Chi era Larijani, e perché la sua uccisione allontana la fine della guerra in Iran. Aveva la reputazione di chi sa trattare, poi si è trasformato in uno dei simboli della linea dura
Ali Larijani aveva attraversato decenni di politica iraniana con la reputazione di chi sa trattare. Poi il “volto dialogante” della Repubblica islamica si è trasformato in uno dei simboli della linea dura. Per anni considerato l’uomo del compromesso – quello dei negoziati nucleari con l’Occidente – negli ultimi mesi aveva progressivamente abbandonato i toni morbidi, irrigidendo la postura al ritmo dell’escalation regionale.
Nato a Najaf nel 1958, cresciuto a Teheran, formato dalla rivoluzione islamica e poi asceso attraverso i ranghi dello Stato: ministro della cultura, capo della radiotelevisione, presidente del parlamento per oltre dieci anni. Negoziatore nucleare con l’Occidente, architetto parziale dell’accordo del 2015. Un pragmatico, dicevano. Uno di quelli con cui si può parlare, appunto. Poi le tensioni con Israele e gli Stati Uniti si erano fatte insostenibili, la diplomazia aveva ceduto il passo, e Larijani aveva cambiato registro. Nel 2025 era stato rinominato segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. Una figura di guerra, non più di trattativa.
Dopo l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei nei raid congiunti di Stati Uniti e Israele, Larijani aveva scelto la linea dello scontro aperto: promessa di vendetta, minacce esplicite, retorica da tempo di guerra. Un cambio di passo netto, quasi inevitabile. L’Iran avrebbe fatto “pentire” i suoi nemici, diceva. Non ha fatto in tempo a mantenere la promessa. L’attacco era stato pianificato per la notte precedente, ha dichiarato un funzionario israeliano, poi rinviato all’ultimo minuto. Le informazioni arrivate lunedì pomeriggio indicavano che Larijani si sarebbe recato in uno degli appartamenti che usava come nascondiglio. Era lì con suo figlio quando è stato colpito.
Il suo destino resta ancora incerto, l’Iran non ha confermato l’omicidio e sta giocando con i social per tenerlo in vita almeno online. Ma un alto funzionario israeliano è stato categorico: “Non c’era alcuna possibilità che sopravvivesse.” Gli Stati Uniti avevano messo sul suo nome una taglia fino a dieci milioni di dollari, nell’ambito di una lista di dieci figure legate alle Guardie della Rivoluzione. Un prezzo per chi fornisse informazioni. Qualcuno, evidentemente, ne ha fornite.
COSA CAMBIA ORA IN IRAN?
Larijani era il leader de facto dell’Iran sotto le bombe, ma godeva della reputazione di essere in grado di colmare il divario tra le frange militari più intransigenti e le fazioni politiche più moderate. La sua uccisione potrebbe – secondo un’analisi del New York Times – spianare la strada a un rafforzamento del controllo militare sul sistema di governo.
Larijani godeva della fiducia incondizionata dell’ayatollah Ali Khamenei, ucciso all’inizio della campagna israelo-americana. Negli ultimi mesi, le responsabilità del signor Larijani erano cresciute costantemente , includendo la supervisione della brutale repressione delle proteste antigovernative a gennaio. Si occupava dei rapporti con gli alleati e i paesi vicini e aveva preparato l’Iran ad uno scontro militare con gli Stati Uniti.
Larijani era un pragmatico in un sistema sempre più dominato dagli intransigenti. La sua morte “significa un’ulteriore militarizzazione del sistema”, dice al Nyt Hamidreza Azizi, esperto di questioni di sicurezza iraniana presso l’Istituto tedesco per gli affari internazionali e di sicurezza. “Ora che sembra che tutto sia nelle mani dell’élite militare, è molto difficile immaginare che mostrino sufficiente flessibilità per accettare le idee dell’altra parte e porre fine alla guerra”.
“In questo processo di eliminazione dell’élite, ogni strato che si rimuove, il successivo sarà più intransigente“, dice Azizi.
FONTE: AGENZIA DI STAMPA DIRE (WWW.DIRE.IT)

