Per questo motivo sta unendo xAI e SpaceX. E’ una vecchia idea, che si scontra ancora con grandi incognite tecnologiche
Fino a non molto tempo fa sarebbe stata roba da romanzi di fantascienza. Arthur C. Clarke o Isaac Asimov. Oggi Elon Musk prova a trasformare il concetto stesso di in infrastruttura: la maxi-fusione tra xAI e SpaceX riporta in orbita un vecchio sogno, quello dei data center nello spazio. Per decenni la Nasa ha accarezzato l’ipotesi di spostare i computer più energivori fuori dall’atmosfera terrestre. Negli ultimi anni ci hanno pensato anche le Big Tech, da Alphabet a Blue Origin di Jeff Bezos. Energia solare continua, spazio infinito, calore da scaricare nel vuoto. A mancare erano i mezzi.
Musk – scrive la Reuters – ora sostiene di averceli. Razzi, satelliti, una startup di intelligenza artificiale e una visione integrata che va dalla Terra all’orbita bassa. L’operazione riaccende l’interesse degli investitori proprio mentre SpaceX si prepara a una possibile IPO monstre, valutata fino a 1.500 miliardi di dollari. E soprattutto mentre l’azienda chiede il via libera per qualcosa che finora non si era mai visto: fino a un milione di satelliti a energia solare, concepiti come veri e propri data center orbitali. Un sistema collegato via laser, pensato per portare la potenza di calcolo dell’AI oltre il pianeta. Quanti lanci di Starship servano, però, resta un dettaglio non secondario e non dichiarato.
Non è la prima volta che l’energia solare spaziale torna di moda. Negli anni Settanta, in piena Guerra Fredda, Nasa e Dipartimento dell’Energia americano avevano già studiato il concetto, archiviandolo come troppo costoso. Oggi la differenza è nel controllo della filiera: SpaceX costruisce i razzi, produce satelliti in serie con Starlink, gestisce le reti di comunicazione e – dettaglio non trascurabile – può contare su un ecosistema digitale pronto a generare domanda di calcolo.
Resta il nodo tecnologico più complicato. I chip nello spazio devono sopravvivere a un bombardamento costante di radiazioni cosmiche. In passato si usavano componenti “rinforzati”, affidabili ma lenti. L’AI moderna, invece, divora potenza e produce calore. E nello spazio, dove non c’è aria, il raffreddamento è un incubo ingegneristico: servono enormi radiatori che aumentano peso, dimensioni e costi.
SpaceX parla di “dissipazione passiva del calore nel vuoto” e di satelliti progettati per deorbitare rapidamente in caso di guasti.
FONTE: AGENZIA DI STAMPA DIRE (WWW.DIRE.IT)

