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Instagram: selfie, filtri e like sono una minaccia alla nostra unicità

codice di condotta influencer

Uno studio dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano mette in guardia dall’uso eccessivo del social

Uno studio coordinato da ricercatori del campus di Milano dell’Università Cattolica del Sacro Cuore mette in guardia da un mondo digitale in cui tutti i volti tendono ad assomigliarsi. Il rischio è che diventi più difficile ricordare ciò che ci rende unici.
Nel mirino, in particolare, l’uso di Instagram che “potrebbe influenzare- sostengono i ricercatori- non soltanto il modo in cui vediamo il nostro corpo, ma anche il modo in cui il cervello percepisce il corpo che abitiamo come ‘nostro’, insomma potrebbe erodere il senso di sé, fino al punto di non riconoscersi più nel proprio corpo, di non sentirsi più ‘a casa’ dentro di esso”.

 

IL RISCHIO DELL’EROSIONE SOCIALE DELL’IDENTITÀ CORPOREA, DI COSA SI TRATTA

È quanto suggerisce uno studio scientifico pubblicato sulla rivista internazionale “Computers in Human Behavior econdottoda” un team di ricercatori coordinato dal professor Giuseppe Riva, direttore del Humane Technology Lab, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, campus di Milano. Lo studio, guidato da Maria Sansoni, solleva l’ipotesi dell’erosione digitale dell’identità corporea (Digital Erosion of Bodily Identity Hypothesis): l’idea è che anni di esposizione a selfie, volti filtrati e rappresentazioni digitali del sé possano gradualmente rendere più permeabili i confini percettivi che ci permettono di riconoscere il nostro volto come unicamente nostro. In altre parole, se per anni viviamo in un mondo digitale in cui tutti i volti tendono ad assomigliarsi, il rischio è che diventi più difficile ricordare ciò che ci rende unici.

L’ALLARME OMS: UN ADOLESCENTE SU 7 CONVIVE CON UN DISTURBO MENTALE

La salute mentale di adolescenti e giovani adulti rappresenta oggi una delle principali sfide per la salute pubblica. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa un adolescente su sette e un adulto su otto nel mondo convivono con un disturbo mentale. Tra i fattori che destano maggiore preoccupazione vi sono quelli legati al corpo e all’immagine di sé. In una cultura sempre più centrata sull’apparenza, l’aspetto fisico assume infatti un ruolo crescente nella costruzione dell’identità personale e nelle relazioni con gli altri. Non sorprende quindi che l‘insoddisfazione corporea sia oggi associata a un ridotto benessere psicologico e rappresenti un importante fattore di rischio per lo sviluppo di disturbi alimentari, depressione, ansia sociale e bassa autostima.

 

IL CORPO VISTO E MESSO IN MOSTRA DA INSTAGRAM

Negli ultimi anni il dibattito scientifico si è concentrato soprattutto sul ruolo dei social media. Piattaforme come Instagram hanno trasformato il corpo in uno dei principali strumenti di comunicazione e autorappresentazione. In questi ambienti digitali, il volto e l’aspetto fisico vengono continuamente esposti, osservati, confrontati, modificati attraverso filtri e valutati attraverso like, commenti e metriche di visibilità. Questo confronto costante con immagini idealizzate e standard estetici spesso irrealistici può aumentare la pressione percepita rispetto al proprio aspetto, contribuendo non solo a una maggiore insoddisfazione corporea ma anche a un giudizio più critico del proprio corpo.

