
Diversi imprenditori, negli ultimi mesi si sono accorti di un cambiamento improvviso: la propria attività (negozio, studio, o azienda familiare) che, per anni compariva tra i primi risultati di Google nelle ricerche con il nome della città, ha perso visibilità.
Dietro a questo episodio c’è il Core Update di Google di marzo 2026: il primo core update broad dell’anno. Tra i siti colpiti ci sono anche molte PMI italiane.
Cos’è cambiato?
L’aggiornamento di Google del 27 marzo ha avuto una durata di circa 12 giorni, concludendosi l’8 aprile 2026. Si tratta del primo Core Update dell’anno, arrivato dopo l’aggiornamento anti-spam di marzo e la revisione di Google Discover di febbraio.
Google lo ha descritto ufficialmente come un intervento “regolare”, con lo scopo di mettere in risalto contenuti più pertinenti e utili per gli utenti. Nella pratica, però, il monitoraggio settoriale ha evidenziato un posizionamento piuttosto oscillante, non solo per i grandi portali editoriali, ma anche per servizi locali e liberi professionisti.
L’algoritmo sembra aver nettamente rafforzato i segnali E-E-A-T (esperienza, competenza, autorevolezza, affidabilità) dando maggiormente importanza a quello che in gergo si chiama “Information Gain“. In altre parole, Google tende a premiare contenuti originali, utili e verificabili, penalizzando pagine generiche, testi scritti con l’AI senza revisione umana, schede aziendali incomplete e contenuti mai aggiornati nel corso degli anni.
Chi ci ha rimesso maggiormente?
Chi ha pagato il prezzo più salato sono state le attività con siti vetrina mai aggiornati, con testi generici o copiati, e profili Google Business incompleti. Quest’ultimo non è un dettaglio irrilevante: quasi metà delle ricerche su Google ha una forte intenzione locale e, in molti casi, può trasformarsi in un contatto reale nell’arco di una giornata.
Eppure, tante PMI italiane gestiscono ancora la propria scheda Google come una task da completare e dimenticare una volta online. Nel frattempo, i concorrenti più attenti aggiornano con regolarità orari, foto, recensioni e altre informazioni sull’attività, conquistando così le prime posizioni del Local Pack, ossia l’area dei risultati locali che intercetta gran parte dei clic.
Come rimediare e riacquistare visibilità?
C’è una buona notizia: il danno non è quasi mai irreversibile.
Chi ha subito un calo a causa di problemi tecnici – come tempi di caricamento eccessivamente lenti o pagine poco reattive – a fronte di interventi correttivi potrà notare segnali di ripresa già a partire dalle settimane successive.
Chi, invece, deve lavorare a contenuti di qualità o sulla credibilità complessiva del sito, avrà bisogno di più tempo, spesso fino al ciclo successivo di aggiornamento.
Il percorso da seguire è chiaro:
- scrivere o riscrivere le pagine con informazioni concrete e verificabili sull’attività (evitando testi generici o generati dall’AI senza poi un controllo);
- compilare e mantenere aggiornata la scheda Google Business (risposta alle recensioni, pubblicazione di aggiornamenti reali…);
- intervenire sugli aspetti tecnici del sito, come la velocità di caricamento e reattività da mobile.
Lo confermano i dati di NetStrategy, agenzia SEO e GEO di Milano e Verona: monitorando il recupero di diverse pagine dopo l’update, una di queste è risalita dalla quarantesima posizione alle prime quattro nel giro di poche settimane, con interventi mirati su contenuti e aspetti tecnici.
Da questo Core Update emerge un’indicazione chiara: non è necessario inseguire ogni aggiornamento con modifiche frettolose. Google consiglia di monitorare i dati, prima di qualsiasi intervento, per almeno una settimana.
Ciò che serve davvero è la presenza online che va curata con la stessa attenzione riservata all’attività aziendale. Chi è intervenuto in modo mirato, anche dopo marzo, ha già iniziato a vedere risultati concreti.

