Site icon Corriere Nazionale

Per affrontare il dolore ora la ricerca parte dal sistema immunitario

dolore pelvico

Secondo una ricerca il sistema immunitario dialoga costantemente con i neuroni, amplificando, modulando o persino spegnendo il dolore

Per anni il dolore è stato considerato un semplice segnale nervoso, una risposta automatica del cervello a un danno fisico. Oggi la ricerca racconta una storia molto più complessa e affascinante: il sistema immunitario dialoga costantemente con i neuroni, amplificando, modulando o persino spegnendo il dolore. Macrofagi, linfociti, mastociti e microbiota intestinale partecipano a una rete biologica sofisticata che può trasformare un dolore acuto in una sofferenza cronica. Comprendere questi meccanismi apre nuove prospettive terapeutiche, soprattutto nelle malattie reumatiche e infiammatorie. Una recente review pubblicata su “Joint Bone Spine” descrive il dolore come una vera e propria condizione neuroimmunologica. In altre parole, le cellule immunitarie non si limitano a difendere l’organismo da virus e batteri: influenzano direttamente la sensibilità dei neuroni, contribuendo sia alla comparsa del dolore sia alla sua risoluzione.

Il dolore non è solo “nella testa”
Il dolore è una delle esperienze più universali dell’essere umano, ma anche una delle più misteriose. Tradizionalmente è stato interpretato come il risultato di un danno ai tessuti o ai nervi: un taglio, un’infiammazione, una lesione. Tuttavia, negli ultimi anni la scienza ha iniziato a smontare questa visione semplicistica. Il dolore non è soltanto un impulso elettrico che corre lungo i nervi fino al cervello, ma il prodotto di un dialogo continuo tra sistema nervoso e sistema immunitario.

Quando un tessuto viene danneggiato, il sistema immunitario entra immediatamente in azione. Le cellule immunitarie rilasciano molecole infiammatorie che servono a proteggere l’organismo e avviare la riparazione. Ma queste stesse sostanze rendono anche i nervi più sensibili agli stimoli dolorosi. È il motivo per cui una zona infiammata diventa più dolorante al tatto, al caldo o al movimento.
Il problema nasce quando questo meccanismo, nato per proteggerci, continua ad attivarsi anche dopo la guarigione. È qui che il dolore smette di essere un campanello d’allarme e si trasforma in una malattia autonoma.

Le cellule immunitarie che accendono e spengono il dolore
Uno degli aspetti più sorprendenti emersi dalla ricerca riguarda il ruolo “a doppia faccia” delle cellule immunitarie. Alcune di esse possono alimentare il dolore, ma anche contribuire alla sua scomparsa.
I macrofagi, per esempio, sono tra i protagonisti principali. Nella fase iniziale dell’infiammazione producono citochine come TNF-alfa e interleuchina-1, molecole capaci di sensibilizzare i nocicettori, cioè i neuroni deputati a percepire il dolore. Ma successivamente gli stessi macrofagi possono trasformarsi in cellule riparative, producendo sostanze antinfiammatorie e persino oppioidi naturali che attenuano la sofferenza.

Anche i linfociti T giocano un ruolo centrale. Alcuni sottotipi favoriscono l’infiammazione e il dolore cronico, mentre altri – i cosiddetti T regolatori – sembrano avere un effetto protettivo, contribuendo a “spegnere” l’eccessiva risposta immunitaria. In modelli sperimentali, il potenziamento di queste cellule ha ridotto sensibilmente il dolore neuropatico.
La ricerca sta inoltre rivalutando il ruolo dei neutrofili, tradizionalmente considerati soltanto soldati dell’infiammazione acuta. Studi recenti suggeriscono che possano influenzare la cronicizzazione del dolore, come avviene nella fibromialgia. In alcuni pazienti, queste cellule sembrano trasferire una sorta di “memoria del dolore” ai neuroni.
Perfino le cellule NK, famose per la loro attività contro tumori e virus, partecipano alla regolazione del dolore eliminando fibre nervose danneggiate che potrebbero continuare a inviare segnali patologici.

Il quadro che emerge è quello di una sofisticata orchestra biologica in cui il sistema immunitario non è soltanto il responsabile dell’infiammazione, ma anche uno dei principali registi della percezione dolorosa.

