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“Chi programma chi?”: Ruffo Caselli anticipò l’AI nel 1969

Ruffo Caselli

Nel 1969, l’artista italiano Ruffo Caselli completava un’opera dal titolo inquietante: “Chi programma chi?”. Aveva visto con chiarezza profetica dove stava andando l’umanità

Nel 1969, mentre i computer riempivano intere stanze ed elaboravano semplici calcoli contabili, un artista italiano di nome Ruffo Caselli completava un’opera dal titolo inquietante: “Chi programma chi?”. Il dipinto mostrava una silhouette umana spettrale incorporata con componenti elettronici funzionali. All’epoca sembrava una provocazione artistica, quasi uno scherzo. Oggi, nell’era di ChatGPT e dell’intelligenza artificiale generativa, quella domanda è diventata il dilemma centrale della nostra esistenza.

Quando i microchip divennero arte

A raccontare questa storia è Carmen Gallo, fondatrice del Centro per lo Studio Multidisciplinare dell’Esistenzialismo Cibernetico, che da anni studia l’eredità di Caselli. “Ruffo ha iniziato a incollare veri microchip sui suoi dipinti alla fine degli anni ’60. Non disegnava la tecnologia, la incorporava fisicamente. Recuperava schede di circuiti reali dai primi calcolatori e controllori industriali e le faceva diventare parte integrante dell’opera”.

Per capire quanto fosse radicale bisogna contestualizzare. Jack Kilby aveva brevettato il primo circuito integrato nel 1958. Robert Noyce aveva inventato la prima scheda monolitica poco dopo. Quando Caselli iniziò a usare queste componenti nei dipinti ad olio, i chip erano oggetti industriali, strumenti tecnici. Nessuno li considerava materiale artistico.

“Mentre i progettisti di chip negli anni ’70 iniziarono a lasciare immagini microscopiche all’interno dei circuiti come una sorta di firma nascosta, Caselli fece l’opposto”, spiega Carmen Gallo. “Rese i chip stessi opere d’arte visibili, accessibili. Non era arte concettuale fine a se stessa. Era filosofia tradotta in silicio e vernice”.

Il paradosso: non possedeva nemmeno un computer

L’aspetto più straordinario è il paradosso della vita di Caselli. Non ha mai posseduto un computer. Nessuno smartphone. Nemmeno una segreteria telefonica. Eppure vedeva il futuro con una chiarezza che fa venire i brividi.

“Chi lo conosceva bene lo chiamava un visionario remoto”, racconta Carmen Gallo. “Prima della sua morte mi spiegò la sua filosofia: ‘Siamo vasi per lo spirito. La nostra coscienza non è solo il cervello e il nostro spirito non è locale. Nell’universo, ciò che può sembrare separato, in realtà è connesso’. Non so se credeva davvero di viaggiare tra dimensioni con la mente, ma so che vedeva cose che gli altri non vedevano”.

Argan lo capì subito

Quando Giulio Carlo Argan inaugurò una mostra di Caselli a Milano circa 50 anni fa, scrisse una frase che all’epoca sembrò enfatica, forse eccessiva: “Ruffo è il primo di una nuova civiltà”.

Oggi quella frase ha un peso completamente diverso. Argan aveva visto qualcosa che i più non riuscivano a cogliere.

Una domanda da 1969 che brucia nel 2026

“Io torno sempre a quel titolo: ‘Chi programma chi?'”, riflette Carmen Gallo. “Nel 1969 sembrava una domanda assurda, quasi comica. I computer facevano calcoli. L’idea che le macchine avrebbero potuto plasmare la coscienza umana, influenzare le nostre decisioni, mettere in discussione la nostra libertà sembrava roba da fantascienza di serie B”.

Invece è esattamente quello che è successo. I numeri parlano chiaro: recenti sondaggi mostrano che meno di un terzo degli americani esclude categoricamente la possibilità di una coscienza delle macchine. Cinque anni fa la percentuale era molto diversa. Stiamo cambiando idea velocemente.

“Viviamo dentro la domanda di Caselli”, continua Gallo. “Ogni volta che scorriamo un feed curato da un algoritmo, ogni volta che accettiamo un suggerimento dell’intelligenza artificiale, ogni volta che lasciamo al completamento automatico il compito di finire le nostre frasi – stiamo vivendo esattamente la dinamica che lui dipinse su tela cinquant’anni fa”.

L’esistenzialismo cibernetico non è più teoria

Nel mondo dell’arte Caselli è conosciuto dagli anni ’80 come il pioniere dell’Esistenzialismo Cibernetico. Una definizione nata a New York, dove le sue opere furono presentate per la prima volta al grande pubblico internazionale.

L’esistenzialismo classico chiede: cosa significa essere umani in un universo senza significato intrinseco? L’esistenzialismo cibernetico di Caselli aggiunge un livello: cosa significa essere umani quando sono le macchine a definire sempre più quel significato per noi?

“Non è più una domanda filosofica astratta”, conclude Carmen Gallo. “È la domanda con cui ci confrontiamo ogni giorno. E Ruffo ce l’ha posta quando i primi microchip stavano appena uscendo dai laboratori. Questo è il segno del vero genio: vedere l’essenziale quando tutti gli altri guardano altrove”.

L’artista

Ruffo Caselli (Firenze, 1932 – Ovada, 2020) è stato pioniere dell’arte tecnologica e fondatore dell’Esistenzialismo Cibernetico. Le sue opere sono state esposte a New York, in Russia, in Corea del Sud e in Sud America. L’Italia ha recentemente riscoperto la sua eredità artistica con mostre a Milano e Genova.

Per informazioni:

Centro per lo Studio Multidisciplinare dell’Esistenzialismo Cibernetico
www.cyberneticexistentialism.com

Il canale YouTube dedicato a Ruffo Caselli

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