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Pressione alta non aumenta il rischio demenza negli anziani fragili

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Demenza: nell’anziano fragile la pressione alta potrebbe non aumentare il rischio. Lo suggerisce uno studio Usa

La relazione tra ipertensione e demenza negli anziani potrebbe dipendere dal grado di fragilità fisica. Uno studio pubblicato su Neurology mostra che l’ipertensione aumenta il rischio di demenza negli anziani robusti, ma non in quelli prefraili o fragili. I risultati suggeriscono che gli obiettivi terapeutici della pressione arteriosa potrebbero dover essere personalizzati in base allo stato di fragilità del paziente.

Per decenni l’ipertensione arteriosa è stata considerata uno dei principali fattori di rischio modificabili per la demenza. Tuttavia, una nuova ricerca suggerisce che questa relazione potrebbe essere molto più complessa nelle persone anziane. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Neurology, l’impatto della pressione arteriosa sul rischio di sviluppare demenza cambia infatti in funzione dello stato di fragilità fisica.

In particolare, l’ipertensione è risultata associata a un aumento del rischio di demenza negli anziani robusti, mentre questa associazione scompare nei soggetti prefraili o fragili. In quest’ultimo gruppo, valori pressori lievemente elevati sono stati addirittura associati a un rischio inferiore di sviluppare deterioramento cognitivo.

Un tema sempre più rilevante
L’ipertensione rappresenta uno dei più importanti fattori di rischio cardiovascolare e numerosi studi hanno dimostrato che un buon controllo pressorio durante la mezza età riduce il rischio di demenza negli anni successivi.
Molto meno chiaro è invece quale debba essere l’obiettivo terapeutico negli ultra-settantenni e negli ultraottantenni, soprattutto quando presentano condizioni di fragilità fisica, ridotta autonomia o numerose comorbidità.
Negli ultimi anni diversi studi hanno infatti suggerito che, negli anziani molto fragili, una riduzione eccessiva della pressione arteriosa potrebbe non essere sempre vantaggiosa.

Lo studio
Per approfondire questo aspetto, i ricercatori hanno analizzato i dati dello studio statunitense ARIC (Atherosclerosis Risk in Communities), una delle più importanti coorti epidemiologiche dedicate alle malattie cardiovascolari e neurologiche.
Sono stati inclusi 6.135 adulti senza demenza all’inizio dello studio, con un’età media di 75 anni; il 58,5% era costituito da donne.
I partecipanti sono stati classificati in tre categorie secondo i criteri di Fried: robusti; prefragili; fragili.
La fragilità è stata definita sulla base di caratteristiche quali perdita di peso involontaria, riduzione della forza muscolare, rallentamento della deambulazione, affaticamento e ridotta attività fisica.
I ricercatori hanno inoltre valutato la presenza dei principali fattori di rischio vascolare:
• ipertensione;
• pressione arteriosa elevata ma non francamente ipertesa;
• diabete;
• fumo di sigaretta.
I partecipanti sono stati seguiti per una mediana di 9 anni.

La fragilità aumenta il rischio di demenza
Nel corso del follow-up è emersa una netta differenza nell’incidenza della demenza.
La malattia si è sviluppata nel:
• 15,8% degli anziani robusti;
• 30% dei soggetti prefraili o fragili.
Dopo l’aggiustamento per numerosi fattori confondenti, la fragilità è risultata associata a un aumento del rischio di demenza del 59%.
Anche il diabete e il fumo hanno confermato il loro ruolo di fattori di rischio indipendenti.
Il diabete aumentava il rischio di circa il 29%, mentre il fumo attivo lo incrementava del 50%.

L’ipertensione conta solo negli anziani robusti
Il risultato più interessante riguarda però la pressione arteriosa.
Negli anziani robusti, l’ipertensione era associata a un incremento del rischio di demenza del 39%.
Al contrario, nei partecipanti prefraili o fragili questa associazione non è stata osservata.
Anzi, nei soggetti più fragili una pressione arteriosa moderatamente elevata è risultata associata a una riduzione del rischio di demenza rispetto ai valori pressori più bassi.
Secondo gli autori, questi risultati suggeriscono che la fragilità modifica il rapporto tra pressione arteriosa e salute cerebrale.

Perché accade?
Lo studio non è stato progettato per chiarire i meccanismi biologici responsabili di questa osservazione, ma gli autori avanzano alcune possibili spiegazioni.
Negli anziani fragili una pressione arteriosa relativamente più alta potrebbe contribuire a mantenere un’adeguata perfusione cerebrale in presenza di arterie irrigidite o aterosclerotiche.
Al contrario, una riduzione eccessiva della pressione potrebbe compromettere l’afflusso di sangue al cervello, favorendo nel tempo il deterioramento cognitivo.
Si tratta tuttavia di un’ipotesi che richiederà ulteriori conferme sperimentali.

Diabete e fumo restano fattori di rischio
Diversamente dall’ipertensione, gli effetti del diabete e del fumo non sembrano dipendere dalla fragilità.
Entrambi i fattori aumentavano il rischio di demenza sia negli anziani robusti sia in quelli prefraili o fragili, confermando l’importanza della prevenzione cardiovascolare lungo tutto l’arco della vita.

Verso una medicina sempre più personalizzata
Secondo Jason R. Smith, primo autore dello studio e ricercatore della University of North Carolina at Chapel Hill, questi risultati potrebbero avere importanti implicazioni cliniche.
«È entusiasmante pensare che anche nelle persone di oltre 80 anni potremmo contribuire a preservare la salute del cervello scegliendo l’obiettivo pressorio più appropriato sulla base del loro grado di fragilità», ha dichiarato in un comunicato dell’università.
Gli autori sottolineano però che sono necessari studi clinici prospettici per verificare se una strategia terapeutica personalizzata sullo stato di fragilità possa effettivamente ridurre il rischio di demenza.

I limiti dello studio
Gli stessi ricercatori invitano alla prudenza nell’interpretazione dei risultati.
Lo studio è osservazionale e, pertanto, non dimostra un rapporto di causa-effetto. Inoltre, la fragilità e la pressione arteriosa sono state valutate all’inizio dello studio e potrebbero essere cambiate durante il follow-up.
Infine, i risultati riguardano prevalentemente anziani statunitensi e dovranno essere confermati in popolazioni differenti.

Perché questo studio è importante
Lo studio introduce un concetto destinato probabilmente ad avere un impatto crescente nella medicina geriatrica: non tutti gli anziani sono uguali. Due persone della stessa età possono avere riserve funzionali molto diverse e rispondere in modo differente agli stessi trattamenti.
I risultati suggeriscono che anche la gestione dell’ipertensione potrebbe dover evolvere verso una maggiore personalizzazione, tenendo conto non soltanto dei valori pressori ma anche dello stato di fragilità complessivo del paziente. Se futuri studi confermeranno queste osservazioni, le linee guida potrebbero prevedere obiettivi pressori differenti per gli anziani robusti rispetto a quelli più fragili, con l’obiettivo di proteggere non solo il cuore e i vasi, ma anche il cervello.

Bibliografia
1. Smith JR, et al. Frailty Modifies the Association Between Late-Life Vascular Risk Factors and Incident Dementia. Neurology. 2026;107:e218127. doi:10.1212/WNL.0000000000218127.
2. University of North Carolina at Chapel Hill. Frailty may affect blood pressure’s role in dementia risk. EurekAlert!, 3 luglio 2026.
3. ARIC (Atherosclerosis Risk in Communities) Study.

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