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Open Arms: Tribunale di Massa annulla fermo della missione 106. Camps: “Soccorrere non è reato. Se ci sono persone in mare, andremo”

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I fatti risalgono al settembre 2023: la nave avrebbe dovuto dirigersi verso il porto assegnato dopo il primo soccorso senza effettuare ulteriori interventi, a così violato il “decreto Piantedosi”

La ONG Open Arms ha vinto il ricorso contro il fermo amministrativo della propria nave omonima relativo alla missione 106 nel Mediterraneo centrale. Il Tribunale di Massa ha annullato il provvedimento, riconoscendo la piena legittimità dell’operato dell’ONG e riaffermando un principio fondamentale: il soccorso in mare non può essere sanzionato.

Durante la missione 106, Open Arms ha effettuato diverse operazioni di ricerca e di soccorso nel Mediterraneo centrale, portando in salvo complessivamente 178 persone che si trovavano in pericolo. Le operazioni si sono svolte in un contesto complesso e in rapido evolversi. Nella mattinata del 30 settembre, dopo una prima segnalazione di un’imbarcazione in difficoltà trasmessa da Alarm Phone e presa in carico dal centro di coordinamento marittimo di Roma, l’equipaggio aveva raggiunto e soccorso un primo gruppo di persone, tra cui donne e bambini, fornendo assistenza immediata e procedendo al trasbordo in sicurezza.

Mentre queste operazioni erano ancora in corso, è arrivata una nuova segnalazione di emergenza relativa a un’altra imbarcazione in pericolo nelle vicinanze. In assenza di altri mezzi di soccorso presenti nell’area e a fronte di una comunicazione di mayday relay diramata da un velivolo di monitoraggio, Open Arms ha informato le autorità competenti e si è diretta verso il nuovo evento di distress. Il gommone è stato individuato in condizioni critiche, fortemente sovraccarico e con persone già in acqua. Anche in questo caso, tutte le comunicazioni e gli aggiornamenti sono stati trasmessi in tempo reale alle autorità marittime.

Dopo i soccorsi, alla nave è stato assegnato un porto sicuro – inizialmente Genova, poi Marina di Carrara – che è stato raggiunto nei tempi previsti il 4 ottobre. Nonostante ciò, all’arrivo, la nave è stata sottoposta a fermo amministrativo per 20 giorni e multata. Secondo le autorità, l’equipaggio avrebbe dovuto dirigersi immediatamente verso il porto assegnato dopo il primo soccorso senza effettuare ulteriori interventi, violando così la normativa nota come “decreto Piantedosi”. Ed è proprio il secondo soccorso, effettuato per rispondere a una richiesta urgente di aiuto in mare, a essere stato contestato.

La sentenza

Il Tribunale di Massa ha ora stabilito che quel fermo non doveva essere disposto. Nella sentenza si chiarisce che non vi è stato alcun ritardo nel raggiungere il porto assegnato; che il soccorso aggiuntivo è avvenuto in presenza di una reale situazione di emergenza: il tempo impiegato per salvare altre vite non ha inciso sul tempo complessivo di navigazione. Di conseguenza, non sussistevano i presupposti per applicare il fermo amministrativo. Il giudice ha quindi riconosciuto che l’operato dell’equipaggio è stato conforme alle norme e agli obblighi internazionali di soccorso in mare.

Il fondatore di Open Arms, Oscar Camps, ha commentato la decisione: “Hanno cercato di punirci per aver fatto ciò che è giusto: salvare vite. Oggi la giustizia afferma un principio semplice e incontestabile: soccorrere non è un reato. Hanno tentato di trasformare il dovere di soccorso in una violazione amministrativa. Oggi il giudice ha sancito che questa cosa non sussiste, ma il problema resta: quando salvare vite viene messo sotto accusa, significa che qualcosa non funziona. Noi non chiederemo mai il permesso per fare ciò che è giusto. Se ci saranno persone in mare, andremo. Sempre.”

La decisione rappresenta un passaggio importante non solo per Open Arms, ma per tutte le organizzazioni impegnate nel soccorso in mare. Riafferma con chiarezza che intervenire di fronte a persone in pericolo non è una violazione, ma un obbligo. E che salvare vite umane, in mare come altrove, viene prima di tutto.

Le vite delle persone

Tra le persone portate in salvo dall’Open Arms c’era K., all’epoca del salvataggio aveva 17 anni, fuggito dalla Siria e sopravvissuto a detenzioni e violenze in Libia. Durante uno dei tentativi di attraversamento è rimasto in mare per 16 ore dopo il rovesciamento della barca: cinque persone, tra cui quattro bambini, sono morte accanto a lui. Soccorso da Open Arms anche S., all’epoca di 16 anni, anche lui siriano, che aveva lasciato il suo Paese a causa della guerra, in fuga per anni tra Libano e Libia, subendo prigionia, richieste di denaro e persino spari mentre tentava di partire. Soccorse anche Wedad, sua madre Naves e sua figlia Ganan, tre generazioni in fuga dalla Siria insieme al loro gatto Cookie, parte della famiglia, che hanno scelto di non abbandonarlo nemmeno nelle condizioni più estreme.

Tragica la storia di Mouatz e di suo fratello Yaser, partiti dalla Siria nella speranza di poter curare una grave ferita causata dalla guerra a Yaser. Dopo giorni di navigazione, nonostante il soccorso da parte di Open Arms, data la grande stanchezza, Yaser è morto per un infarto poco dopo l’arrivo della nave che lo ha portato in salvo nel porto di Massa Carrara.

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