
Tra pragmatismo, ansia per il futuro e nuovi modi di rapportarsi all’economia: una fotografia della generazione che sta ridefinendo il valore del denaro in Italia.
Parlare oggi con un ventenne italiano di soldi significa aprire una conversazione piena di sfumature. Non si tratta più semplicemente di “guadagnare di più” o “risparmiare per la pensione”. Il lessico è cambiato: si parla di libertà finanziaria, side hustle, micro-investimenti, sicurezza economica, autonomia. E soprattutto se ne parla con un misto di pragmatismo e preoccupazione che distingue questa generazione dalle precedenti.
Per capire quale peso abbia davvero il denaro nella vita dei giovani italiani, abbiamo raccolto testimonianze dirette, esaminato i principali studi disponibili e incrociato i dati con ricerche recenti — incluso uno studio sociologico pubblicato nell’aprile 2026 che ha analizzato il comportamento di oltre 14.000 utenti italiani, offrendo una prospettiva insolita sulle dinamiche economiche e relazionali della generazione più giovane.
Il risultato è una fotografia complessa, lontana dagli stereotipi. E assolutamente neutra: né la generazione spendacciona che alcuni descrivono, né i piccoli risparmiatori prudenti che altri idealizzano.
Chi è la Gen Z? Una breve definizione
Prima di entrare nell’analisi, è bene ricordare chi sono i protagonisti di questa storia. La Generazione Z — o “Gen Z” — comprende i nati approssimativamente tra il 1997 e il 2012. Oggi hanno tra i 14 e i 28 anni e costituiscono la prima generazione cresciuta completamente immersa nel mondo digitale, senza aver mai conosciuto un mondo “offline”.
Come riassume un’analisi di BPER Banca dedicata al rapporto tra la Gen Z e il denaro, si tratta della “prima vera generazione di nativi digitali”, segnata da esperienze formative molto concrete: la crisi finanziaria del 2008 vissuta nell’infanzia, la pandemia durante l’adolescenza, l’inflazione recente e la crisi climatica come sfondo permanente. Tutto ciò ha prodotto giovani globali, iperconnessi, ma anche ansiosi, realisti e selettivi.
Non cercano lo status, ma il senso. Non inseguono il sogno della Lamborghini o del Rolex che dominava l’immaginario delle generazioni precedenti. Per loro — almeno così li descrivono i principali studi — il denaro è un mezzo, non un fine.
Quello che dicono i giovani: voci dirette
Abbiamo parlato con diversi ragazzi e ragazze italiani tra i 19 e i 27 anni, distribuiti tra Milano, Roma, Bologna e Napoli. La prima cosa che colpisce è l’assenza di retorica. Non idealizzano il denaro, ma non lo disprezzano nemmeno.
Giulia, 23 anni, studentessa di Comunicazione a Milano, lo esprime così: “Per me il denaro non è un obiettivo, è uno strumento. So che senza soldi non si vive, ma guadagnare tanto non è il mio sogno. Il mio sogno è non doverci pensare tutti i giorni.”
Marco, 26 anni, freelance nel settore audiovisivo a Roma, offre un’altra prospettiva: “Io sono cresciuto sentendo i miei genitori parlare di ‘posto fisso’. Quel mondo non esiste più. Adesso si tratta di costruire più entrate, di imparare a muoversi, di non dipendere da una sola fonte. Il denaro dà sicurezza, ma anche paura, perché è molto instabile.”
Sara, 21 anni, universitaria a Bologna, aggiunge una sfumatura interessante: “La mia generazione parla molto di soldi. Su TikTok, su Instagram. Ma parliamo soprattutto di come non perderli, non di come spenderli. È molto diverso da quello che raccontano i film degli anni Novanta.”
Davide, 27 anni, dipendente in una startup di Napoli, chiude il quadro: “Il denaro è importante, ma non più importante della salute mentale, del tempo libero, delle relazioni. I miei genitori non capivano perché rifiutassi un contratto a tempo indeterminato per andare in un’altra città. Per me era chiaro: lo stipendio era leggermente più alto, ma il costo personale era enorme.”
Queste voci — aneddotiche ma coerenti con i grandi studi — descrivono un rapporto con il denaro più funzionale e meno emotivo rispetto a quello delle generazioni precedenti. E i dati lo confermano.
