Negli ultimi 30 anni la quota di persone che si dichiara in cattiva salute è diminuita
Oggi l’Italia è tra i paesi più longevi in assoluto, con una speranza di vita alla nascita di 83,4 anni, ma nel 1872 era tra quelli con la speranza di vita più bassa in Europa: soli 29,8 anni, mentre Francia, Regno Unito, Danimarca, Paesi Bassi, Svezia e Norvegia presentavano già valori compresi tra 40 e 50 anni. A queste differenze contribuiva la mortalità entro il primo anno di vita, che nel 1863 in Italia era pari a circa 230 per mille nati vivi. All’origine degli alti livelli di mortalità infantile vi era la diffusione della malnutrizione e le cattive condizioni igienico-sanitarie, associate alla scarsa disponibilità di acqua potabile e all’analfabetismo diffuso, che rendevano difficile adottare anche le più elementari norme igieniche. Da allora, nel nostro paese il calo della mortalità infantile è stato continuo, interrotto solamente dalle due guerre mondiali e, in coda alla prima, dalla pandemia influenzale del 1918-1919. Negli anni Novanta, il tasso era ormai sceso a cinque per mille nati vivi e nel 2023 a 2,7 su mille, uno tra i valori più bassi al mondo.
Col miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie la mortalità per malattie infettive ha rapidamente iniziato a ridursi. Fa eccezione il 1918-19, quando – alla fine della Prima guerra mondiale – l’influenza spagnola triplica la mortalità per malattie infettive e raddoppia quella per malattie respiratorie. In seguito, l’introduzione dei sulfamidici nel 1935 e nel secondo dopoguerra degli antibiotici contribuisce alla rapida diminuzione dei decessi per queste cause, che dagli anni Novanta rappresentano circa l’1% della mortalità totale. Nel 2020 la pandemia da Covid-19 ha fatto risalire la mortalità per malattie infettive al 12,4% dei decessi, scesa poi al 5,0% nel 2023. La mortalità per le malattie respiratorie e dell’apparato digerente si è anch’essa ridotta in maniera formidabile dalla fine dell’800 a oggi: da 5-600 a 60-70 decessi ogni 100mila abitanti le prime, e da circa 400 a 40 le seconde. La diminuzione dei decessi per queste cause ha contribuito a far scendere la mortalità generale fino a circa mille decessi ogni 100mila abitanti all’inizio degli anni Cinquanta, un livello rimasto sostanzialmente stabile fino a oggi, nonostante l’invecchiamento della popolazione. Con l’aumento della longevità, sono invece cresciute le malattie cronico-degenerative: i tumori sono passati dal 2–3% dei decessi alla fine del XIX secolo al 26,3% nel 2023, e le malattie cardiovascolaridal 6–8% al 30%, diventando dalla seconda metà del Novecento la principale causa di morte.
La salute percepita dai cittadini e la diffusione delle patologie croniche in un paese che invecchia
La percezione che i cittadini hanno delle proprie condizioni di salute è parte essenziale della qualità della vita e, insieme, indicativa dei rischi di natura sanitaria. Negli ultimi 30 anni la quota di persone che si dichiara in cattiva salute è diminuita dall’8% nel 1995 al 5,5% nel 2025, e si è più che dimezzata (dal 9,8 al 4,5%) in termini standardizzati, correggendo cioè per l’effetto dell’invecchiamento. La prevalenza delle persone in cattiva salute cresce con l’età, in particolare tra le donne, ma sono proprio le fasce più anziane ad avere registrato i miglioramenti più significativi: nel 2025 ha dichiarato di stare male o molto male quasi il 28% delle donne di 85 anni e più, tra le quali la quota si è dimezzata rispetto al 1995; tra i coetanei uomini la quota si è ridotta dal 39,5 al 17,2%, avvicinandosi a quella della coorte 75-84.
Sul territorio, nel 1995 la quota di persone che segnalavano di essere in cattiva salute (standardizzata per l’età) non presentava differenze sostanziali tra le ripartizioni; tuttavia, il progresso al 2025 è stato maggiore al Nord e minore nel Mezzogiorno, confermando il quadro osservato per la mortalità; si sono invece notevolmente ridotte le differenze per titolo di studio (anch’esse standardizzate), grazie alla forte diminuzione della prevalenza nella componente con bassa istruzione, inizialmente molto sfavorita.
Gli stili di vita: l’abitudine al fumo e l’obesità
Nel 1980 fumava oltre la metà degli uomini di 14 anni e più (54,3%); nel 2025 la quota si è più che dimezzata (22,9%), con una flessione in tutte le fasce di età e i livelli socio-economici. Tra le donne, la quota di fumatrici, già molto più bassa rispetto ai coetanei (16,7%) è diminuita solo leggermente (15,9%).
In passato per gli uomini l’abitudine al fumo era più diffusa tra le persone meno istruite e per le donne tra le più istruite ed emancipate; la riduzione, che ha riguardato per entrambi i sessi tutti i livelli di istruzione, è stata maggiore tra le persone con istruzione elevata. Oggi l’abitudine al fumo è maggiormente diffusa tra le persone con basso titolo di studio per entrambi i sessi, tranne che nel caso delle donne anziane. D’altra parte, va ricordato come negli ultimi anni si sia affermato l’uso di prodotti alternativi al fumo tradizionale di tabacco, in particolare tra i giovani: nel 2025, il 16,5% dei 18-34enni fa uso congiunto della sigaretta elettronica e del tabacco riscaldato non bruciato. Rispetto ai paesi Ue, nel 2019 l’Italia presentava una quota di fumatori abituali di sigarette pari al 17% della popolazione adulta (di cui il 5% fumava almeno un pacchetto), quota leggermente inferiore alla media dell’Unione anche se distante dai paesi Nordici, più virtuosi.
In Italia, come nella maggior parte dei paesi avanzati, la diffusione dell’obesità nella popolazione adulta è cresciuta sensibilmente: dal 5,9% nel 1990 all’11,6% del 2025, con una differenza a svantaggio degli uomini negli ultimi venti anni, e per le persone meno istruite e residenti nel Mezzogiorno. Nondimeno, i livelli di obesità negli adulti restano tra i più contenuti nell’Ue, mentre in età evolutiva i livelli di obesità e sovrappeso sono molto più elevati rispetto ad altri paesi Ue, segnalando un problema per il futuro.

