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Tumore ovarico: digiuno a breve termine alleato della chemioterapia

Nuovo studio: il digiuno intermittente potrebbe essere efficace per una perdita di peso da lieve a moderata, in breve termine, per alcuni gruppi di persone

Il digiuno a breve termine potrebbe potenziare l’efficacia della chemioterapia nel tumore ovarico avanzato

Un breve periodo di digiuno prima e dopo la chemioterapia potrebbe migliorare la risposta al trattamento nelle donne con carcinoma ovarico sieroso di alto grado (HGSOC) in stadio avanzato. È quanto emerge da uno studio pilota randomizzato italiano presentato al congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) 2026, che suggerisce come una strategia nutrizionale semplice e a basso costo possa influenzare favorevolmente il metabolismo tumorale e gli esiti clinici.

Lo studio
La ricerca, coordinata da Claudia Marchetti della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS di Roma, ha coinvolto 36 donne con carcinoma ovarico sieroso di alto grado in stadio III o IV non candidabili a chirurgia primaria. Tutte le pazienti hanno ricevuto tre cicli di chemioterapia neoadiuvante a base di carboplatino e paclitaxel prima dell’intervento chirurgico.
Le partecipanti sono state randomizzate a due gruppi: uno sottoposto a digiuno controllato per 36 ore prima e 24 ore dopo ogni ciclo di chemioterapia, con un apporto massimo di 350 kcal al giorno, e un gruppo di controllo che ha seguito una dieta libera. Durante il periodo di digiuno erano consentiti acqua, tisane, brodo vegetale leggero e fino a due litri di succo vegetale.

Riduzione dell’insulina e migliore risposta tumorale
L’endpoint primario dello studio era la variazione dei livelli di insulina dopo tre cicli di trattamento. I risultati hanno mostrato una diminuzione media di 1,12 µIU/ml nel gruppo sottoposto a digiuno, mentre nel gruppo di controllo i livelli sono aumentati di 9,76 µIU/ml. Secondo i ricercatori, questo dato è particolarmente rilevante perché l’insulina può favorire la crescita tumorale e ridurre l’efficacia della chemioterapia.

Anche la risposta patologica è risultata migliore nelle pazienti che hanno praticato il digiuno. Al momento della chirurgia intervallata, il 58,8% delle donne del gruppo digiuno ha ottenuto un chemotherapy response score pari a 3, indicativo di risposta completa o quasi completa, contro il 17,6% del gruppo con dieta libera.

Segnali incoraggianti sulla sopravvivenza libera da progressione
Dopo un follow-up mediano di circa 18 mesi, la sopravvivenza libera da progressione è risultata più lunga nelle pazienti sottoposte a digiuno: 38 mesi contro 24 mesi nel gruppo di controllo. Sebbene si tratti di uno studio di piccole dimensioni, il dato suggerisce un potenziale beneficio clinico che merita ulteriori approfondimenti in studi più ampi.
Le analisi biologiche hanno inoltre evidenziato una riduzione di alcune popolazioni cellulari immunosoppressive associate alla progressione tumorale, indicando che il digiuno potrebbe contribuire a creare un microambiente immunitario più favorevole all’azione della chemioterapia.

Sicurezza e prospettive future
Non sono emerse differenze rilevanti nella tossicità della chemioterapia tra i due gruppi e tutte le pazienti assegnate al digiuno hanno completato il trattamento previsto. Gli eventi avversi più frequenti, come neutropenia e anemia, sono risultati comparabili nei due bracci dello studio.
Commentando i risultati, Eleonora Teplinsky, oncologa del Valley-Mount Sinai Comprehensive Cancer Care e ASCO Expert per i tumori ginecologici, ha sottolineato che si tratta di dati preliminari ma incoraggianti, in linea con precedenti evidenze che suggeriscono un possibile ruolo del digiuno nel migliorare la sensibilità ai trattamenti antitumorali. Secondo gli esperti saranno ora necessari studi multicentrici più ampi per confermare l’impatto di questa strategia sugli outcome clinici delle pazienti con tumore ovarico avanzato.

