La società di biogenetica Colossal Bioscences annuncia un nuovo ambizioso progetto, che punta a ‘cancellare’ l’estinzione dell’antilope blu, scomparsa 200 anni fa
L’uomo ne ha causato l’estinzione, l’uomo rimedierà e la riporterà sulla Terra: con questo input ‘ideale’ la società Colossal Bioscences, che si occupa di biogenetica, ha annunciato un nuovo progetto per riportare in vita l’antilope blu, una particolare varietà di antilope che si è estinta 200 anni fa. La notizia è stata rilanciata oggi dalla Cnn. La Colossal Biosciences, si sa, non è nuova a progetti ambiziosi. Come quello di ricreare i metalupi, cosa effettivamente realizzata poco più di un anno.
Ebbene, ora la Colossal Biosceces (con sede a Dallas) annuncia che sta lavorando alla “de-estinzione” dell’antilope blu (Hippotragus leucophaeus), una maestosa antilope africana scomparsa da circa duecento anni. In precedenza, la società ha lavorato sul mammut lanoso, tilacino, dodo, moa e metalupo, sempre nell’ottica di ‘cancellare’ l’estinzione di queste specie.
L’ANIMALE E LA SUA SCOMPARSA
L’antilope blu abitava le pianure costiere dell’Africa del Sud con il suo caratteristico mantello color grigio-blu ardesia e le corna nere ricurve all’indietro, che raggiungevano circa 56,5 centimetri. Era più piccola dei suoi parenti più stretti, l’antilope roana e quella nera. Coloni europei e boeri ne provocarono l’estinzione nell’arco di circa 150 anni, tra il 1650 e il 1800, attraverso la caccia intensiva e l’espansione degli insediamenti. È l’unico grande mammifero africano a essersi estinto in epoca storica.
LA METODOLOGIA
Il punto di partenza è il DNA. I ricercatori hanno ottenuto un campione di tessuto dal Museo di Storia Naturale di Stoccolma e hanno sequenziato il genoma quaranta volte per garantire la massima accuratezza, fondamentale quando non esistono altri esemplari da cui attingere. Il confronto con il genoma dell’antilope roana ha rivelato una somiglianza superiore al 98%: i ricercatori stanno ora modificando le cellule staminali della roana per includere i tratti distintivi della specie estinta, il mantello bluastro, il caratteristico disegno del muso, con l’obiettivo di produrre embrioni da far impiantare alle roane come madri surrogate.
Secondo Colossal, il progetto richiederà più modifiche genetiche rispetto al metalupo, ma meno di altri animali già in lavorazione. Uno degli strumenti sviluppati ha già prodotto risultati inattesi: i ricercatori sono riusciti per la prima volta a estrarre ovociti da antilopi viventi senza danneggiarle, una tecnica potenzialmente preziosa per la conservazione di molte specie a rischio.
LA REINTRODUZIONE
Il CEO Ben Lamm non si sbilancia sulle date, ma esclude tempi lunghi: la nascita del primo esemplare, assicura, avverrà entro cinque anni. Beth Shapiro, direttrice scientifica di Colossal, spiega che le antilopi africane sono state storicamente trascurate dalla ricerca per la conservazione, nonostante siano tra i mammiferi di grossa taglia che si stanno estinguendo più rapidamente: su 90 specie esistenti, 29 sono oggi minacciate. Il lavoro sull’antilope blu serve anche a costruire modelli applicabili a tutte le altre.
Colossal sta collaborando con conservazionisti, proprietari terrieri privati, istituzioni governative ed educatori per definire un piano di reintroduzione nell’area dove l’animale viveva storicamente in Africa meridionale, in partnership con l’Endangered Wildlife Trust e la no-profit Advanced Conservation Strategies, per individuare i territori più adatti per clima, vegetazione e dimensioni.
LA QUESTIONE ETICA E IL DIBATTITO
Lamm è diretto sulla questione etica: “Gli esseri umani hanno fatto questo. I coloni europei hanno eliminato l’antilope blu dall’Africa del Sud. Se abbiamo la capacità di rimediare, credo che ne abbiamo l’obbligo”. Non tutti concordano. Dusko Ilic del King’s College di Londra aveva definito gli animali ottenuti con queste tecniche “surrogati sintetici”, sottolineando che la vera de-estinzione è tecnicamente impossibile. Lamm non si sottrae alla critica: “Il dibattito a volte serve solo a evitare una conversazione più scomoda: la conservazione tradizionale, così com’è praticata oggi, non sta funzionando. Stiamo perdendo specie più in fretta di quanto i nostri strumenti riescano a fronteggiare”.
FONTE: AGENZIA DI STAMPA DIRE (WWW.DIRE.IT)