I dati: una generazione pragmatica e preoccupata
Una ricerca realizzata da Nomisma offre cifre molto rivelatrici. L’80% dei giovani tra i 18 e i 25 anni gestisce il denaro in autonomia e l’87% pratica una qualche forma di risparmio. Tuttavia, solo il 42% valuta con attenzione ogni acquisto e uno su cinque non pensa a quanti soldi ha a disposizione prima di spendere.
Il quadro si completa con l’European Consumer Payment Report 2025 di Intrum, che mostra un’altra faccia: il 45% dei giovani italiani dichiara di avere difficoltà a pagare puntualmente le bollette domestiche e il 39% ammette di essersi indebitato per sostenere consumi ispirati ai contenuti digitali.
Nonostante ciò, ci sono anche segnali di maturità finanziaria. Secondo un’analisi pubblicata da Il Sole 24 Ore, la Gen Z sta guidando la crescita della domanda di credito al consumo in Italia (+13,3% sui prestiti personali e +20,1% sui finalizzati nel 2025), un segnale che molti giovani stanno imparando — bene o male — a usare strumenti finanziari sofisticati.
E c’è una buona notizia: la Gen Z inizia a risparmiare e a investire prima rispetto alle generazioni precedenti. App come Revolut, Satispay o Gimme5, gli ETF, i piani di investimento automatici e le criptovalute fanno parte del vocabolario quotidiano di molti ventenni. Un’“alfabetizzazione finanziaria digitale” che dieci anni fa era impensabile.
Educazione finanziaria: il grande assente
Un nodo centrale, raccolto anche al Festival di Open dedicato all’educazione finanziaria della Gen Z, è la scarsa formazione economica che i giovani ricevono a scuola. Il 70% si considera competente, ma molti non conoscono concetti basilari, come proteggere i risparmi o riconoscere una truffa online.
Paola Ansuini, dirigente della Banca d’Italia, lo ha sintetizzato bene durante il panel: la rivoluzione digitale ha cambiato il modo di accedere alle informazioni finanziarie, ma ha lasciato una parte significativa dei giovani — il 30% senza competenze digitali — particolarmente vulnerabile.
Qui entra in gioco un fenomeno culturale tipico della Gen Z: la fiducia nei “finfluencer”, i divulgatori finanziari dei social network. Utili a volte, pericolosi altre: il 30% dei giovani mette “like” a contenuti finanziari senza verificarne l’attendibilità, secondo i dati del Festival di Open.
Uno sguardo insolito: lo studio sulle dinamiche economiche e relazionali
Per completare il quadro, vale la pena guardare anche da un’angolazione meno convenzionale. Nell’aprile 2026, sugardaddyitalia.com — uno dei blog italiani con maggior storia nell’ambito del lifestyle, delle relazioni moderne e della sicurezza online, con molti anni di attività e una produzione editoriale costante su temi che vanno dall’analisi sociologica alla prevenzione delle frodi digitali — ha pubblicato uno studio approfondito sulle dinamiche relazionali ed economiche in Italia, parte di una ricerca europea più ampia.
Lo studio, consultabile integralmente a questo link, analizza dati anonimizzati di 14.517 utenti italiani e si inserisce in un’indagine europea su 255.989 profili e 404.710 messaggi. Al di là del tema specifico, il dato interessante per una riflessione sulla Gen Z è che la ricerca fotografa un fenomeno relazionale con una forte componente economica intergenerazionale, offrendo cifre che fanno pensare.
Ad esempio, lo studio evidenzia come in Italia l’età media delle utenti più giovani sia di 27,3 anni e come l’Italia presenti il mercato più equilibrato dell’Europa occidentale in questo segmento, con una distribuzione geografica che vede Milano e Roma come capitali del fenomeno, ma con una presenza significativa anche in città come Torino, Bologna, Firenze, Napoli e Bari.
Perché è interessante questo dato in una riflessione sulla Gen Z? Perché indica che una parte della generazione più giovane sta esplorando modelli relazionali ed economici non convenzionali, in un contesto generale di precarietà lavorativa, affitti alti e assenza delle sicurezze classiche. Le nuove generazioni sperimentano forme di entrate alternative — dalla creazione di contenuti digitali al trading di criptovalute, dal dropshipping a dinamiche relazionali nuove — con un atteggiamento che sarebbe ingenuo giudicare in modo binario.