Possibili spiegazioni
Ci sono diverse spiegazioni biologiche plausibili, alcune già supportate da studi preclinici, anche se va ricordato che questo studio ASCO è piccolo e non dimostra ancora un rapporto causale definitivo.

1. Riduzione dei segnali di crescita tumorale
Durante il digiuno diminuiscono insulina, glucosio e fattori di crescita come IGF-1 (Insulin-like Growth Factor 1). Molti tumori ovarici utilizzano proprio queste vie metaboliche per proliferare e resistere ai trattamenti. Riducendo questi stimoli, le cellule tumorali possono diventare più vulnerabili alla chemioterapia.
In pratica, il digiuno “toglie carburante” al tumore proprio mentre la chemioterapia cerca di danneggiarlo.

2. Differential Stress Resistance
È una delle ipotesi più affascinanti, proposta dal biologo molecolare Valter Longo.
Le cellule normali, in condizioni di digiuno, attivano programmi di sopravvivenza: rallentano il metabolismo; riparano i danni; consumano meno energia.
Le cellule tumorali, invece, a causa delle loro alterazioni genetiche, spesso non riescono ad adattarsi efficacemente alla scarsità di nutrienti e rimangono metabolicamente “iperattive”.
Il risultato teorico è duplice:cellule sane più protette dagli effetti della chemioterapia; cellule tumorali più sensibili.

3. Aumento dello stress ossidativo nelle cellule tumorali
La chemioterapia uccide le cellule anche inducendo danni ossidativi. Il digiuno sembra aumentare ulteriormente lo stress metabolico delle cellule neoplastiche, che possono quindi accumulare più danni da carboplatino e paclitaxel.
Questo potrebbe spiegare il maggior numero di pazienti con CRS 3 (risposta patologica completa o quasi completa).

4. Effetti sul sistema immunitario
Lo studio ha mostrato una riduzione di popolazioni immunosoppressive.
Il digiuno potrebbe: ridurre cellule mieloidi soppressorie (MDSC); diminuire alcuni macrofagi pro-tumorali; favorire una risposta T-cellulare antitumorale.
In altre parole, non agirebbe solo sul tumore, ma anche sul microambiente tumorale.

5. Possibile induzione dell’autofagia
Il digiuno attiva l’autofagia, un processo di “riciclaggio cellulare”.
Nelle cellule normali questo fenomeno può essere protettivo.
Nelle cellule tumorali già sottoposte all’aggressione della chemioterapia potrebbe invece contribuire a uno stato di crisi metabolica incompatibile con la sopravvivenza.

Perché il dato è particolarmente interessante nel tumore ovarico?
Il carcinoma ovarico sieroso di alto grado è una malattia fortemente dipendente dal metabolismo glucidico e lipidico.
Inoltre: l’obesità è associata a prognosi peggiore; iperinsulinemia e sindrome metabolica sono correlate a una maggiore aggressività tumorale; le cellule tumorali ovariche mostrano spesso una marcata dipendenza dalla via PI3K/AKT/mTOR, che viene attivata proprio da insulina e IGF-1.
Per questo motivo il tumore ovarico potrebbe essere particolarmente sensibile a interventi metabolici come il digiuno.

La cautela necessaria
Non bisogna però concludere che “il digiuno cura il cancro”. Lo studio includeva soltanto 36 pazienti e il protocollo era molto controllato, con supervisione medica e nutrizionale.
In pazienti oncologici fragili un digiuno non controllato potrebbe addirittura essere dannoso, soprattutto in presenza di: malnutrizione; sarcopenia; perdita di peso significativa; età avanzata.
La vera notizia scientifica è che il metabolismo sta emergendo come un possibile bersaglio terapeutico complementare alla chemioterapia. Questo studio suggerisce che modificare temporaneamente l’ambiente metabolico dell’organismo potrebbe rendere il tumore più vulnerabile ai farmaci antitumorali. Per questo il risultato ha attirato molta attenzione all’ASCO 2026.

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