Livelli ridotti di vitamina D e ricoveri per infezioni respiratorie: cosa ci dicono i dati dalla UK Biobank
Livelli sierici molto ridotti di vitamina D [25(OH)D] sono risultati collegati ad un rischio maggiore di ricovero per infezioni delle vie respiratorie (RTI), stando ai risultati di un ampio studio caso-controllo che ha utilizzato dati della U.K. Biobank (1)
Nello specifico, lo studio ha dimostrato che le persone con livelli sierici di vitamina D più bassi avevano una probabilità maggiore del 33% rispetto a quelle con i livelli più alti di essere ricoverate per RTI.
Lo studio non ha trovato evidenze di associazione tra lo status vitaminico D e il rischio di RTI in base all’etnia mentre, al contrario, ha osservato che l’obesità, l’appartenenza al sesso maschile, l’età avanzata, l’impego di statine e un reddito più basso erano tutti associati ad un maggior rischio di ricovero per infezioni respiratorie.
Razionale e obiettivi dello studio
La vitamina D svolge un ruolo chiave nella risposta immunitaria, in particolare a livello delle mucose respiratorie. Secondo il Food and Nutrition Board delle National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine, livelli di 25(OH)D ≥50 nmol/L sono ritenuti sufficienti per la maggior parte delle persone, mentre il rischio di deficit aumenta quando le concentrazioni scendono sotto i 30 nmol/L. Resta, però, ancora poco chiaro in che misura lo stato vitaminico si traduca, nella popolazione generale, in un rischio diverso di RTI tanto gravi da richiedere il ricovero.
Una metanalisi aggiornata degli studi sulla supplementazione di vitamina D, pubblicata ad aprile del 2025, ha riportato una tendenza verso la prevenzione delle RTI acute, senza tuttavia raggiungere la significatività statistica e lasciando aperta la domanda sul valore predittivo dei livelli circolanti di vitamina D (2).
L’obiettivo del nuovo studio britannico è stato quindi quello di valutare, in un ampio campione della UK Biobank, l’associazione tra 25(OH)D al basale e rischio di ospedalizzazione per RTI, esaminando anche il ruolo dell’etnia e di altri fattori di rischio.
Disegno dello studio
I ricercatori hanno analizzato i dati di persone di età compresa tra 40 e 69 anni al basale provenienti dalla U.K. Biobank, un database nazionale britannico di outcome sanitari. I partecipanti allo studio avevano misurazioni di vitamina D e registrazioni ospedaliere per RTI, identificate tramite codici ICD-10 per infezioni acute delle vie respiratorie superiori, influenza e polmonite, e altre infezioni acute delle basse vie respiratorie.
Su un totale di 36.258 persone incluse nello studio con misurazioni di vitamina D e la registrazione di codici respiratori, il 53,7% era di sesso femminile, il 72,8% aveva tra 40 e 60 anni e il 29,6% presentava un BMI pari o superiore a 30.
Quanto all’etnia, il 28% del campione era del sud-est asiatico o cinese, il 19% di etnia afro-americana, il 7% di etnia mista, l’11% appartenente ad altri gruppi e il 34% di etnia caucasica.
I ricercatori hanno stratificato i pazienti in base ai loro livelli sierici di vitamina D. In totale, il 10,9% aveva livelli di vitamina D inferiori a 15 nmol/L, mentre il 5,4% aveva livelli pari o superiori a 75 nmol/L. Per 27.872 partecipanti erano disponibili dati completi su potenziali fattori confondenti, utilizzati nei modelli di regressione finale.
Risultati principali
Profilo vitaminico ed etnico
I livelli mediani di 25(OH)D erano più alti nei partecipanti di etnia caucasica (48,1 nmol/L), seguiti dai soggetti di etnia mista (36,3 nmol/L), da altri gruppi (31,3 nmol/L), dalle persone di etnia afro-americana (30,25 nmol/L) e dagli asiatici (23,4 nmol/L), documentando una marcata disparità nello stato vitaminico.
