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Funerali green: l’Europa si muove verso sepolture ecologiche, ma Italia e Svizzera restano indietro

funerale

Ogni anno in Europa si celebrano milioni di funerali, eppure raramente ci si interroga sull’impatto ambientale di queste cerimonie. I dati, però, parlano chiaro: una cremazione tradizionale produce in media tra 150 e 200 kg di CO₂, l’equivalente di un viaggio in auto di oltre 900 chilometri. Le sepolture convenzionali, dal canto loro, comportano l’utilizzo di bare in legno trattato con vernici chimiche, imbottiture sintetiche e, in molti paesi, liquidi per la conservazione della salma a base di formaldeide, una sostanza classificata come cancerogena dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

A questi elementi si aggiunge il problema dell’occupazione del suolo: i cimiteri tradizionali richiedono spazi sempre più ampi, spesso impermeabilizzati con cemento e pietra, sottraendo terreno utile agli ecosistemi locali.

Le alternative che stanno cambiando il settore

In diversi paesi del Nord Europa la situazione sta cambiando rapidamente. In Svezia, la biologa Susanne Wiigh-Mäsak ha sviluppato già negli anni Duemila un processo chiamato promession, che consiste nel liofilizzare la salma per poi trasformarla in una polvere organica utilizzabile come compost. Nei Paesi Bassi, la startup Loop ha creato la prima bara interamente realizzata in micelio (la struttura vegetativa dei funghi), capace di decomporsi in appena 45 giorni e di arricchire il terreno circostante.

Negli Stati Uniti, lo stato di Washington è stato il primo al mondo a legalizzare il compostaggio umano nel 2019, seguito da Colorado, Oregon, Vermont e California. Il processo, noto come “riduzione organica naturale”, trasforma il corpo in circa un metro cubo di terriccio fertile nell’arco di 30-60 giorni, senza emissioni e senza consumo di energia fossile.

Un’altra alternativa in crescita è l’acquamazione (o idrolisi alcalina), un processo che utilizza acqua e una soluzione alcalina per accelerare la decomposizione naturale. Rispetto alla cremazione tradizionale, questa tecnica riduce il consumo energetico di circa il 90% e le emissioni di carbonio di oltre un terzo.

Il quadro normativo in Italia e in Svizzera

In Italia, la legislazione funeraria è ancora ancorata a un impianto normativo datato. Il Regolamento di Polizia Mortuaria (D.P.R. 285/1990) disciplina in modo rigido le modalità di sepoltura e cremazione, lasciando poco margine per pratiche innovative. Le bare biodegradabili, pur non essendo esplicitamente vietate, devono comunque rispettare requisiti tecnici pensati per i materiali tradizionali, il che nella pratica ne limita fortemente l’adozione. Il compostaggio umano e l’acquamazione non sono contemplati dalla normativa vigente.

La Svizzera, pur essendo un paese tradizionalmente all’avanguardia in materia ambientale, presenta un quadro simile. La regolamentazione funeraria è di competenza cantonale, il che crea un mosaico di norme diverse. Nella Svizzera italiana, in particolare nel Canton Ticino, le pratiche ammesse restano quelle tradizionali (inumazione e cremazione), anche se la sensibilità verso opzioni più sostenibili sta crescendo sia tra i cittadini che tra gli operatori del settore. Alcune imprese di onoranze funebri in Ticino stanno già esplorando soluzioni a minor impatto, come l’utilizzo di bare in materiali naturali non trattati e la riduzione degli elementi plastici e sintetici nelle cerimonie.

Una questione generazionale

Diversi studi condotti negli ultimi anni mostrano che le generazioni più giovani sono significativamente più propense a considerare opzioni funebri ecologiche. Un’indagine del 2023 condotta nel Regno Unito dalla Royal London ha rilevato che oltre il 40% degli intervistati tra i 18 e i 34 anni preferirebbero un funerale a basso impatto ambientale, contro il 22% degli over 55.

Questa tendenza riflette un cambiamento culturale più ampio: per un numero crescente di persone, la coerenza con i propri valori ambientali non si ferma alla soglia della morte. Il funerale diventa così l’ultimo gesto di responsabilità verso il pianeta, una scelta che richiede però un quadro normativo capace di accoglierla.

La sfida per Italia e Svizzera, a questo punto, non è tanto tecnologica quanto legislativa e culturale: aggiornare le normative per permettere pratiche già consolidate altrove e accompagnare un cambiamento che, dal basso, è già in corso.

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