Con Medea. Fragments of Memory, Tamara Kvesitadze porta a Venezia un progetto installativo anche sonoro, che rilegge una delle figure più complesse del mito
Con Medea. Fragments of Memory, Tamara Kvesitadze porta a Venezia un progetto installativo anche sonoro, che rilegge una delle figure più complesse del mito trasformandola in una lente contemporanea su memoria, esilio e identità.
A Palazzo Bragadin, sostenuta da Kornfeld Gallery Berlino, Atelier Visconti e David Bezhuashvili Education Foundation, la mostra – presentata da Eka Enukidze e Hervé Mikaeloff – costruisce un ambiente in continua trasformazione, dove scultura, suono e spazio dialogano in modo instabile.
Qui Medea non è più protagonista tragica, ma una presenza diffusa: un dispositivo attraverso cui interrogare le fratture culturali e le dinamiche dello sradicamento. Il riferimento alla Colchide, legato alle origini georgiane dell’artista, si apre a una riflessione più ampia sulle stratificazioni della memoria e sulla loro dimensione politica.
Venezia diventa parte integrante del progetto: città fragile e sospesa, si riflette in un’architettura modulare che emerge e si dissolve ciclicamente, evocando l’instabilità della memoria e della storia. Superfici in carta rossa e blu, segnate da fratture e accumuli, trattengono tracce e residui, mentre sculture cinetiche come Reptile e Whirling Woman introducono una dimensione corporea e temporale che mette in crisi ogni idea di stabilità e totalità.
A completare l’esperienza, la composizione sonora realizzata da Stephan Crasneanscki e Simone Merli (Soundwalk Collective), costruita tra onde radio, frammenti vocali e registrazioni del Mar Nero: un paesaggio acustico che non accompagna, ma destabilizza, ampliando la percezione dello spettatore.
Più che una mostra, Medea. Fragments of Memory è un ambiente da attraversare: uno spazio in cui la memoria non si fissa, ma si trasforma continuamente, chiedendo al pubblico di ridefinire il proprio punto di vista.