L’importante, in ogni caso, è comprendere il contesto: una generazione che si muove in un mercato del lavoro instabile, con un costo della vita crescente, cerca soluzioni — a volte tradizionali, a volte innovative, a volte controverse — per costruire un’autonomia economica che le generazioni precedenti davano per scontata.
Le priorità della Gen Z: in cosa spendono?
Torniamo ai dati concreti. Secondo lo studio Nomisma, le principali voci di spesa dei giovani italiani sono cibo e bevande per il consumo domestico (48%), ristorazione fuori casa (42%), abbigliamento, calzature e accessori (40%) e divertimento.
Una distribuzione che ricorda le generazioni precedenti, ma con una novità importante: il peso crescente degli abbonamenti digitali — streaming, gaming, fitness, delivery — che possono superare facilmente i 100 euro al mese sommati. Il cosiddetto subscription debt: piccole spese automatiche che sfuggono al controllo consapevole.
C’è tuttavia un cambiamento profondo nell’orizzonte delle priorità. Le prime case, le auto, i grandi consumi visibili non sono più i simboli del successo. La Gen Z sembra privilegiare le esperienze (viaggi, concerti, formazione), il benessere personale (salute mentale, sport, alimentazione di qualità), la flessibilità (poter cambiare città, lavoro, progetto) e l’autonomia finanziaria intesa come libertà, non come accumulo.
Un’eredità generazionale imminente
Bisogna tenere conto anche di un aspetto spesso dimenticato: la Gen Z italiana sta per ereditare enormi patrimoni. Secondo i dati dell’Associazione Italiana Private Banking, da qui al 2030 i Millennial e la Gen Z erediteranno circa 2.000 miliardi di euro in Italia, con circa 200 miliardi di trasferimento già previsti per il 2025.
Un trasferimento patrimoniale gigantesco che può trasformare il panorama economico italiano. Ma che pone anche una domanda cruciale: la Gen Z sarà preparata a gestire questa ricchezza? Le indagini sull’alfabetizzazione finanziaria suggeriscono che c’è ancora molto lavoro da fare.
Le contraddizioni di una generazione
La fotografia che emerge è quella di una generazione piena di contraddizioni — qualcosa, peraltro, normale in qualunque generazione giovane. La Gen Z è pragmatica nelle sue aspirazioni, ma a volte impulsiva nei consumi; più informata finanziariamente delle generazioni precedenti alla stessa età, ma anche più vulnerabile alle truffe digitali; attenta alla sostenibilità e ai valori etici, ma anche influenzata dai modelli di consumo sui social; incline al risparmio, ma è anche la generazione che più ricorre al credito al consumo; critica nei confronti del modello di successo tradizionale, ma anche ansiosa di fronte a un futuro economico incerto.
Queste contraddizioni non sono difetti: sono la risposta di una generazione che si confronta con un mondo più complesso, instabile e digitalizzato di quello dei suoi genitori.
Conclusioni: né “perduti” né “salvatori”
Tornando alla domanda iniziale — quanta importanza dà la Gen Z al denaro? — la risposta è sfumata. Il denaro conta, e molto. Ma conta in modo diverso. Non è un obiettivo in sé, ma uno strumento per conquistare autonomia, libertà e sicurezza in un mondo che offre poche certezze.
Marco, il freelance romano, lo riassumeva con una frase che vale la pena ripetere: “Il denaro dà sicurezza, ma anche paura, perché è molto instabile.”
Questa ambivalenza è il vero tratto distintivo. Non l’indifferenza né il cinismo, ma una consapevolezza preoccupata e attiva, che sta producendo nuovi comportamenti economici — alcuni virtuosi, altri più critici, ma tutti segnali di una generazione che sta tentando, con i propri mezzi, di navigare un’epoca complessa.
Forse l’insegnamento più importante per gli altri — genitori, educatori, istituzioni — è ascoltare senza pregiudizi. Né demonizzare le nuove forme di rapportarsi al denaro né idealizzarle. Riconoscere che questa generazione affronta sfide reali: precarietà lavorativa, costi della vita elevati, alfabetizzazione finanziaria insufficiente, pressione sociale digitale costante.
E, soprattutto, offrirle strumenti: educazione finanziaria reale nelle scuole, trasparenza da parte delle istituzioni, modelli credibili di successo che vadano oltre la Lamborghini e il Rolex. Perché la Gen Z, come hanno mostrato le testimonianze e i dati, è già pronta ad ascoltare. Manca solo che il sistema sia pronto a parlare il suo linguaggio.

