Site icon Corriere Nazionale

Iperaldosteronismo primario e ipertensione: screening sono una mosca bianca

ipertensione

Iperaldosteronismo primario, meno dell’1% dei pazienti con nuova diagnosi di ipertensione viene sottoposto a screening

L’iperaldosteronismo primario, una delle cause più frequenti e potenzialmente curabili di ipertensione arteriosa, continua a essere largamente sottodiagnosticato nella pratica clinica. Un ampio studio basato su dati real world presentato al congresso ENDO 2026 dell’Endocrine Society mostra infatti che meno dell’1% dei pazienti con nuova diagnosi di ipertensione viene sottoposto a screening per questa condizione, nonostante le raccomandazioni delle linee guida.

L’analisi ha inoltre evidenziato che quasi un paziente su dodici tra quelli sottoposti a screening è risultato positivo, suggerendo che un ampliamento delle strategie diagnostiche potrebbe consentire di identificare un numero significativo di casi oggi non riconosciuti.

Una causa comune ma spesso ignorata di ipertensione

«Sappiamo che l’iperaldosteronismo primario è una causa comune ma sottodiagnosticata di ipertensione», ha affermato Diana Grace Varghese dell’Università del Maryland, presentando i risultati dello studio. «Solo lo 0,76% degli adulti eleggibili con ipertensione incidente è stato sottoposto a screening. Ampliare lo screening potrebbe migliorare in modo significativo l’identificazione della malattia».

L’iperaldosteronismo primario è caratterizzato da una produzione eccessiva di aldosterone da parte delle ghiandole surrenali. L’ormone favorisce la ritenzione di sodio e acqua e aumenta l’eliminazione del potassio, determinando un incremento persistente della pressione arteriosa.

Negli ultimi anni è emerso che questa condizione è molto più frequente di quanto si ritenesse in passato e che non rappresenta soltanto una causa di ipertensione secondaria, ma anche un importante fattore di rischio cardiovascolare indipendente.

Lo studio

I ricercatori hanno analizzato i dati del database statunitense Optum Labs Data Warehouse relativi al periodo 2011-2023. Sono stati inclusi circa 2,5 milioni di adulti con nuova diagnosi di ipertensione.

Tra questi, soltanto 18.787 pazienti (0,76%) erano stati sottoposti agli esami raccomandati per lo screening dell’iperaldosteronismo primario. Per 9.414 soggetti erano inoltre disponibili i dati biochimici completi necessari per valutare l’esito dello screening.

L’età media della popolazione era di 52 anni; il 56% era rappresentato da donne e il 58% da soggetti caucasici.

Quasi il 9% dei pazienti testati è risultato positivo

Tra i soggetti sottoposti a screening e con dati disponibili, 819 pazienti sono risultati positivi, corrispondenti a una prevalenza dell’8,7%.

Secondo gli autori si tratta di un risultato clinicamente rilevante, che conferma come la malattia sia probabilmente molto più diffusa di quanto venga diagnosticato nella pratica clinica.

Lo screening viene effettuato mediante il dosaggio di aldosterone e renina e il calcolo del rapporto aldosterone/renina (ARR), considerato il test di riferimento per identificare i soggetti da avviare ad approfondimenti diagnostici.

Perché è importante riconoscere la malattia

La diagnosi precoce dell’iperaldosteronismo primario riveste un’importanza particolare perché il trattamento differisce da quello dell’ipertensione essenziale.

Le linee guida raccomandano infatti terapie specifiche, farmacologiche o chirurgiche, in grado di correggere il meccanismo alla base della malattia. Sul fronte farmacologico, gli antagonisti del recettore dei mineralcorticoidi, come lo spironolattone, rappresentano il trattamento di prima scelta.

L’obiettivo è migliorare il controllo pressorio e ridurre il rischio di complicanze cardiovascolari associate all’eccesso di aldosterone.

Numerose evidenze indicano infatti che i pazienti con iperaldosteronismo primario presentano un rischio maggiore di eventi cardiovascolari, ictus, fibrillazione atriale, insufficienza cardiaca e mortalità rispetto ai soggetti con ipertensione essenziale.

Uno studio svedese pubblicato nel 2023 ha evidenziato un aumento del 23% della mortalità per tutte le cause, un incremento del 57% della mortalità cardiovascolare e un rischio di ictus superiore dell’85% rispetto alla popolazione generale. Nei pazienti non trattati il rischio di morte risultava più che raddoppiato.

Chi ha maggiori probabilità di risultare positivo

L’analisi ha identificato diversi fattori associati a una maggiore probabilità di positività allo screening.

Tra questi figurano:

Al contrario, l’uso di farmaci che agiscono sul sistema renina-angiotensina-aldosterone e la presenza di insufficienza cardiaca sono risultati associati a una minore probabilità di test positivo.

Verso uno screening più ampio?

Gli autori sottolineano che lo studio presenta alcune limitazioni, tra cui il disegno osservazionale, la mancanza di dati di laboratorio per circa la metà dei soggetti sottoposti a screening e il possibile bias di selezione.

Tuttavia, il dato più rilevante resta l’enorme divario tra il numero di pazienti che potrebbero beneficiare della diagnosi e quelli effettivamente sottoposti a valutazione.

Secondo Varghese saranno necessari ulteriori studi per stabilire se strategie di screening più estese o basate sul rischio possano tradursi in un miglioramento degli outcome clinici. I risultati attuali suggeriscono però che una maggiore attenzione all’iperaldosteronismo primario potrebbe consentire di individuare precocemente una quota non trascurabile di pazienti con una forma di ipertensione potenzialmente trattabile in modo specifico.

Riferimento

Varghese DG, et al. Screening yield and predictors of positive primary aldosteronism screening. Presentato a ENDO 2026, congresso annuale dell’Endocrine Society. Abstract ORF23-02.

Exit mobile version