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Eating Disorders Awareness Week 2026: perché la consapevolezza passa anche dal linguaggio e dalla community

Anoressia e bulimia: l'età di esordio di questi disturbi alimentari si abbassa sempre di più. Come riconoscere i campanelli d'allarme e cosa fare

eating disorders

La Eating Disorders Awareness Week si svolge dal 23 febbraio al 1 marzo 2026 ed è dedicata alla sensibilizzazione sui disturbi del comportamento alimentare. Pur essendo una campagna nata negli Stati Uniti, oggi viene seguita e rilanciata anche in altri Paesi grazie a iniziative online, organizzazioni indipendenti e appuntamenti digitali che permettono di partecipare anche a chi vive in Italia.

Il valore di una settimana così non sta solo “nel parlarne di più”, ma nel parlarne meglio: con linguaggio corretto, evitando stereotipi e rendendo più facile l’accesso a informazioni affidabili e percorsi di cura.

Disturbi alimentari: non esiste un’unica “faccia” del problema

Uno degli ostacoli più grandi è l’idea che un disturbo alimentare “si veda”. In realtà può colpire persone con età, corpi, storie e contesti molto diversi. E proprio questa varietà rende rischioso il giudizio esterno: chi soffre potrebbe non sentirsi “abbastanza grave” per essere ascoltato, oppure potrebbe temere di essere etichettato.

La consapevolezza serve anche a questo: a spostare l’attenzione dall’apparenza alla sostanza, e a ricordare che la cura non è un fatto estetico. È salute.

Le parole che usiamo possono aiutare o ferire

Nel linguaggio quotidiano si usano spesso etichette (“anoressica”, “bulimica”) come se fossero identità. Ma definire una persona solo attraverso una parola può diventare una forma di riduzione e stigma.

Capire cosa vuol dire “bulimica” in modo corretto, senza stereotipi, aiuta a evitare errori comuni: colpevolizzare, banalizzare, trasformare una condizione clinica in un giudizio morale. Il punto non è “trovare la frase perfetta”, ma scegliere un linguaggio che non chiuda le porte.

Un approccio utile è parlare di persone “che stanno attraversando un disturbo” o “che hanno un disturbo alimentare”, lasciando spazio alla complessità e alla possibilità di cura.

Community e supporto: che cosa significa davvero “esserci”

Molti messaggi della settimana 2026 insistono sul valore della community: non come slogan, ma come rete reale. La presenza di qualcuno può fare la differenza tra isolamento e primo passo verso la cura, soprattutto quando il disagio è accompagnato da vergogna o paura di essere giudicati.

Supportare non significa controllare. Significa ascoltare senza interrogare, evitare pressioni sul cibo, non commentare il corpo, mantenere una disponibilità concreta. A volte è anche un aiuto pratico: cercare un contatto, accompagnare a una visita, sostenere la regolarità di un percorso.

In Italia esistono realtà cliniche che lavorano con approcci multidisciplinari: conoscere riferimenti affidabili può ridurre quell’inerzia del “non so da dove cominciare”. Un esempio è Lilac, centro medico specializzato nei disturbi alimentari, punto di riferimento per chi cerca percorsi strutturati e professionali.

Eventi online e webinar: dove seguire la settimana dall’Italia

Anche senza eventi “in presenza”, la Eating Disorders Awareness Week offre molte iniziative digitali fruibili dall’Italia: webinar, panel, interventi informativi e momenti di confronto. Il consiglio è controllare sempre il fuso orario indicato nelle pagine e registrarsi in anticipo.

Link utili per orientarsi:

Seguire un evento può essere un primo passo anche per chi non vive direttamente un disturbo: imparare a riconoscere segnali, usare un linguaggio adeguato, scegliere risorse affidabili, capire come sostenere senza invadere.

Social media: perché se ne parla e come proteggersi

Negli ultimi anni il rapporto tra social media e disturbi alimentari è entrato sempre più nel dibattito pubblico. Non perché i social “creino” automaticamente un disturbo, ma perché possono amplificare confronto, controllo, contenuti triggeranti e un’idea ristretta di corpo e valore personale.

La consapevolezza, qui, diventa pratica quotidiana: curare i feed, smettere di seguire profili che fanno stare male, segnalare contenuti pericolosi, scegliere fonti autorevoli. È anche un invito a rivedere il modo in cui parliamo online di dieta, “sgarri”, trasformazioni e merito.

Consapevolezza non è diagnosi: quando rivolgersi a un professionista

Informarsi è utile, ma non sostituisce la valutazione clinica. Se pensieri, comportamenti o emozioni legati al cibo e al corpo diventano persistenti e condizionano la vita quotidiana, la cosa più sensata è parlarne con un professionista.

La settimana 23 febbraio–1 marzo può essere un momento “ponte”: non per risolvere tutto, ma per cominciare. Un webinar può chiarire un dubbio. Una risorsa affidabile può mettere ordine. Un contatto giusto può trasformare un’idea in un percorso.

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