Guerra in Iran, Trump ha in mano solo carte scomode: riprendere le ostilità affonderebbe i mercati facendo esplodere il prezzo del petrolio. E negoziare presuppone pazienza e tempistiche che non ha
Ventuno ore di negoziati, nessun accordo. J.D. Vance torna a casa a mani vuote, e l’amministrazione Trump si ritrova esattamente al punto di partenza: di fronte a un Iran che non cede, con Israele che nel frattempo conduce la sua guerra parallela in Libano, immarcabile. Il vicepresidente ha sintetizzato così: “Hanno scelto di non accettare le nostre condizioni”. Gli iraniani, con la loro consueta simmetria retorica, hanno risposto che le perdite subite hanno reso la loro posizione “più ferma che mai”. Ricapitolando: quaranta giorni di bombardamenti americani su tredicimila obiettivi non hanno spostato nulla di essenziale.
Trump aveva scommesso sulla dimostrazione di forza come leva negoziale. L’ipotesi era lineare: colpisci abbastanza forte, e l’interlocutore cede. Teheran non ha ceduto.
Il problema adesso è che le opzioni sul tavolo sono tutte scomode, per Trump. Riprendere le ostilità significherebbe far risalire il petrolio, affondare i mercati e portare l’inflazione – già al 3,3% – a livelli politicamente insostenibili. Il cessate il fuoco scade il 21 aprile, ma la minaccia di violarlo è credibile solo sulla carta: gli iraniani lo sanno quanto lo sa chiunque abbia visto i prezzi alle pompe delle ultime settimane. Negoziare, invece, significherebbe accettare quella “lunga e complessa conversazione” che l’amministrazione Trump ha sempre voluto evitare – il tipo di trattativa che sotto Obama durò due anni e richiese compromessi sostanziali su entrambi i fronti.
Il nodo centrale resta invariato da febbraio: l’Iran è disposto a sospendere le attività nucleari, non a smantellare la capacità di arricchimento dell’uranio. Washington lo considera inaccettabile. Per Teheran è un diritto sancito dal Trattato di non proliferazione. Non è una distanza che si colma in ventuno ore.
Era improbabile (eufemismo) che Vance riuscisse a raggiungere un accordo in un solo round, soprattutto cercando il Ko. L’accordo del 2015 con l’Iran richiese circa due anni di trattative. Peraltro l’affermazione di Vance secondo cui gli Stati Uniti hanno bisogno di un “impegno esplicito” da parte dell’Iran a non costruire un’arma nucleare è singolare: l’Iran ha già assunto quest’impegno in passato, più volte, anche per iscritto nell’ambito dell’accordo sul nucleare del 2015 con Obama. L’Iran è firmatario del Trattato di non proliferazione nucleare. Che ulteriore impegno “formale” cercano gli Stati Uniti?
E invece, a quanto pare, è probabilmente questo l’elemento chiave che blocca un primo accordo di pace, secondo gli analisti. L’Iran dovrebbe impegnarsi a non arricchire l’uranio e a consegnare le sue attuali scorte, a cominciare dai 970 libbre di uranio quasi pronto per la produzione di bombe atomiche, stoccate in gran parte a Isfahan. Senza queste concessioni non c’è accordo.
A questo si aggiunge il nodo cruciale dello Stretto di Hormuz, che gli iraniani hanno messo esplicitamente sul tavolo insieme a risarcimenti di guerra e revoca delle sanzioni. Richieste che Washington ha già respinto o condizionato. La riapertura della via navigabile che vale il 20% delle riserve petrolifere mondiali è così legata a un pacchetto negoziale che nessuna delle due parti ha ancora accettato di aprire davvero.
Entrambe le parti sostengono di aver vinto il primo round. Gli americani per aver bombardato. Gli iraniani per essere sopravvissuti. È uno stallo all’iraniana.
FONTE: AGENZIA DI STAMPA DIRE (WWW.DIRE.IT)

