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Tumori del colon-retto: l’IRCCS di Candiolo scopre nuovo “punto debole” per sconfiggere la resistenza ai farmac

Diverticolite del colon, aggiornate le buone pratiche

Un nuovo studio condotto dall’Istituto di Candiolo IRCCS, appena pubblicato sulla rivista EMBO Molecular Medicine, ha permesso di individuare una promettente strategia per superare la resistenza del tumore del colon-retto ai farmaci anti-EGFR

Una macchina impazzita che corre senza freni verso l’autodistruzione. È questa l’efficace immagine che descrive la nuova strategia terapeutica individuata dai ricercatori dell’IRCCS Candiolo per combattere il tumore del colon-retto metastatico quando smette di rispondere alle cure tradizionali. Lo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista EMBO Molecular Medicine e coordinato da Sabrina Arena, professoressa associata del dipartimento di oncologia dell’Università di Torino e responsabile del laboratorio di Translational Cancer Genetics dell’IRCSS di Candiolo, apre una nuova speranza per i pazienti che sviluppano la cosiddetta “resistenza acquisita” alle terapie mirate anti-EGFR. Il lavoro è stato possibile grazie al sostegno della Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro (FPRC) ONLUS e della Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro ETS.

In Italia il tumore del colon-retto rappresenta la terza neoplasia negli uomini e la seconda nelle donne. Secondo I numeri del cancro in Italia 2025, nel 2024 sono stimate 48.706 nuove diagnosi, di cui 27.473 negli uomini e 21.233 nelle donne. “Da circa vent’anni, i farmaci anti-EGFR rappresentano una colonna portante nel trattamento del tumore al colon-retto, contribuendo a prolungare la sopravvivenza dei pazienti – spiega Arena -. Tuttavia, il tumore è una ‘entità intelligente’: sotto la pressione dei farmaci, impara a evolversi e a scappare, diventando resistente nel tempo in quasi tutti i casi”. Lo studio – di cui Kristi Buzo, ricercatore dell’Istituto di Candiolo IRCCS è primo autore – punta a soddisfare quello che gli specialisti definiscono un ‘unmet clinical need’, un bisogno clinico insoddisfatto. Quando la resistenza si manifesta, le opzioni per i pazienti diventano infatti drammaticamente limitate.

“I ricercatori hanno scoperto che le cellule tumorali resistenti, pur sembrando più forti, nascondono una fragilità: sono cariche di danni al DNA e soffrono di un elevato stress replicativo. Per sopravvivere nonostante questi danni, il tumore si affida a una proteina chiamata WEE1, che funge da “freno di sicurezza. WEE1 ferma momentaneamente il ciclo cellulare, permettendo alla cellula malata di riparare il proprio DNA e continuare a dividersi” – sottolinea Arena. 

La strategia “paradossa” dei ricercatori di Candiolo consiste nel bloccare questo freno. “Inibendo WEE1, la cellula tumorale è costretta a correre e dividersi senza controllo, portando con sé tutti i suoi errori genetici e metabolici fino a ‘schiantarsi’ e andare incontro a morte cellulare”, specifica Arena.

Lo studio si è avvalso di una piattaforma d’avanguardia basata su diversi modelli di laboratorio, tra cui cellule, xenotrapianti e organoidi (mini-tumori coltivati in vitro derivati direttamente dai pazienti) che replicano fedelmente la resistenza umana. E’ in questo modo che i ricercatori hanno identificato nella proteina H2AX un indicatore utile per capire quali tumori sono più “danneggiati” e quindi più sensibili al trattamento. “La nostra ricerca dimostra che l’inibitore di WEE1 è estremamente efficace se combinato con la chemioterapia tradizionale (irinotecano) – spiega Arena -. In questa combinazione, la chemio agisce come un ‘carburante tossico’ che esaspera i danni, mentre il blocco di WEE1 impedisce ogni riparazione”.

Sebbene si tratti di uno studio traslazionale, le basi sono estremamente solide. I ricercatori guardano ora alla sperimentazione clinica. “Nonostante alcuni farmaci inibitori di WEE1, come l’adavosertib, abbiano mostrato limiti legati alla tossicità, sono attualmente in sviluppo nuove molecole più selettive e potenzialmente meglio tollerate che colpiscono lo stesso bersaglio – spiega Arena -. Il nostro sogno è testare queste combinazioni in pazienti che hanno esaurito le opzioni dopo la terapia anti-EGFR. Abbiamo fornito il razionale scientifico e gli strumenti; ora tocca alla clinica trasformare questa scoperta in una nuova realtà terapeutica”.

“Questo studio – commenta Anna Sapino, Direttore Scientifico dell’Istituto di Candiolo IRCCS – conferma ancora una volta il ruolo dell’Istituto di Candiolo come centro di eccellenza internazionale nella ricerca oncologica. La nostra forza risiede nella capacità di far dialogare costantemente il laboratorio e la clinica: i risultati ottenuti dalla Prof.ssa Arena dimostrano come l’investimento in tecnologie d’avanguardia che permettono la

creazione di modelli sperimentali, come gli organoidi, e il talento dei nostri ricercatori permettano di trasformare la ricerca di base in risposte concrete per i pazienti. Continueremo a sostenere questo modello di innovazione che fa di Candiolo un punto di riferimento fondamentale nella lotta contro il cancro”.

Link diretto all’articolo scientifico: https://link.springer.com/article/10.1038/s44321-026-00434-4

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