportunità terapeutiche in un beneficio misurabile a livello di popolazione.

Per la pratica clinica, il messaggio è duplice: in primo luogo, nei pazienti con diabete, ipertensione o scompenso cardiaco, lo screening della CKD dovrebbe includere sia eGFR sia albuminuria, perché una quota importante di malattia viene identificata proprio attraverso il danno albuminurico.

In secondo luogo, l’approccio al trattamento e alla gestione della CKD deve essere integrato: rene, cuore e metabolismo non possono più essere gestiti come compartimenti separati.

Infine, last but not least, è importante anche considerare il tema della consapevolezza (awareness) di malattia: una quota molto ampia di adulti con CKD non sa di averla. Per questo, migliorare l’identificazione precoce e l’accesso ai farmaci nefroprotettivi potrebbe rappresentare la leva principale per spostare la traiettoria della malattia nei prossimi anni.

Bibliografia

Claudel SE, Verma A “Trends and prevalence of chronic kidney disease in the United States” N Engl J Med 2026; DOI: 10.1056/NEJMc2518565.
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