IL PUNTO DI PARTENZA DELLO STUDIO

E se i social media non influenzassero soltanto il modo in cui valutiamo il nostro corpo, ma anche il modo in cui costruiamo il senso di chi siamo? È la domanda da cui nasce il nuovo studio che ha esplorato un aspetto finora quasi completamente trascurato: il rapporto tra l’uso di Instagram e i processi che permettono al cervello di riconoscere il proprio volto come appartenente a sé stessi. Il corpo non è infatti soltanto un’immagine da guardare. Ogni giorno il cervello integra continuamente informazioni provenienti dall’interno del corpo (come il battito cardiaco, la posizione degli arti e le sensazioni viscerali) con informazioni provenienti dall’ambiente esterno, ovvero ciò che vediamo e tocchiamo. Da questa integrazione nasce una sensazione apparentemente scontata ma fondamentale: la certezza che quel corpo sia il nostro corpo e che esistiamo come individui distinti dagli altri. Le neuroscienze mostrano che questi processi rappresentano uno dei fondamenti dell’identità personale. Quando funzionano correttamente, contribuiscono alla regolazione emotiva, alla consapevolezza di chi siamo e alla sensazione immediata che il nostro corpo ci appartenga. Quando si alterano, può diventare più difficile sentirsi pienamente “a casa” nel proprio corpo, riconoscere con chiarezza i propri stati interni e mantenere una distinzione stabile tra sé e gli altri. Per questo motivo, alterazioni di questi meccanismi sono considerate un fattore di vulnerabilità per diverse condizioni cliniche, tra cui i disturbi alimentari o dissociativi.

95 GIOVANI UTENTI DI IG DA 8 ANNI: IL ‘CAMPIONE’ ANALIZZATO

Il team ha coinvolto 95 giovani adulti, uomini e donne, con un’età media di 26 anni e una storia di quasi otto anni di utilizzo di Instagram. I partecipanti sono stati sottoposti in realtà virtuale a delle esperienze note come illusioni corporee. Attraverso la sincronizzazione di ciò che una persona vede e di ciò che sente sul proprio corpo, queste procedure possono temporaneamente indurre la sensazione che il volto o il corpo di un’altra persona appartenga a sé stessi. Utilizzate da anni nelle neuroscienze, le illusioni corporee permettono di studiare quanto siano solidi i confini che separano il sé dagli altri e che ci consentono di riconoscere il nostro corpo come “nostro”. La facilità con cui una persona sperimenta queste illusioni rappresenta quindi un indicatore di quanto sia malleabile e plastica l’identità corporea dell’individuo.

L’EFFETTO ‘DOSE’

I risultati dello studio hanno mostrato per la prima volta un fenomeno inatteso. I ricercatori hanno osservato una sorta di “effetto dose”: più lunga era la storia di utilizzo di Instagram (e quindi da quanti più anni la persona usava la piattaforma), maggiore era la probabilità che i partecipanti percepissero come proprio il volto dello sconosciuto mostrato in realtà virtuale. Il dato è particolarmente interessante perché riguarda il volto, probabilmente l’elemento più personale e più identitario del corpo umano. «È attraverso il volto che ci riconosciamo allo specchio, costruiamo la nostra individualità e veniamo riconosciuti dagli altri – dichiara il professor Riva –. In altre parole, l’associazione non emerge in una qualsiasi rappresentazione corporea, ma proprio nella parte del corpo più strettamente legata al senso di chi siamo».

L’EFFETTO STRANIAMENTO

Secondo gli autori, questi risultati suggeriscono che un’esposizione prolungata ad ambienti digitali fortemente centrati sull’immagine potrebbe influenzare alcuni dei processi più profondi attraverso cui il cervello costruisce il senso di appartenenza del corpo a sé stesso e distingue il sé dagli altri. Lo studio non dimostra che Instagram provochi problemi di salute mentale, né che queste modificazioni abbiano necessariamente conseguenze negative. Tuttavia, apre una nuova prospettiva sul rapporto tra tecnologia e identità.

GLI INTERROGATIVI SULLE NUOVE GENERAZIONI

“I partecipanti coinvolti nello studio appartengono alla prima generazione cresciuta insieme ai social media: hanno iniziato a utilizzare queste piattaforme durante la tarda adolescenza e le hanno integrate nella propria vita quotidiana per quasi un decennio – continua la professoressa Sansoni. Se già in questi giovani adulti emergono associazioni con processi fondamentali per la costruzione dell’identità corporea, la domanda che si apre riguarda le nuove generazioni e i nuovi adolescenti, che entrano in contatto con queste tecnologie sempre più precocemente e per periodi di tempo sempre più lunghi».

 

FONTE: AGENZIA DI STAMPA DIRE (WWW.DIRE.IT)

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