Nonostante ciò, l’incidenza di RTI che richiedevano il ricovero risultava simile tra i gruppi etnici e l’ analisi di sopravvivenza non ha mostrato evidenze di interazione tra vitamina D ed etnia.
Rischio di ricovero per infezioni respiratorie
Rispetto al gruppo con livelli più elevati (≥75 nmol/L), chi presentava 25(OH)D ≤15 nmol/L aveva un rischio di ospedalizzazione per infezioni delle vie respiratorie maggiore del 33% (HR: 1,33; IC95%: 1,05–1,67). Per le categorie intermedie, con valori compresi tra 15 e 74 nmol/L, il rischio non risultava significativamente diverso dal gruppo di riferimento, suggerendo che l’eccesso di rischio sia concentrato nei deficit più severi.
Considerando la vitamina D come variabile continua, ogni aumento di 10 nmol/L di 25(OH)D si associava ad una riduzione del 4% del rischio di ricovero (HR: 0,96; IC95%: 0,94–0,99).
Altri fattori associati al rischio
Nei modelli aggiustati su 27.872 soggetti, oltre alla vitamina D sono risultati associati ad un maggior rischio di ospedalizzazione: un BMI ≥30 kg/m², il sesso maschile, l’età >60 anni, un reddito annuo inferiore a circa 24.000 dollari e l’impiego di statine.
Questi elementi delineano un profilo di vulnerabilità che si somma al deficit vitaminico nel determinare il rischio di infezioni respiratorie severe.
Implicazioni cliniche e limiti dello studio
Nel complesso, i risultati dello studio indicano che livelli molto bassi di vitamina D rappresentano un marker di aumentata suscettibilità a RTI tali da richiedere il ricovero, indipendentemente dall’etnia.
Correggere un deficit severo, tramite una supplementazione quotidiana di 10 microgrammi di vitamina D in linea con il reference nutrient intake raccomandato dal comitato scientifico britannico – scrivono i ricercatori nelle conclusioni del lavoro – potrebbe contribuire a ridurre il carico di ricoveri per infezioni respiratorie, soprattutto nei mesi invernali.
Quanto alle ricadute nella pratica clinica, lo studio suggerisce che particolare attenzione andrebbe riservata agli anziani, ai soggetti obesi, a chi ha un reddito più basso e alle comunità etniche con livelli mediani di vitamina D più bassi, che in questa coorte britannica partono da valori intorno a 30 nmol/L o meno.
Passando ai limiti dello studio ne segnaliamo alcuni: innanzitutto va sottolineato l’impiego di livelli di vitamina D al basale, misurati una sola volta, che non si può escludere fossero diversi da quelli presenti al momento di una RTI.
Inoltre, Le misurazioni di vitamina D potrebbero essere state meno accurate perché per valutarne i livelli è stato utilizzato un immunodosaggio a chemiluminescenza, anziché un metodo di riferimento standard.
Da ultimo i risultati dello studio, condotto su adulti di mezza età e anziani potrebbero non essere generalizzabili a fasce di età più giovani.
Nonostante ciò, l’evidenza complessiva suggeriscono l’importanza di identificare e trattare le forme più severe di carenza di vitamina D come parte di una strategia più ampia di prevenzione delle infezioni respiratorie gravi.
Bibliografia
1) Bournot AR, et al “Association between serum 25-hydroxyvitamin D status and respiratory tract infections requiring hospital admission: unmatched case-control analysis of ethnic groups from the United Kingdom Biobank cohort” Am J Clin Nutr 2025; DOI: 10.1016/j.ajcnut.2025.101179.
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2) Jolliffe DA et al. Vitamin D supplementation to prevent acute respiratory infections: systematic review and meta-analysis of stratified aggregate data. Lancet Diabetes Endocrinol. 2025 Apr;13(4):307-320. doi: 10.1016/S2213-8587(24)00348-6. Epub 2025 Feb 21. Erratum in: Lancet Diabetes Endocrinol. 2025 Jul;13(7):e10. doi: 10.1016/S2213-8587(25)00158-5. PMID: 39993397; PMCID: PMC12056739.
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