Sensibilizzazione, cervello e memoria immunitaria
Uno dei concetti chiave della moderna neuroimmunologia è quello di “sensibilizzazione”. Quando il sistema immunitario resta attivato troppo a lungo, i neuroni diventano progressivamente più reattivi. Stimoli normalmente innocui possono allora essere percepiti come dolorosi: è il fenomeno dell’allodinia. In altri casi, un dolore già presente viene amplificato oltre misura, generando iperalgesia.

Questi meccanismi coinvolgono sia il sistema nervoso periferico sia il cervello e il midollo spinale. Col tempo il sistema nervoso può “imparare” il dolore, creando circuiti persistenti che mantengono viva la sofferenza anche in assenza di danni evidenti.
La review introduce anche un concetto affascinante e relativamente nuovo: l’“immunocezione”. Il cervello sarebbe in grado di monitorare continuamente lo stato del sistema immunitario, creando una sorta di memoria delle esperienze infiammatorie precedenti. Alcuni ricercatori parlano addirittura di “immunengramma”, cioè una traccia neurale delle passate attivazioni immunitarie.

Questa teoria potrebbe spiegare perché alcune persone sviluppano dolore cronico anche quando gli esami clinici non mostrano più infiammazione attiva. Il cervello, in pratica, continuerebbe a comportarsi come se il pericolo fosse ancora presente.
È una rivoluzione concettuale importante, soprattutto nelle malattie reumatiche. In patologie come artrite reumatoide o spondiloartriti, molti pazienti continuano infatti a soffrire nonostante il controllo farmacologico dell’infiammazione.

Dalle nuove terapie al microbiota: il futuro della cura del dolore
Comprendere il dialogo tra immunità e sistema nervoso sta aprendo prospettive terapeutiche completamente nuove. I farmaci biologici che bloccano citochine infiammatorie come TNF-alfa, IL-6 o IL-17 hanno già dimostrato di ridurre non solo l’infiammazione, ma anche il dolore.
Ma il futuro potrebbe andare molto oltre.
Tra le strategie più promettenti vi è l’utilizzo di basse dosi di interleuchina-2 per espandere i linfociti T regolatori e favorire la risoluzione del dolore cronico. Anche gli inibitori delle Janus chinasi, già impiegati nell’artrite reumatoide, sembrano avere effetti rapidi sulla percezione dolorosa grazie alla modulazione dei segnali neuroimmunitari.
Grande interesse sta suscitando inoltre la stimolazione del nervo vago, una tecnica capace di ridurre la produzione di citochine infiammatorie attraverso il sistema nervoso autonomo. Alcuni studi mostrano risultati incoraggianti nelle malattie infiammatorie croniche.

Un’altra frontiera riguarda il microbiota intestinale. L’intestino comunica continuamente con cervello e sistema immunitario attraverso metaboliti, neurotrasmettitori e molecole immunitarie. Alterazioni della flora batterica potrebbero contribuire alla comparsa e al mantenimento del dolore cronico. Per questo probiotici, dieta e trapianto di microbiota fecale vengono oggi studiati come possibili strumenti terapeutici.
Infine, la ricerca guarda con interesse ai mediatori pro-risolutivi, molecole lipidiche naturali che aiutano l’organismo a spegnere l’infiammazione senza compromettere le difese immunitarie. Potrebbero rappresentare una nuova generazione di analgesici più efficaci e sicuri.

La nuova frontiera del dolore
La moderna ricerca sul dolore sta cambiando radicalmente il modo in cui comprendiamo la sofferenza cronica. Il sistema immunitario non è più visto soltanto come il motore dell’infiammazione, ma come un interlocutore costante del sistema nervoso, capace di amplificare o ridurre il dolore attraverso meccanismi estremamente sofisticati.
Questa nuova visione neuroimmunologica apre scenari terapeutici innovativi e potenzialmente rivoluzionari. L’obiettivo non sarà più soltanto bloccare il sintomo, ma ristabilire l’equilibrio tra immunità e sistema nervoso, prevenendo la trasformazione del dolore acuto in dolore cronico.

In un futuro non lontano, curare il dolore potrebbe significare intervenire sul microbiota intestinale, modulare specifiche cellule immunitarie o persino “rieducare” il cervello a dimenticare l’infiammazione. Una prospettiva che promette di cambiare profondamente la medicina del dolore e la qualità di vita di milioni di persone.

Léa Paolin et al., Immune control of pain Joint Bone Spine. 2026 May;93(3):105999. doi: 10.1016/j.jbspin.2025.105999. Epub 2025 Nov 1
leggi

Exit mobile version