Rapporto Waste Watcher, 554 grammi pro capite a settimana
Il rapporto Il caso Italia 2026 del Waste Watcher International Observatory dell’Università di Bologna per la Campagna Spreco Zero, su dati ed elaborazioni Ipsos–Doxa, fotografa divari generazionali e nuove fragilità sociali legate al cibo.
Le diverse generazioni
L’Italia, in linea con la rilevazione dello scorso settembre relativa all’estate 2025, segna un miglioramento deciso rispetto ai dati di un anno fa: sprechiamo infatti 554 grammi di cibo pro capite ogni settimana, ovvero 63,9 grammi in meno rispetto al dato del febbraio 2025, e la performance più brillante è firmata appunto dai “boomers” che fissano lo spreco settimanale pro capite medio della loro famiglia a 352 grammi: una generazione che, in anticipo di quattro anni, passa già brillantemente l’esame dell’Agenda 2030, quando a tutti gli italiani sarà chiesto di gettare mediamente non più di 369,7 grammi a testa ogni settimana per centrare l’obiettivo 12,3 sullo spreco alimentare.
Più indietro restano le famiglie della generazione Z, posizionate a quota 799 grammi di spreco settimanale medio pro capite: parecchio in ritardo rispetto alla soglia richiesta dall’Obiettivo 2030, poco meglio di loro le famiglie Millennials con 750 grammi settimanali pro capite, e quelle della generazione X con 478 grammi settimanali pro capite. Emerge in chiave quasi plebiscitaria la cura per la preparazione dei pasti, un tratto distintivo mediterraneo e italiano: una abitudine di vita cui si dedica ogni giorno l’88% degli italiani. Solo il 4% degli italiani dichiara di non cucinare, perché non ama farlo. E per la prima volta risulta praticamente unanime la consapevolezza intorno al tema “spreco”: il 94% degli italiani certifica la sua attenzione alla questione, e di questa moltitudine di cittadini il 63% getta qualcosa meno di 1 volta a settimana, solo il 14% spreca quasi quotidianamente. Già da questi dati si delinea un divario generazionale piuttosto marcato: il 29% della generazione Z spreca almeno una volta a settimana, contro appena il 6% dei Boomers.
Si spreca meno a nord (516 g -7%) e più a sud (591,2 g +7%), poco più al centro (570,8 g +3%)
Si spreca un po’ meno a nord (516 grammi settimanali, -7%) e un po’ più a sud (591,2 grammi settimanali, +7%), poco più al centro (570,8 grammi settimanali, +3%),sprecano meno le famiglie con figli (-10%) e i Comuni fino a 30mila abitanti (-8%). Nella hit dei cibi sprecati svettano la frutta fresca (22,2 g a settimana), la verdura fresca (20,6 g) e il pane fresco (19,6 g), segue l’insalata (18,8 g) e cipolle/aglio/tuberi (17,2 g).
Se in generale gli italiani sprecano per cause prevalentemente organizzative – cattiva conservazione del cibo nel 38% dei casi, dimenticanza per il 33% e sovra-acquisto per il 28% – le giovani generazioni sprecano per un contesto di “fragilità cumulative”:le principali barriere sono dimenticanza, fatica, tempo e costi percepiti, soprattutto tra i giovani, insieme a un minore senso di efficacia individuale. Sul piano strettamente organizzativo, capita di dimenticare il cibo fino alla scadenza per uno Z su due (49%) contro un Boomer su 5 (21%), e di calcolare in modo errato le quantità di cibo necessario per il 40% degli Z contro il 17% dei Boomers. La difficoltà di conservare correttamente il cibo cala drasticamente con l’età: per la gen Z arriva al 35%; nei Boomers e del 12%. Così come la difficoltà di riutilizzare gli avanzi per la gen. Z tocca quota 43%; nei Boomers vale solo per uno su 5 (22%). Questo significa che le competenze domestiche si acquisiscono nel tempo, mentre ilsovra-acquisto è una componente chiave dello spreco giovanile: acquistare troppo o in confezioni grandi è molto più diffuso tra i gen. Z (rispettivamente 38% e 36%) rispetto ai Boomers (21% e 16%), una attitudine legata al senso di insicurezza alimentare che gli Z esprimono quest’anno come un vero e proprio allarme. Tuttavia, la deperibilità di frutta e verdura resta un problema trasversale alle generazioni ed è spesso attribuita all’origine dei prodotti acquistati e ai sistemi di conservazione nella filiera del cibo, più che ai comportamenti individuali. La riduzione dello spreco passa soprattutto dalla gestione del cibo già acquistato: in tutte le generazioni, le priorità principali sono mangiare prima il cibo a rischio e congelare, mentre la pianificazione rigida dei pasti resta marginale.
Indice di insicurezza alimentare
L’indice di insicurezza alimentare è uno dei dati di riferimento del Rapporto “Il caso Italia 2026” di Waste Watcher: misura la difficoltà di accesso a cibo sufficiente, sicuro e nutriente, utilizzando strumenti come la scala FIES (Food Insecurity Experience Scale) dell’ONU, che indaga la preoccupazione, la qualità e la quantità del cibo. La nuova rilevazione denota un significativo aumento nell’allarme sociale, perché l’indice sale di mezzo punto rispetto all’ultima rilevazione 2025, toccando quota 14,36 – confermandosi quindi un fenomeno strutturale e non marginale – con un incremento del 28% a sud e addirittura del 50% per i giovani della generazione Z. Se il divario territoriale è netto, il rischio si presenta molto più elevato nelle periferie (+13%), mentre risulta significativamente più basso nel Nord (–15%) e nelle aree rurali (–15%). Le disuguaglianze sociali sono il fattore più critico: il ceto popolare presenta un rischio oltre triplo (+218%), contro una forte protezione del ceto medio (–51%). Emergono forti differenze generazionali: l’insicurezza alimentare cresce passando dai Boomers (–32%) alla gen Z (+50%), indicando una maggiore vulnerabilità dei più giovani, che tendono a privilegiare l’acquisto massivo di cibo in grandi formati, ma sono anche più disponibili a lavorare sull’organizzazione del loro frigorifero in chiave antispreco. Lo scenario predittivo, più mite dell’insicurezza attualmente percepita, rafforza tuttavia queste fratture: il rischio è ancora più sopra la media rispetto all’attuale per Sud (+43%), periferie (+22%) e gen Z (+48%), segnalando una vulnerabilità persistente nel tempo.
