La maggior parte delle malattie cardiovascolari (CVD) è associata a un aumento delle probabilità di sviluppare malattia di Alzheimer
Un’analisi condotta su quasi 800.000 adulti provenienti da database sanitari di Stati Uniti e Regno Unito mostra che la maggior parte delle malattie cardiovascolari (CVD) è associata a un aumento delle probabilità di sviluppare malattia di Alzheimer. Tra tutti i sottotipi esaminati, l’ipotensione emerge come il fattore più fortemente correlato alla malattia, con un odds ratio pari a 2,74 nella coorte UK Biobank e 1,97 nel programma statunitense All of Us.
Questi risultati, pubblicati sul Journal of the American Heart Association dal gruppo guidato da Aili Toyli (Michigan Technological University), suggeriscono che la relazione cuore cervello sia più complessa di quanto ipotizzato finora e che la semplice distinzione tra “presenza o assenza di rischio cardiovascolare” non sia più sufficiente per comprendere la fisiopatologia dell’Alzheimer.
L’ipotensione come segnale inatteso
L’ipertensione è da tempo riconosciuta come un fattore che favorisce il deterioramento cognitivo vascolare attraverso danni strutturali e funzionali ai vasi cerebrali. Tuttavia, in questa analisi è l’ipotensione a mostrare l’associazione più forte e costante con l’Alzheimer, superando anche ipertensione, aritmie e ictus.
Secondo gli autori, ciò evidenzia l’importanza di esplorare l’asse cuore-cervello oltre i tradizionali fattori di rischio cardiovascolare e di distinguere accuratamente i diversi sottotipi di CVD nella ricerca sulla demenza. L’ipotensione potrebbe riflettere alterazioni del flusso ematico cerebrale, fragilità clinica o condizioni sistemiche che contribuiscono alla vulnerabilità neuronale.
Le altre CVD: associazioni significative ma meno marcate
Tutti gli altri sottotipi cardiovascolari, eccetto infarto miocardico acuto e cardiopatia reumatica, risultano associati a un aumento del rischio di Alzheimer, seppur con intensità minore rispetto all’ipotensione. Le correlazioni più rilevanti riguardano:
• Ipertensione, seconda per forza associativa nella UK Biobank (OR 1,57) e terza nella coorte All of Us (OR 1,65).
• Aritmie cardiache, con OR 1,52 nella UK Biobank.
• Infarto cerebrale, secondo fattore più forte nella coorte statunitense (OR 1,85).
Questi dati suggeriscono che i contributi vascolari allo sviluppo dell’Alzheimer siano più ampi del previsto e che molteplici vie cardiovascolari, soprattutto quelle che influenzano il flusso sanguigno cerebrale, possano convergere nella fisiopatologia della malattia.
Le cautele degli esperti: correlazione non significa causalità
Anum Saeed (University of Pittsburgh), invita alla prudenza: l’associazione tra ipotensione e Alzheimer è interessante, ma non dimostra un rapporto causale. Studi epidemiologici di questo tipo, osserva, non possono stabilire se la pressione bassa contribuisca allo sviluppo della malattia o se rappresenti un epifenomeno di condizioni cliniche più complesse.
Saeed ricorda che il trial SPRINT MIND non ha mostrato un effetto significativo della riduzione intensiva della pressione arteriosa sull’incidenza di Alzheimer o demenza, pur evidenziando una riduzione del rischio di mild cognitive impairment e di un endpoint combinato MCI/demenza.
Inoltre, la definizione di ipotensione basata sul codice ICD 10 I95 e la natura trasversale dell’analisi limitano la possibilità di interpretare i risultati in chiave temporale o causale. L’ipotensione potrebbe riflettere trattamenti per ipertensione pregressa, fragilità, polifarmacoterapia, ospedalizzazioni o insufficienza cardiaca: condizioni che, di per sé, aumentano il rischio di deterioramento cognitivo.
Differenze etniche e ruolo dei determinanti sociali
L’analisi mostra che etnia e razza modificano l’associazione tra CVD e Alzheimer. Nei soggetti bianchi l’ipotensione è il fattore più correlato, mentre nelle popolazioni nere e ispaniche è l’ipertensione a mostrare la relazione più forte.
Secondo gli autori, ciò potrebbe riflettere tassi più elevati di ipertensione non controllata in queste popolazioni, spesso legati a barriere socioeconomiche nell’accesso alle cure. Questi fattori potrebbero amplificare gli effetti cognitivi dell’ipertensione o favorire una progressione parallela di ipertensione e Alzheimer.
Condivisione genetica tra CVD e Alzheimer
Gli autori hanno inoltre condotto un’analisi di prossimità genetica, identificando loci condivisi tra Alzheimer e tratti cardiovascolari. Le regioni con maggiore sovrapposizione si trovano in prossimità di APOE, MAPT, SPI1 e WNT3, geni già noti per il loro ruolo nel metabolismo lipidico, nell’integrità della barriera emato encefalica e nei processi neurodegenerativi.
Sono emerse anche sovrapposizioni tra varianti associate allo spessore della parete miocardica e varianti legate all’Alzheimer, suggerendo possibili meccanismi condivisi tra rimodellamento cardiaco e integrità strutturale cerebrale.
Saeed, tuttavia, sottolinea che questi risultati non rappresentano prove di co localizzazione robusta né evidenze meccanicistiche definitive, ma piuttosto correlazioni che richiedono ulteriori approfondimenti.
Verso una visione unificata della salute cuore cervello
Dal punto di vista della ricerca, studi come questo contribuiscono a delineare meglio l’interazione tra cuore e cervello lungo l’arco della vita, un tema recentemente indicato dall’American Heart Association come priorità scientifica. Con la pubblicazione delle prime linee guida sulla sindrome cardiovascolare renale metabolica, l’attenzione si sta spostando verso una visione integrata delle malattie croniche, con il cuore come nodo centrale.
L’ipotesi che la patologia di Alzheimer possa essere in parte modulata da fattori di rischio cardiovascolare rafforza l’idea di un continuum fisiopatologico condiviso e apre nuove prospettive per la prevenzione e la ricerca traslazionale.
Fonte:
Toyli A, et al. Cardiovascular Disease Subtypes and Alzheimer’s Disease: Phenotypic and Genetic Associations in the UK Biobank and All of Us Research Program. J Am Heart Assoc. 2026 Jun 10:e046172. doi: 10.1161/JAHA.125.046172.
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