Moda: oggi le aziende sono costrette a produrre tessuti fino a 12 mesi prima della vendita, a causa di quantitativi minimi e rigidità di filiera
In Italia la moda non è solo una questione di passerelle, è il motore trainante dell’economia nazionale, un gigante che però oggi si scopre con i piedi d’argilla di fronte alla crisi climatica. I numeri parlano chiaro, secondo l’Unione Europea, il consumo di abbigliamento e calzature rappresenta la quarta categoria di pressione ambientale più alta nell’UE. Ogni cittadino europeo, attraverso i propri acquisti, genera mediamente 654 kg di CO₂ equivalenti all’anno, un’impronta che l’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA) monitora con crescente preoccupazione.
L’impatto non si ferma all’aria che respiriamo ma colpisce duramente anche le risorse idriche, il settore è infatti responsabile di circa il 20% dell’inquinamento globale dell’acqua potabile, principalmente a causa dei processi di tintura e finissaggio (Fonte: Parlamento Europeo). Complessivamente, la moda pesa per il 10% delle emissioni globali di carbonio, superando l’impatto combinato di tutti i voli internazionali e del trasporto marittimo messi insieme (Fonte: World Bank). È un’emergenza che richiede un cambio di passo non solo nei materiali, ma nei processi industriali stessi.
Il “Collo di Bottiglia”: perché la creatività è ostaggio dei volumi
Il vero limite del sistema attuale risiede nel cosiddetto “modello dell’attesa” poiché l’avvio di qualsiasi produzione, anche solo di un campione, richiede oggi quantitativi minimi (MOQ) che penalizzano i produttori sia in termini di costi che di tempi. Per ottenere prezzi ragionevoli, i brand sono costretti a una forzata anticipazione della produzione dove i tessuti vengono realizzati con un anno di anticipo rispetto alla presentazione sul mercato. Questo obbliga i direttori creativi a progettare le collezioni basandosi esclusivamente su materiali scelti mesi prima, limitando di fatto lo stile e l’innovazione in favore della logistica.
Questa rigidità non genera solo limiti stilistici ma anche enormi sprechi economici e ambientali sotto forma di stock invenduti. In un mercato che corre verso la personalizzazione e la digitalizzazione, restare ancorati a cicli produttivi così lenti significa perdere competitività. È qui che si inserisce la necessità di un nuovo modello che sappia abbattere i tempi di set-up e, di conseguenza, l’impronta di carbonio della filiera.
“Essere sostenibili oggi non deve più essere un manifesto etico, ma una dimostrazione di efficienza per tutta la filiera produttiva” spiega Paola Salvetti RD e founder di DNA, riferimento nel settore tessile per l’abbattimento di CO2 e l’innovazione di processo. “Quando riusciamo ad abbattere i costi dimostrando, dati alla mano, di aver ridotto gli sprechi d’acqua e l’energia, non stiamo solo curando il pianeta, ma stiamo ridando ossigeno alla creatività e marginalità alle aziende. La vera vittoria è permettere al consumatore di acquistare la bellezza senza il senso di colpa di aver sfruttato le risorse.”
Difendere il Made in Italy attraverso il valore del tempo
La difesa del Made in Italy, e di riflesso della manifattura europea, passa necessariamente per la valorizzazione del proprio know-how tecnologico. L’Italia ha un occhio sempre più vigile sulla difesa dell’ambiente e sulla tracciabilità ed ha l’opportunità storica di guidare la transizione verso un modello dove la qualità estrema convive con una produzione agile. Non si tratta solo di rispondere a normative comunitarie, ma di parlare ad un consumatore che cerca capi di alta gamma e trasparenza totale.
Puntare sulla riduzione drastica degli sprechi idrici e delle emissioni significa proteggere la nostra proprietà intellettuale dalla competizione basata esclusivamente sul volume. Fare leva su processi che consentano tempi di consegna rapidi e personalizzazione spinta permette alle case di moda di rispondere al mercato in tempo reale, eliminando la necessità di quelle produzioni massive che alimentano il debito ambientale del settore.
Per questi motivi “curare il tempo” e curare il pianeta sono diventate due facce della stessa medaglia e se l’industria saprà rompere il collo di bottiglia delle vecchie logiche produttive, come suggerito dal modello DNA, il Made in Italy potrà finalmente trasformarsi da settore ad alto impatto a modello di riferimento per un lusso consapevole. Solo così la bellezza di un capo potrà finalmente coincidere con la reinvenzione del processo che l’ha generato, garantendo un futuro florido a una delle industrie più iconiche del nostro meraviglioso Paese.

