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Madri “equilibriste”: primo figlio a 32 anni e difficoltà a rientrare al lavoro

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I giovani italiani continuano a immaginare un futuro da genitori, ma sempre più spesso rimandano

In Italia, diventare madri significa ancora troppo spesso camminare su un filo sottile: da una parte il lavoro, dall’altra il carico di cura familiare. Un equilibrio fragile, fatto di scelte complesse, desideri che si intrecciano con rinunce e percorsi professionali che rallentano o si interrompono. E quando si prova a rientrare nel mercato del lavoro, le difficoltà non mancano.

È questo il quadro che emerge nell’11 edizione del Rapporto “Le Equilibriste – La maternità in Italia 2026”, che Save the children ha diffuso in vista della Festa della Mamma.

Le Equilibriste: i dati sulla maternità in Italia nel 2026

I numeri che osserviamo raccontano una maternità sempre più complessa. Nel 2025 le nascite sono scese a circa 355 mila, con un calo del 3,9% in un solo anno. Il tasso di fecondità si ferma a 1,14 figli per donna, ben al di sotto della media europea.

In Italia la nascita di un figlio segna spesso un forte cambiamento nelle traiettorie lavorative delle donne. La cosiddetta child penalty, che misura l’impatto sulla partecipazione al lavoro, sui salari e sulle prospettive di carriera, arriva al 33% e produce effetti duraturi nel tempo.

Si diventa madri sempre più tardi: l’età media al parto ha raggiunto i 32,7 anni e le madri sotto i 30 anni rappresentano ormai una minoranza. Solo il 2,9% delle donne tra 20 e 29 anni è madre, e appena il 6,6% dei giovani in quella fascia d’età è genitore. Circa l’80% dei giovani desidera avere figli, ma solo una minoranza immagina di farlo a breve termine. Infatti, tra le donne 18-24 anni, appena il 14,8% prevede una maternità entro tre anni, percentuale che cresce nella fascia 25–34 anni fino al 41,6%. In questa fascia non essere mamma non è solo una scelta, ma spesso una necessità: quasi una donna su quattro tra i 25 e i 34 anni dichiara di non avere condizioni lavorative adeguate per avere un figlio.

La video testimonianza di 4 mamme

Come ogni anno, diamo voce alle mamme “equilibriste” con le storie e le sfide che hanno affrontato Caterina, Aurora, Elisa e Tiziana quando sono diventate mamme.

Sempre meno mamme giovani, sempre più disuguaglianze

Diventare madre prima dei 30 anni è oggi un’eccezione in Italia. Le donne tra i 20 e i 29 anni con figli sono solo il 2,9% del totale. Ma il dato più rilevante non è solo quanto siano poche, bensì le difficoltà che incontrano, soprattutto nel lavoro. Nel settore privato, il 25% delle madri under 35 lascia il lavoro dopo il primo figlio. 

Tra i giovani, la genitorialità ha effetti opposti:

Il divario si amplia ulteriormente con l’aumentare dei figli: risultano occupati l’83,7% dei padri contro appena il 23,2% delle madri. La distanza si riflette anche nei livelli di inattività che colpisce soprattutto le donne dove vediamo che tra le mamme 20-29enni, il 59,8% è inattiva.

Tra voglia di figli e desiderio di partire

I giovani italiani continuano a immaginare un futuro da genitori, ma sempre più spesso rimandano. Solo una minoranza pensa di avere figli nel breve periodo, segno di incertezza e difficoltà nel trasformare il desiderio in realtà.

L’81,8% dei giovani tra i 18 e i 24 anni vuole avere figli prima o poi e tra le donne della stessa fascia d’età, il 14,8% prevede di avere un figlio entro tre anni. Le intenzioni crescono dopo i 25 anni, raggiungendo il 41,6% nella fascia 25-34 anni, quando la stabilità diventa più concreta.

Allo stesso tempo, aumenta la mobilità, soprattutto tra le giovani donne. Tra le under35 aumentano sia le migrazioni all’estero sia quelle interne: in 10 anni, dal 2014 al 2024 le expat sono aumentate del 125%, arrivando a rappresentare quasi una giovane su dieci. Ancora più preoccupante è però la mobilità interna che nell’ultimo decennio vede oltre 200mila under35 del Mezzogiorno si sono trasferite al Centro Nord, aggravando il declino demografico del Sud, dove nel 2025 le nascite calano del 5%.

Nel rapporto anche l’Indice delle Madri, realizzato in collaborazione con l’ISTAT: fornnisce una graduatoria che mette a confronto le Regioni italiane evidenziando dove per le mamme è più facile o difficile vivere. L’indice si basa su un’analisi approfondita di 7 dimensioni – demografia, lavoro, rappresentanza, salute, servizi, soddisfazione soggettiva e violenza – utilizzando 14 indicatori provenienti da diverse fonti del sistema statistico nazionale.

In questa edizione si conferma la regione più “amica delle madri” l’Emilia-Romagna, seguita dalla Provincia Autonoma di Bolzano e dalla Valle d’Aosta, che torna sul podio dopo il calo registrato nell’anno precedente. Al contrario, si registrano arretramenti nel Nord-Est: il Friuli-Venezia Giulia scende dall’8° al 13° posto e il Veneto dal 9° al 12°, evidenziando un indebolimento relativo nel confronto nazionale.

Nel Mezzogiorno il quadro resta complessivamente stabile e su livelli inferiori alla media nazionale: l’Abruzzo si conferma la regione meglio posizionata (14° posto) tra quelle meridionali, mentre in fondo alla classifica si collocano la Basilicata, la Puglia e la Sicilia, che resta all’ultimo posto. Nel complesso il quadro nazionale mostra un lieve peggioramento rispetto agli ultimi anni, dovuto soprattutto alle difficoltà legate a demografia, lavoro e salute.

Cosa facciamo a sostegno della genitorialità

Sosteniamo la genitorialità nei primi anni di vita con programmi rivolti a bambini 0-6 anni e alle loro famiglie, in collaborazione con realtà territoriali qualificate. Gli interventi iniziano già in gravidanza e si concentrano sulle situazioni di maggiore vulnerabilità.

Per sostenere davvero la genitorialità servono politiche strutturali integrate che rendano più semplice conciliare lavoro, famiglia e vita personale. Serve lavoro stabile, servizi per l’infanzia accessibili e di qualità, sostegni economici e maggiore autonomia abitativa per i giovani. È inoltre fondamentale un welfare coerente lungo tutto l’arco della vita e un’organizzazione del lavoro compatibile con le responsabilità familiari. È centrale anche la condivisione della cura tra genitori, attraverso congedi paritari, per ridurre le disuguaglianze di genere. Infine, va rafforzato il sistema educativo 0-6 anni, garantendo servizi omogenei e continuità tra i diversi percorsi educativi.


Per approfondire:

Leggi il comunicato stampa.

Scarica il rapporto completo

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