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Italia 23ª in Europa per PA digitale: dove si blocca il sistema e cosa sta cambiando

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Quasi 3 europei su 4 usano i servizi online dello Stato. In Italia siamo ancora lontani da quella media. Il problema è il modo in cui le informazioni pubbliche vengono gestite

In tutta Europa, sempre più persone fanno le pratiche con lo Stato senza muoversi da casa: prenotano visite, pagano tasse, rinnovano documenti. Secondo i dati Eurostat 2025, il 71,9% dei cittadini europei usa già i servizi digitali della pubblica amministrazione, in Danimarca si arriva al 98%. L’Italia è 23esima su 27 nella classifica di digitalizzazione della Commissione Europea: un divario che persiste nonostante anni di investimenti e che ha radici più organizzative che tecnologiche. Eppure, guardando cosa sta succedendo in alcuni settori, si comincia a vedere come il problema possa essere risolto.

Il ritardo italiano: una questione di processi, non di tecnologia

L’Italia ha investito 49 miliardi di euro del PNRR nella trasformazione digitale dello Stato, più di Francia e Germania messe insieme. Ha distribuito decine di milioni di identità digitali, ha avviato la migrazione al cloud di migliaia di amministrazioni, ha costruito piattaforme di pagamento usate da oltre 20.000 enti pubblici. Le infrastrutture quindi ci sono.

Il nodo, secondo l’Osservatorio Agenda Digitale del Politecnico di Milano, è un altro: il 57% del tempo lavorativo dei dipendenti pubblici italiani è ancora occupato da attività che potrebbero essere automatizzate. Non perché manchino gli strumenti, ma perché le informazioni dello Stato sono distribuite in sistemi che non comunicano tra loro. Referti clinici, circolari normative, archivi territoriali: esistono, ma restano difficili da trovare e da incrociare. Abbiamo digitalizzato i documenti, senza però cambiare il modo in cui vengono cercati e usati.

Lo stesso Osservatorio rileva però un dato incoraggiante: l’Italia è prima in Europa per numero di progetti di intelligenza artificiale avviati nella PA. La volontà di innovare c’è, la sfida ora è trasformare le sperimentazioni in servizi stabili e diffusi, non lasciare che rimangano buone intenzioni locali.

“La pubblica amministrazione italiana ha un patrimonio informativo enorme. Il problema è che i dati sono difficili da raggiungere: distribuiti tra sistemi diversi, in formati diversi, senza un modo semplice per interrogarli. L’intelligenza artificiale può risolvere queste problematiche  ma solo se viene integrata nei processi reali, non usata come vetrina”, osserva Francesco Esposito, founder di Youbiquitous, società romana che sviluppa sistemi IA per enti pubblici e grandi organizzazioni.

Quando i dati pubblici diventano utili: i casi concreti

Il lavoro di Youbiquitous tocca ambiti molto diversi tra loro ma parte sempre dallo stesso punto: capire come le informazioni si muovono all’interno di un’organizzazione e dove si inceppano. Nel caso di ACI Informatica, la sfida è la quantità di circolari e documenti normativi che gli operatori devono consultare ogni giorno: migliaia di atti accumulati nei decenni, aggiornati, modificati, potenzialmente in contraddizione o sovrapposizione tra loro. Individuare il riferimento corretto significa di solito navigare manualmente tra questo corpus, con tempi incompatibili con le esigenze operative. Oggi si sta iniziando ad usare un sistema IA addestrato esclusivamente su quella documentazione restituisce la risposta in pochi secondi, con la fonte citata, lasciando all’operatore il compito di valutare e decidere.

La stessa logica è alla base di Lucy di Luceverde, di ACI Mobility, uno dei servizi di informazione sul traffico più diffusi in Italia: un assistente vocale lanciato a dicembre 2025 che aggrega in tempo reale dati da fonti diverse, viabilità, meteo, cantieri, e risponde a chi è in auto senza dover guardare lo schermo. Un modo radicalmente più utile di usare le informazioni che già esistevano. Tant’è che anche Google negli Stati Uniti ha lanciato a febbraio di quest’anno una funzionalità simile in Google Maps.

Il principio si può applicare anche alla conoscenza accademica, che per sua natura fatica a uscire dai paper e a raggiungere chi ne avrebbe bisogno.

Con l’Università Roma Tre e Rome Technopole, Youbiquitous ha sviluppato TechUpLab: una piattaforma che trasforma le ricerche dell’ateneo sull’imprenditoria, anni di studi su cosa rende un’azienda solida nel tempo, in uno strumento di valutazione pratico per startup e aspiranti imprenditori. Chi inserisce i dati della propria idea riceve un’analisi puntuale: punti di forza, fragilità strutturali, suggerimenti operativi. La differenza rispetto a un consulente tradizionale non è solo la velocità: è che il sistema attinge esclusivamente agli studi validati dall’università, qualitativi e quantitativi, evitendo le fonti generiche. Un dettaglio che, in un contesto in cui le informazioni sbagliate costano, non è secondario.

Lo stesso criterio, il modello conosce solo ciò che l’istituzione ha verificato, governa anche i sistemi sviluppati in ambito sanitario attraverso KBMS (società di cui Youbiquitous è azionista) dove medici e operatori possono interrogare archivi clinici molto complessi senza che i dati dei pazienti lascino mai l’infrastruttura ospedaliera. Una scelta tecnica precisa, che risponde insieme alle esigenze di riservatezza dei pazienti e ai requisiti introdotti dall’AI Act europeo, il primo quadro normativo europeo sull’uso dell’intelligenza artificiale nei processi pubblici e privati.

“Quello che accomuna questi progetti è un’idea semplice: non portare tecnologia nuova, ma dare accesso a quello che già esiste. Ogni ente ha anni di documentazione preziosa che non viene usata perché nessuno sa come trovarla. Quando si riesce a renderla interrogabile, il cambiamento che si vede nei processi è immediato”, conclude Francesco Esposito.

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